Garante Privacy e la Guardia di Finanza: la caccia non era alle talpe, ma alle cimici sbagliate

di Livio Varriale
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Sono in corso perquisizioni della Guardia di Finanza presso la sede del Garante per la protezione dei dati personali nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma che vede indagato il presidente dell’Autorità, Pasquale Stanzione, insieme agli altri membri del collegio. I reati ipotizzati sono peculato e corruzione, in un fascicolo coordinato dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco. Oltre a Stanzione risultano indagati Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza, tutti membri dell’Autorità. Nel corso delle attività investigative la Guardia di Finanza ha acquisito telefoni cellulari e computer, a conferma di un approfondimento che va oltre la sola documentazione amministrativa. L’indagine trae origine dai servizi di Report, che avevano sollevato dubbi sulle spese di rappresentanza del Collegio e su alcune procedure sanzionatorie ritenute opache, in particolare la mancata sanzione nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses commercializzato dalla società di Mark Zuckerberg, i Ray-Ban Stories. A confermare il contesto è stato lo stesso Sigfrido Ranucci, che sui social ha parlato esplicitamente di ispezioni e interrogatori negli uffici del Garante, sottolineando come l’inchiesta giudiziaria sia la diretta conseguenza del lavoro giornalistico svolto dalla trasmissione.

La bonifica non andata a buon fine

Le attività di bonifica condotte all’interno della sede del Garante per la protezione dei dati personali non hanno fatto emergere una talpa. Hanno però contribuito ad accendere una miccia che, con il senno di poi, appare tutt’altro che casuale. Per mesi si è parlato di fughe di notizie, di presunte fonti interne, di una “talpa” che avrebbe alimentato ricostruzioni giornalistiche scomode. Ma chi ha seguito con attenzione l’evoluzione dei fatti ha sempre sostenuto un’altra tesi: il problema non erano le talpe, ma le cimici. Non in senso metaforico, ma come strumenti di intercettazioni simbolo di un sistema sotto pressione, attraversato da tensioni interne, conflitti di interesse e rapporti opachi.

La bonifica, affidata con procedura di affidamento diretto sotto soglia, formalmente regolare, ha rappresentato uno spartiacque. Subito dopo, quasi in coincidenza temporale, è arrivata un’indagine della Guardia di Finanza che contesta al Garante ipotesi di corruzione e peculato, legate a presunti conflitti di interesse. Contestazioni che, va chiarito, restano allo stato di ipotesi investigative. Ma il quadro che emerge è quello di un’Istituzione che da mesi vive in una condizione di instabilità profonda, ben prima dell’intervento della magistratura.

Matrice Digitale aveva spiegato ai lettori, già nei mesi precedenti, che l’unica vera variabile in grado di destabilizzare il Garante non poteva essere una generica fuga di notizie. Mettere in subbuglio l’assetto interno, far emergere le contraddizioni strutturali e i rapporti irrisolti tra vigilanza e poteri economici, era il vero nodo. Non una coincidenza, quindi, ma una sequenza di eventi che si innestano su un contesto già fragile.

L’intervento della magistratura e il peso della presunzione di innocenza

L’indagine della Guardia di Finanza si inserisce in un contesto delicato. I componenti del collegio del Garante si sono sempre dichiarati sereni e, soprattutto, non intenzionati a dimettersi. Dal punto di vista giuridico, la posizione è chiara: fino a quando non esiste una condanna, un arresto in flagranza o una misura cautelare, vale la presunzione di innocenza. In uno Stato di diritto garantista, il mandato prosegue fino alla sua naturale scadenza.

Questo aspetto viene spesso rimosso nel dibattito pubblico, sostituito da una pressione politica che chiede dimissioni immediate. Ma la realtà istituzionale è più complessa. Giorgia Meloni, chiamata in causa dalle opposizioni, ha margini di intervento estremamente ridotti. Senza dimissioni volontarie o provvedimenti giudiziari incisivi, il governo non può rimuovere i componenti del Garante. Parlare di soluzioni “politiche” immediate significa ignorare l’architettura delle garanzie istituzionali.

Il risultato è un vulnus giuridico: un’autorità indipendente sotto indagine, ma formalmente intatta nei suoi poteri, mentre attorno cresce una tempesta politica e mediatica.

Conflitti di interesse e rapporti con le piattaforme

Il cuore della vicenda non è soltanto l’indagine in sé. È il contesto che l’ha preceduta. Da tempo si discute di potenziali conflitti di interesse all’interno del collegio del Garante, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con le grandi piattaforme digitali. Chi dovrebbe vigilare, sanzionare o almeno controllare, si troverebbe – secondo le ricostruzioni giornalistiche – a sedere allo stesso tavolo delle realtà che dovrebbe regolare.

Questo corto circuito istituzionale mina la credibilità dell’Autorità. Non perché esistano prove definitive di illeciti, ma perché l’apparenza di conflitto è già sufficiente a compromettere la fiducia pubblica. È un tema che Matrice Digitale ha sollevato con largo anticipo, prima che entrassero in scena Report e il Fatto Quotidiano, che hanno poi calcato gli stessi elementi a partire dai mesi successivi schierando la potenza di fuoco in loro dotazione.

Tra i punti più controversi emergono rapporti professionali non completamente recisi con studi legali fondati in passato da membri del collegio. Il sospetto, ancora una volta da verificare, è che il cosiddetto “cordone ombelicale” non sia stato tagliato del tutto. In un’Autorità che dovrebbe rappresentare un argine netto tra interessi pubblici e privati, anche questa ambiguità pesa come un macigno.

Il nodo del peculato e la vicenda della tessera

A complicare ulteriormente il quadro c’è il tema del peculato presunto, legato all’utilizzo di una tessera in un contesto che avrebbe coinvolto una compagnia aerea, ITA Airways, con un caso in corso tra le due parti. Anche qui, le parole chiave sono prudenza e presunzione di innocenza. Ma il segnale istituzionale resta forte: il Garante avrebbe dovuto giustificare alcune spese, e proprio in questi giorni scadevano i termini per fornire chiarimenti.

L’attività della Guardia di Finanza, con l’acquisizione non solo di documenti contabili ma anche di tabulati, suggerisce che l’indagine stia entrando in una fase più concreta. Non si tratta di un semplice controllo amministrativo, ma di un approfondimento che mira a ricostruire flussi, decisioni e responsabilità.

Ed è qui che ritorna la metafora iniziale: le vere cimici potrebbero non essere esterne, ma interne a un sistema che non ha rispettato con rigore gli obblighi burocratici e di trasparenza imposti dalla legge e la richiesta di Fanizza, magistrato della Corte dei Conti prestato come direttore Generale all’Autorità, al responsabile informatico Comella assume oggi i contorni di un messaggio all’esterno. Un paradosso, se si considera che proprio il Garante dovrebbe essere il custode della correttezza procedurale e della protezione dei dati.

Pressioni politiche e responsabilità delle nomine

La crisi del Garante non è solo giudiziaria o amministrativa. È profondamente politica. Le opposizioni, che ricordiamolo hanno nominato gli attuali membri del collegio, esercitano oggi una forte pressione sull’esecutivo. Si chiede a Giorgia Meloni di “gestire la patata bollente”, ma il nodo sta a monte: le scelte di nomina.

Figure di spicco come Guido Scorza e Pasquale Stanzione vengono tirate in ballo in un dibattito che rischia di trasformarsi in uno scontro istituzionale. Ma la domanda di fondo resta inevasa: perché oggi chi protesta non ha fatto valutazioni nella scelta di questi due stimati professionisti? Perché si è arrivati a una situazione in cui due dei quattro componenti del Garante sono al centro di una polemica così esplosiva dalle stesse alee dell’allora maggioranza che li ha indicati? Ghiglia e Feroni godono invece dell’appoggio incondizionato della maggioranza che a suo tempo li ha nominati.

La risposta non può essere ridotta a uno slogan. La soluzione non è quella “abbaiante” di una politica che chiede dimissioni a comando. La soluzione, semmai, passa da una riflessione strutturale sul sistema di nomina delle Autorità indipendenti e sui meccanismi di controllo preventivo dei conflitti di interesse.

Un’istituzione paralizzata e il rischio sistemico

Nel frattempo, il Garante della privacy si trova in una posizione difficilissima. Formalmente operativo, ma sostanzialmente paralizzato. Ogni decisione rischia di essere letta alla luce dell’indagine in corso. Ogni intervento contro le piattaforme digitali viene osservato con sospetto. È un danno istituzionale che va oltre le singole responsabilità personali.

L’attività della Guardia di Finanza negli uffici del Garante rappresenta un passaggio cruciale. Dimostra che la giustizia si sta muovendo e che le domande poste da mesi non erano campate in aria. Ma dimostra anche quanto fragile sia l’equilibrio tra indipendenza delle Autorità e controllo democratico.

In questo scenario, parlare di talpe appare quasi grottesco. La vera questione è il sistema, non l’informatore occasionale. È la capacità di un’istituzione di reggere alle pressioni, di mantenere una distanza netta dai poteri che deve vigilare, di rispettare fino in fondo gli obblighi di trasparenza e correttezza.

La vicenda del Garante per la privacy è destinata a lasciare strascichi. Non solo giudiziari, ma culturali e politici. Perché mette a nudo un problema che va ben oltre questo caso specifico: la fragilità delle Autorità indipendenti quando diventano terreno di scontro politico e interessi incrociati.


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