cina semiconduttori shortage tensioni

Cina consolida i semiconduttori tra shortage globali e tensioni geopolitiche

Il settore dei semiconduttori sta attraversando una fase di maturazione forzata, in cui strategie industriali nazionali, shortage strutturali e tensioni geopolitiche si intrecciano in modo sempre più evidente. La Cina accelera sul consolidamento delle proprie foundry, puntando a resilienza e autosufficienza sui nodi maturi, mentre il mercato globale affronta una nuova crisi di approvvigionamento nel settore automotive, una controversia open source che colpisce l’ecosistema Android e Linux, e un braccio di ferro politico sugli acquisti di GPU Nvidia avanzate. In questo scenario, persino le provocazioni di Elon Musk sulle fab “non pulite” diventano un segnale del clima di tensione e sperimentazione che caratterizza l’industria dei chip nel 2026.

Il consolidamento delle foundry cinesi come risposta strutturale

Annuncio

Il cuore della strategia cinese passa dal consolidamento. SMIC ha annunciato l’acquisizione del controllo totale della controllata SMIC Jingcheng, con un’operazione da 5,32 miliardi di euro, mentre Hua Hong Semiconductor ha rilevato il 97,5% di Shanghai Huali Microelectronics per circa 1,1 miliardi di euro. In entrambi i casi si tratta di società già legate allo Stato o a gruppi pubblici, ma la mossa ha un significato preciso: semplificare la governance, ridurre duplicazioni e concentrare capitali in un contesto di crescente pressione esterna.

Le restrizioni statunitensi sull’export di tecnologie avanzate, in particolare su litografia EUV, deposizione avanzata e software EDA, hanno ridotto drasticamente il ritorno sugli investimenti sotto i 7 nanometri. Di fronte a questo limite strutturale, Pechino ha scelto di spostare il baricentro industriale verso i nodi maturi, come 40 nm, 55 nm e 65 nm, oggi cruciali per microcontrollori automotive, power management IC, driver display e chip di connettività.

Questa strategia non punta alla leadership tecnologica di frontiera, ma a una posizione dominante sul volume. Le foundry cinesi diventano così fornitori affidabili per il mercato domestico e per segmenti internazionali selezionati, creando un cuscinetto industriale contro sanzioni e shock geopolitici. Il consolidamento consente inoltre di assorbire meglio i costi elevati degli impianti, di coordinare gli investimenti statali e di presentare un fronte più compatto verso regolatori e clienti.

Nodi maturi, resilienza e pressione sui mercati globali

L’enfasi sui nodi legacy sta già producendo effetti globali. Le nuove capacità produttive cinesi su processi maturi stanno aumentando l’offerta mondiale proprio nei segmenti che, durante la pandemia, si erano rivelati più fragili. Questo genera pressioni sui prezzi per foundry in Taiwan, Giappone e Sud-Est asiatico, tradizionalmente forti su questi nodi.

Allo stesso tempo, molte aziende occidentali restano riluttanti a spostare interamente la produzione in Cina, a causa di rischi legati alla protezione della proprietà intellettuale, ai controlli export e alla compliance normativa. Ne emerge un mercato sempre più segmentato, in cui le foundry cinesi dominano la domanda domestica e parte di quella internazionale, mentre le fab non cinesi si concentrano su clienti con requisiti più stringenti o su nodi avanzati e packaging eterogeneo.

Questo non rappresenta un balzo tecnologico per Pechino, ma segna una fase matura della sua strategia industriale: meno espansione caotica, più consolidamento, scala e resilienza.

La nuova crisi di shortage nel settore automotive

Mentre la Cina consolida, il settore automotive globale affronta una nuova crisi di shortage di semiconduttori, diversa da quella del 2021 ma potenzialmente altrettanto impattante. La combinazione tra crisi della DRAM automotive-grade, tensioni su fornitori come Nexperia e riallocazione delle capacità verso l’AI ha già portato Honda a fermare temporaneamente alcune fabbriche in Giappone e Cina.

Le vetture moderne contengono migliaia di chip, e basta la mancanza di un componente relativamente economico per bloccare intere linee di assemblaggio. Il problema attuale non riguarda i chip più semplici, ma la memoria DRAM qualificata per l’automotive, soggetta a standard severi come AEC-Q100, con requisiti di affidabilità su ampi range di temperatura e vibrazione.

I grandi produttori di DRAM, tra cui Samsung, SK Hynix e Micron, che coprono circa l’88% del mercato, stanno privilegiando la High Bandwidth Memory per i data center AI, dove i margini sono più elevati. Il risultato è una stretta strutturale sull’offerta automotive, destinata a durare fino al 2027. Le stime indicano aumenti di prezzo tra il 30 e il 100%, con effetti diretti sui costi dei veicoli.

Le architetture più avanzate, come quelle di Tesla o dei veicoli cinesi destinati ai mercati occidentali, utilizzano quantità di DRAM nettamente superiori ai modelli tradizionali. Questo spinge i costruttori a ridurre o rinviare funzioni premium, come ADAS avanzati o elementi di AI generativa a bordo, segnando un cambio di priorità industriale.

Rockchip e la frattura open source

Sul fronte software, la vicenda che coinvolge Rockchip mette in luce le tensioni irrisolte tra industria cinese e comunità open source. Il repository rockchip-linux/mpp, utilizzato per accelerare encoding e decoding video sui SoC Rockchip, è stato disabilitato su GitHub a seguito di una segnalazione DMCA da parte del team FFmpeg.

Secondo FFmpeg, Rockchip avrebbe copiato parti di libavcodec senza mantenere attribuzione e licenza LGPL, ripubblicando il codice sotto licenza Apache, incompatibile con i termini originali. Nonostante mesi di tentativi di risoluzione, la mancanza di una correzione completa ha portato al takedown.

L’impatto è concreto per sviluppatori Linux, community SBC e build Android, che si ritrovano senza accelerazione hardware video. La vicenda evidenzia come le licenze open source restino un terreno critico per molte aziende cinesi, soprattutto quando il codice viene integrato in prodotti commerciali destinati a OEM globali.

La pausa sugli acquisti Nvidia H200 e il nodo geopolitico

Sul piano geopolitico, Pechino ha ordinato alle principali aziende tecnologiche di sospendere temporaneamente gli ordini delle GPU Nvidia H200, mentre valuta i termini di importazione dagli Stati Uniti. La decisione arriva dopo l’autorizzazione all’export concessa da Washington e l’introduzione di fee aggiuntive del 25% sulle GPU destinate alla Cina.

NVIDIA H200
NVIDIA H200

La H200, pur essendo già superata dalle architetture più recenti, resta altamente desiderata per i data center AI cinesi. Tuttavia, il governo cinese sta cercando di bilanciare la dipendenza da Nvidia con la crescita dei chip domestici, ancora lontani dal competere con Hopper o Blackwell, ma sufficienti per alcuni workload interni. La pausa sugli ordini non cancella la domanda, ma segnala una gestione politica centralizzata degli acquisti, in un contesto in cui le decisioni industriali sono sempre più legate alla diplomazia tecnologica.

La provocazione di Musk sulle fab “sporche”

In questo clima si inseriscono le dichiarazioni di Elon Musk, che ha criticato l’industria dei semiconduttori sostenendo che le cleanroom tradizionali siano eccessivamente rigide e ipotizzando fab a 2 nm dove si possa persino mangiare e fumare, purché i wafer restino isolati. L’idea, legata a future strutture Tesla, ha suscitato scetticismo tra gli esperti, che ricordano come la contaminazione a scala nanometrica renda indispensabili ambienti ISO 1–2.

Al di là del valore tecnico, le parole di Musk riflettono una frustrazione diffusa per i tempi e i costi di costruzione delle fab avanzate, ma anche il rischio di sottovalutare la complessità reale della produzione semiconduttori.

Un’industria che entra nella fase della resilienza

Nel loro insieme, questi eventi mostrano un settore che sta abbandonando la fase di espansione incontrollata per entrare in una logica di resilienza, consolidamento e selezione strategica. La Cina rafforza la propria base industriale sui nodi maturi, l’Occidente si concentra su nodi avanzati e packaging, il settore auto ridisegna le architetture per ridurre la dipendenza dalla DRAM, mentre le tensioni geopolitiche trasformano ogni ordine di chip in una decisione politica.

Il risultato è un mercato più frammentato, ma anche più consapevole dei propri limiti strutturali. Nel 2026, la competizione sui semiconduttori non si gioca solo sull’innovazione estrema, ma sulla capacità di garantire continuità produttiva in un mondo instabile.

Domande frequenti sulla strategia cinese e la crisi dei semiconduttori

Perché la Cina punta sui nodi maturi invece che sui chip avanzati?

Perché i controlli export limitano l’accesso alle tecnologie sotto i 7 nm. I nodi maturi permettono autosufficienza, volumi elevati e resilienza industriale.

La crisi dei chip auto è simile a quella del 2021?

È diversa. Colpisce soprattutto la DRAM automotive-grade e le funzioni avanzate, più che i chip di base, ma può durare più a lungo.

Il caso Rockchip è isolato o sistemico?

È emblematico di una difficoltà più ampia nel rispetto delle licenze open source, soprattutto quando il codice viene integrato in prodotti commerciali.

La pausa sugli H200 Nvidia bloccherà l’AI in Cina?

No, ma rallenta l’adozione di GPU avanzate e rafforza il controllo statale sugli acquisti strategici, favorendo soluzioni domestiche dove possibile.

Iscriviti alla Newsletter

Non perdere le analisi settimanali: Entra nella Matrice Digitale.

Matrice Digitale partecipa al Programma Affiliazione Amazon EU. In qualità di Affiliato Amazon, ricevo un guadagno dagli acquisti idonei. Questo non influenza i prezzi per te.

Torna in alto