Albo influencer o nuovo Ministero della parola? Per la propaganda di Stato si assolve il Mercato

di Livio Varriale
0 commenti

Il nuovo regolamento sugli influencer impone un albo influencer per chi supera 500.000 follower o un milione di visualizzazioni mensili, promettendo trasparenza ma rischiando di trasformarsi in istituzionalizzazione della visibilità. In un ecosistema dove la censura delle piattaforme e gli algoritmi opachi già orientano il dibattito, la norma può diventare il perno di un controllo ibrido tra Stato e big tech, con effetti su pubblicità, accesso ai fondi pubblici e portata organica dei contenuti. Tutti pensano al modello cinese, ma c’è una differenza oramai conclamata:

La Cina persegue un obiettivo di crescita collettiva di un intero paese, l’Occidente sta dimostrando di attuare logiche che favoriscono oligopoli e mercati di cui beneficiano in pochi.

La soglia che cambia i comportamenti

La soglia numerica sposta gli incentivi: ieri contava accumulare numeri, anche con follower acquistati che penalizzavano le pagine perché garantivano zero engagement in termini di visualizzazioni, oggi conviene restare sotto radar. Sopra il limite scattano registrazione, monitoraggio e tracciabilità, con ricadute su linguaggio, formati e strategie editoriali. In un contesto dove le piattaforme già decidono chi si vede, il registro rischia di cristallizzare gerarchie di visibilità e penalizzare chi non aderisce alla linea dominante.

Il vero obiettivo: rassicurare gli investitori

L’albo piace agli influencer che in pieno conflitto di interesse collaborano direttamente con Meta o Google e perché rassicura i brand: un profilo registrato appare più affidabile e più gestibile. Il prezzo è una spinta verso contenuti edulcorati, evitamento dei temi scomodi e allineamento alle fonti “sicure”. L’influencer che vende viene favorito; chi fa controinformazione diventa rischioso ed è facile segnalarlo ed escluderlo dal Mercato. Nasce una autocensura di mercato che premia la conformità e soffoca il dissenso.

Piattaforme e Stato: l’accordo che non si dice

Durante Covid, guerra russo-ucraina e conflitto israelo-palestinese, Twitter, Facebook e YouTube hanno già modulato portata e sospensioni. Il registro pubblico introduce un meccanismo misto: la politica definisce la cornice, l’algoritmo esegue. Chi supera la soglia entra in una rete di monitoraggio permanente, con ricadute su gare pubbliche, campagne istituzionali e priorità algoritmiche. È una regolazione preventiva del discorso più che tutela del mercato e detta anche le regole dell’ascensore sociale che la visibilità social ha garantito in parte negli ultimi anni creando un esercito di giovani ambiziosi al mondo virtuale e sempre più lontani dai lavori necessari al Paese, ma che si stanno perdendo. L’esempio più lampante sull’ordinario l’abbiamo visto con il cambio di Governo negli USA dove le aziende si sono riposizionate su modelli più conservatori di campagne pubblicitarie abbandonando o diminuendo l’ostentazione woke come già abbiamo approfondito per il discorso di Apple.

La contraddizione con le censure già viste

Gli interventi selettivi sono realtà: video umanitari rimossi, profili informativi limitati, sospensioni anche su contenuti veri ma scomodi su cui ha approfondito il Fatto Quotidiano attraverso l’articolo di Andrea Lisi. Il diverso trattamento tra Telegram, X e Meta in Francia sul crimine informatico e sulle pressioni esercitate dall’Europa in occasione di alcune elezioni come denunciato da Pavel Durov in prima persona, mostra due pesi e due misure. In questo quadro, un registro statale rende i creator più tracciabili e quindi più vulnerabili a pressioni e shadow ban esistenti che prima erano invisibili fino a quando gli stessi titolari delle piattaforme ne hanno svelato l’esistenza. Vedi il caso Musk con i Twitter Files ed il pentimento di Mark Zuckerberg sotto elezioni Trump.

La lezione del Covid che non abbiamo imparato

La disinformazione va contrastata, ma l’uso del bollino “falso” ha colpito anche ricostruzioni veritiere. La censura algoritmica è già operativa con social scoring e soglie di brand safety. Con l’albo, quella dinamica può ottenere legittimazione pubblica, aggiungendo un livello politico alla selezione privata della visibilità ed il caso occorso a Matrice Digitale può fare scuola così come la guerra commerciale tra agenzie di comunicazione e brand reputation che su commissione o a tutela dei propri interessi svolgono attività di segnalazioni alle piattaforme.

I giornalisti tacciono davanti al nuovo concorrente

L’Ordine dei giornalisti assiste alla nascita di un concorrente regolato. Gli influencer riconosciuti diventano più appetibili per campagne pubbliche e fondi. Il rischio è l’ulteriore spostamento delle risorse dall’informazione al marketing narrativo, con accountability minore e premialità legata alla convenienza politica.

Fatta la legge, trovato l’ingaggio

Quando lo Stato paga i creator, vedi i casi ACN – Dipartimento per la trasformazione digitale, Commissione per l’Editoria sull’AI o addirittura i Garanti che si adoperano sui social come influencer impostando delle vere e proprie campagne di comunicazione finalizzate al posizionamento, vedi i casi Ghiglia-Scorza-Capitanio, si attiva un circuito di propaganda 4.0: la visibilità istituzionale alimenta crescita e autorevolezza, che a loro volta giustificano nuovi ingaggi. C’è anche un conflitto di interessi potenziale visto che molti hanno rapporti diretti con i social network per compiti e funzioni di Governo. Non è mera trasparenza, ma un sistema di fidelizzazione del consenso, utile oggi per campagne social, domani per emergenze, guerre e policy sensibili. Una lista di comunicatori classificati è un asset nelle crisi internazionali: consente di mappare chi influenza temi come Ucraina, Medio Oriente, energia e AI, e di modulare la visibilità in base alla linea governativa. È l’evoluzione della propaganda nell’era degli algoritmi e chi dice che bisogna fare qualcosa, in realtà ambisce a manipolare il sistema in suo favore.

Perché non basta?

L’albo nasce in un ecosistema di algoritmi opachi, ricorsi inefficaci e motivazioni contraddittorie nelle chiusure dei canali. Senza trasparenza sugli algoritmi, tracciabilità delle segnalazioni e tempi certi di ricorso, un registro nazionale aggiunge solo un secondo livello di arbitrarietà, o meglio, ne ufficializza l’esistenza. Se l’obiettivo fosse davvero tutelare il mercato, servirebbero obblighi stringenti per le piattaforme, non la schedatura dei creator.

Questo non è un albo, è un fascicolo: serve a sapere chi parla, quanto pesa e, quando conviene, chi silenziare.