La Polizia Postale e delle Comunicazioni ha avviato una doppia operazione che fotografa due facce diverse ma complementari del cybercrime in Italia: da un lato l’indagine su un gruppo Facebook con contenuti sessualmente espliciti diffusi senza consenso, dall’altro un alert nazionale su una campagna di truffe via PEC che sfrutta falsi avvisi di fatture scadute per colpire cittadini e aziende. Due interventi distinti, ma legati dallo stesso filo conduttore: la tutela della privacy digitale e la prevenzione dei reati informatici.
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Indagine sul gruppo Facebook “Mia moglie” e violazioni della privacy
L’inchiesta riguarda un gruppo Facebook denominato “Mia moglie”, che aveva superato i 32 mila iscritti prima della chiusura definitiva da parte della piattaforma. All’interno del gruppo venivano pubblicati contenuti sessualmente espliciti riferiti a donne indicate come mogli o compagne, spesso accompagnati da commenti volgari e offensivi, senza che le persone coinvolte ne fossero a conoscenza o avessero prestato consenso.
Le indagini, avviate a seguito di una segnalazione estiva ricevuta attraverso i canali ufficiali, hanno portato all’emissione di decreti di perquisizione da parte della Procura di Roma. Le operazioni, condotte il 10 gennaio 2026, hanno coinvolto il Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza cibernetica, con il supporto del Centro operativo di Bari e della Sezione operativa di Lecce.
Gli investigatori hanno eseguito perquisizioni e sequestri di dispositivi informatici nei confronti di più soggetti ritenuti coinvolti nella gestione del gruppo. Tra questi figurano una donna di 52 anni e un giovane di 24 anni, mentre il titolare principale dell’account, un settantenne residente nel leccese, risulta deceduto nei mesi precedenti. Smartphone, computer e supporti di memoria sono ora sottoposti ad analisi forense per ricostruire ruoli, responsabilità e modalità di gestione del gruppo.
La collaborazione con Facebook è stata determinante per la chiusura definitiva della community e la rimozione dei contenuti residui. L’indagine si inserisce nel più ampio contrasto ai fenomeni di diffusione illecita di materiale intimo, una pratica che espone le vittime a danni reputazionali e psicologici e che la normativa italiana punisce in modo severo.
Perquisizioni, sequestri e responsabilità penali
Dal punto di vista operativo, le perquisizioni hanno consentito di acquisire elementi chiave per chiarire la struttura del gruppo e le dinamiche interne di moderazione. Gli accertamenti mirano a stabilire chi approvava i contenuti, chi ne favoriva la diffusione e se esistessero ulteriori soggetti coinvolti nella gestione o nell’amministrazione tecnica della community.
Il sequestro dei dispositivi permette agli inquirenti di analizzare log di accesso, conversazioni, file multimediali e metadati, fondamentali per dimostrare la consapevolezza e l’intenzionalità delle condotte. In casi di questo tipo, la dimensione digitale diventa centrale: ogni interazione lascia tracce che, se correttamente analizzate, consentono di ricostruire la catena di responsabilità.
La chiusura del gruppo rappresenta un passaggio essenziale per interrompere la diffusione dei contenuti, ma l’aspetto giudiziario resta aperto. L’obiettivo è accertare se le condotte configurino reati come la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti e altre violazioni connesse alla tutela della vita privata.
L’allarme della Polizia Postale sulle truffe via PEC
Parallelamente all’indagine sul gruppo Facebook, la Polizia Postale ha diffuso un avviso ufficiale il 9 gennaio 2026 per segnalare una nuova campagna di truffe via PEC. I messaggi fraudolenti simulano comunicazioni provenienti da enti pubblici o fornitori di servizi, facendo leva su presunte fatture scadute o anomalie amministrative per indurre le vittime ad agire in fretta.
Il meccanismo è studiato per sfruttare la credibilità intrinseca della PEC. I messaggi utilizzano un linguaggio allarmistico, con riferimenti a blocchi imminenti o sanzioni, e invitano ad aprire allegati malevoli o a cliccare su link pericolosi. In molti casi, gli allegati contengono malware progettati per sottrarre credenziali, mentre i link rimandano a siti clone che raccolgono dati sensibili.
La Polizia Postale ha ribadito che la certificazione della PEC garantisce l’identità del canale, ma non l’autenticità del contenuto. Per questo motivo, invita utenti e aziende a verificare sempre l’indirizzo completo del mittente, a non fidarsi del solo nome visualizzato e a controllare eventuali richieste attraverso i siti istituzionali ufficiali.
Come riconoscere e prevenire le truffe via PEC
L’alert diffuso sottolinea alcune regole di base che, se applicate con rigore, possono ridurre drasticamente il rischio. In presenza di comunicazioni inattese che richiedono azioni urgenti, è fondamentale non aprire allegati sospetti, evitare di cliccare su link e contattare direttamente l’ente o il fornitore tramite recapiti verificati.
La campagna in corso dimostra come i truffatori stiano affinando le tecniche di phishing avanzato, sfruttando strumenti percepiti come “sicuri” per abbassare la soglia di attenzione delle vittime. L’invito della Polizia è a mantenere un atteggiamento critico anche nei confronti delle comunicazioni apparentemente ufficiali.
Impatto delle operazioni e ruolo della prevenzione
Le due iniziative — l’indagine sul gruppo Facebook e l’allerta sulle truffe PEC — mostrano un approccio integrato della Polizia Postale e delle Comunicazioni, che combina repressione, monitoraggio del web ed educazione alla sicurezza digitale. Da un lato si interviene per tutelare la dignità e la privacy delle persone esposte online, dall’altro si cerca di prevenire danni economici e furti di identità legati alle frodi informatiche.
Il coinvolgimento attivo dei cittadini, attraverso segnalazioni tempestive e comportamenti prudenti, resta un elemento decisivo. In un contesto in cui le minacce digitali evolvono rapidamente, la collaborazione tra forze dell’ordine, piattaforme tecnologiche e utenti consapevoli rappresenta la prima linea di difesa.
Domande frequenti sulle operazioni della Polizia Postale
Che cosa riguardava il gruppo Facebook “Mia moglie”?
Il gruppo diffondeva contenuti sessualmente espliciti riferiti a donne, pubblicati senza consenso e accompagnati da commenti offensivi, configurando gravi violazioni della privacy.
Perché la PEC viene usata per le truffe?
La PEC è percepita come uno strumento affidabile, ma i truffatori sfruttano questa fiducia per inviare messaggi con contenuti falsi e indurre le vittime ad agire rapidamente.
Come si può verificare se una PEC è fraudolenta?
È necessario controllare l’indirizzo completo del mittente, diffidare di toni allarmistici e verificare le richieste tramite i siti ufficiali degli enti citati.
Cosa fare se si riceve una PEC sospetta?
Non aprire allegati o link, non fornire dati personali e segnalare l’episodio alla Polizia Postale tramite i canali ufficiali.