AWS alza i prezzi del 15% e mostra la sua dominanza su cloud e AI

Se un domani un colosso del cloud americano decidesse di chiudere i rubinetti o di triplicare i costi la nostra pubblica amministrazione si troverebbe paralizzata

di Redazione
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Ormai si è sparsa voce, da Gennaio Amazon Web Services ha applicato un aumento del 15% sui prezzi per l’affitto delle GPU per l’intelligenza artificiale. Questa mossa non è stata accompagnata da email informative o da annunci come siamo abituati, ma è stata nascosta tra le pieghe di una pagina tecnica dedicata alle tariffe come denuncia la rivista The Register su indicazione di Dario Denni.

Per capire l’impatto di questa decisione dobbiamo guardare ai numeri. Le istanze più potenti equipaggiate con acceleratori della famiglia Nvidia H200 sono passate da un costo orario di circa trentaquattro dollari a quasi quaranta dollari che possono sembrare pochi ma se consideriamo che queste macchine lavorano ventiquattro ore al giorno per addestrare modelli di intelligenza artificiale, il conto finale cambia drasticamente. Una sola macchina arriva a costare decine di migliaia di dollari in più ogni mese. Senza contare il fatto che questa stangata arriva pochi mesi dopo che la stessa Amazon aveva promesso sconti incredibili per attirare nuovi utenti.

La risposta di Amazon e il “Premio di scarsità”

Le ragioni ufficiali fornite dall’azienda parlano di un semplice adeguamento dovuto alla legge della domanda e dell’offerta. Ma è veramente questo il motivo? E’ chiaro a tutti che il mondo oggi è affamato di chip per l’intelligenza artificiale e che i costi per le memorie RAM sono saliti. Tuttavia molti analisti vedono in questa spiegazione una giustificazione di comodo per esercitare quello che tecnicamente viene chiamato “premio di scarsità”. Essendo AWS uno dei pochi fornitori a disporre di queste risorse di calcolo, si potrebbe sentire in grado di imporre il prezzo che preferisce sapendo che i clienti dovrebbero spendere altri soldi per uscire dal suo sistema e trovare alternative con altri operatori cloud. E ce ne sono anche in Italia visto che molti operatori hanno investito in GPU molto performanti.

La nuova teoria Antitrust sulla “Dominanza silenziosa”

Questa condotta ci porta direttamente nel cuore di una riflessione molto più profonda che riguarda il potere nelle mani delle grandi aziende digitali. Due esperti antitrust come Rupprecht Podszun e Fiona Scott Morton hanno scritto a dicembre 2025 un testo fondamentale che sfida il modo in cui le autorità controllano il mercato. Secondo la loro teoria le attuali regole vengono applicate troppo tardi quando ormai il danno è fatto e la competizione è stata cancellata. Il problema nasce dal fatto che si tende a considerare un’azienda dominante solo quando possiede quasi tutto il mercato misurato in percentuali. Ma questi studiosi sostengono anche che dovremmo guardare di più alla capacità di un’impresa di guidare il mercato verso una direzione che già di per sè danneggia i clienti ed i partner commerciali. Ad esempio, se un’azienda può permettersi di alzare i prezzi in un sabato pomeriggio senza avvisare nessuno e confida nel fatto che i suoi clienti rimarranno comunque al loro posto, allora quella è la “prova provata” che l’azienda non solo è dominante, ma sta facendo leva su quel potere per avvantaggiarsi. E questo al netto del fatto che AWS ha già la quota più alta in molti mercati dell’innovazione e del digitale.

Dunque la vera potenza di mercato qui non si misura tanto con la grandezza del fatturato, che comunque è enorme, ma con la capacità di agire in modo indipendente da come si comportano i concorrenti o i loro clienti.

In un mercato che funziona bene se un fornitore alza i prezzi all’improvviso, i clienti scappano immediatamente verso i rivali. Nel mondo del cloud e adesso dell’AI, invece questo non succede perché i clienti sono intrappolati in quella che viene definita la “gravità dei dati”. Quando un’azienda ha archiviato tutti i suoi file vitali e ha costruito tutti i suoi processi digitali dentro un unico sistema AI, allora il costo per andarsene diventa importante ed a volte proibitivo. Occorrerebbe investire altri soldi per spostare i dati verso l’esterno e spendere mesi di lavoro per ricostruire tutto altrove. Questa mancanza di libertà di scelta, spesso ulteriormente gravata dal lock-in tecnologico (assenza di interoperabilità) o contrattuale (clausole gravose e nascoste nelle T&C) è proprio ciò che permette a un colosso globale di comportarsi in modo, diciamo, “prepotente” sul mercato che domina. Secondo le teorie antitrust più moderne se puoi alzare i prezzi del 15% ai tuoi clienti e loro non possono veramente scappare significa che possiedi una forza che va oltre la semplice efficienza commerciale.

L’Italia e la priorità strategica degli acquisti pubblici per indirizzare lo sviluppo del cloud e AI italiano

In questo scenario l’Italia ha il dovere di riflettere su come proteggere la propria economia e la propria indipendenza tecnologica. Invece di limitarsi a dare piccoli aiuti economici temporanei che spesso finiscono per finanziare indirettamente proprio i colossi stranieri, lo Stato dovrebbe usare il potere dei suoi acquisti pubblici digitali in modo più strategico. Le enormi somme di denaro che la pubblica amministrazione spende ogni anno per i servizi digitali dovrebbero essere usate come un motore per far crescere le aziende tecnologiche italiane. Sostenere gli operatori locali che hanno i loro centri dati nel nostro territorio significa non solo creare lavoro qualificato, ma anche garantirsi una maggiore sicurezza e stabilità. Le aziende italiane possono offrire contratti con prezzi fissi e chiari anche su Cloud GPU e sistemi AI che non cambiano prezzo da un momento all’altro per una decisione presa a migliaia di chilometri di distanza.

E’ giunto il momento di indirizzare meglio la commessa pubblica agli operatori nazionali per evitare quella dipendenza totale che rende il nostro paese così vulnerabile digitalmente, in un momento storico difficile come quello attuale. Se un domani un colosso cloud extraeuropeo decidesse di chiudere i rubinetti o di triplicare i costi, la nostra pubblica amministrazione si troverebbe paralizzata. Sviluppare un’industria del cloud nazionale significa creare una rete di sicurezza che ci protegge dalle tempeste del mercato globale. Gli acquisti digitali della PA dovrebbero privilegiare chi garantisce trasparenza e chi permette di spostare i dati facilmente senza mettere barriere artificiali, in un perimetro fiscale e  di compliance europeo rafforzato. Non è vero che non si può fare, la Francia si è avviata ad un percorso di grande cambiamento in tal senso. Questo non significa chiudersi al mondo ma assicurarsi che esistano, laddove possibile, delle alternative valide e funzionanti anche a casa nostra. Solo se esistono fornitori locali forti allora i giganti globali saranno costretti a comportarsi in modo più onesto per non perdere i clienti.

Viviamo chiaramente un’era in cui poche aziende private possono decidere arbitrariamente i costi del progresso globale. Le autorità dovrebbero intervenire molto prima senza aspettare che si formi una “dominanza collettiva” in capo a pochi, perché una volta che un mercato pende tutto da una parte è quasi impossibile riportarlo in equilibrio. Una volta che i concorrenti più piccoli sono falliti o sono stati comprati non c’è più nessuno che possa sfidare i giganti globali e dare vere alternative immediate e reali. Nessuna startup può crescere se non sa quanto costerà domani la risorsa di cui ha bisogno per continuare ad esistere. Proteggere i prezzi significa quindi proteggere l’innovazione stessa e permettere a migliaia di giovani imprese di sognare in grande senza la paura di essere soffocate da un rincaro improvviso e ingiustificato.

La difesa del pluralismo tecnologico e della diversificazione dei fornitori cloud e AI

La trasparenza sui prezzi e la libertà di cambiare fornitore sono diritti fondamentali che devono essere protetti dalle autorità di controllo, non solo l’Antitrust ma anche l’Agenzia per la Cybersicurezza dovrebbe avere il potere di ordinare alle stazioni appaltanti di verificare una dipendenza, di diversificare i fornitori di servizi cloud e non solo per questioni geopolitiche ma di sicurezza, continuità operativa e di resilienza. Se un’azienda usa tattiche che non si basano sulla qualità del servizio ma solo sulla propria forza economica allora quella condotta deve essere fermata immediatamente. Il modo migliore per farlo è obbligare le stazioni appaltanti a diversificare i fornitori di servizi cloud orientando gli acquisti su soluzioni nazionali nel rispetto del contesto regolamentare europeo.

Di conseguenza, anche il Legislatore italiano e quello europeo devono saper cogliere la sfida di intervenire tempestivamente per impedire che il mercato del Cloud e dell’AI si chiuda definitivamente. Bisogna guardare con attenzione a tutte quelle pratiche che rendono difficile la vita ai piccoli fornitori o che costringono i clienti a non poter scegliere. Dobbiamo chiederci:

Perchè le nostre PMI del cloud restano escluse dai bandi pubblici?

Cosa si può fare?

La risposta a queste domande secondo Dario Denni è molto complessa, le norme sulla divisione in lotti degli appalti pubblici non sono sufficienti allo scopo, ma sicuramente si può fare un primo passo avanti attraverso un nuovo approccio strategico sugli acquisti di tecnologia della pubblica amministrazione e sulle regole che imporremo saldamente ai giganti del web, al netto delle forzature sgrammaticate che arrivano da Washington. La sfida per il futuro dell’intelligenza artificiale e del cloud è prima di tutto una sfida di libertà economica. E non riguarda solo la AI-race, la corsa al Quantum e la decriptazione di segreti di Stato. Scegliere l’Italia e scegliere gli operatori cloud locali è un passo concreto verso un futuro più equilibrato dove la tecnologia resta un bene comune accessibile a tutti a prezzi più giusti e trasparenti.


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