Nel momento esatto in cui la notizia sull’indagine che coinvolge il Garante per la protezione dei dati personali iniziava finalmente a circolare sulle principali agenzie di stampa, a Matrice Digitale è accaduto qualcosa che, a distanza di giorni, continua a sollevare interrogativi inquietanti. Non si è trattato di una semplice coincidenza tecnica né di un disservizio occasionale, ma di un episodio che si inserisce in una sequenza di eventi già noti alla redazione e ai lettori più attenti.
Matrice Digitale non è una testata che disturba il potere economico o politico in senso tradizionale. Non muove capitali, non condiziona mercati, non gestisce lobby. Eppure, da mesi, si trova a fare i conti con una sistematica penalizzazione algoritmica, con la chiusura improvvisa di profili social, con una riduzione drastica della visibilità dei propri contenuti giornalistici. Un fenomeno che stride con le dichiarazioni pubbliche di chi, come Diego Ciulli, continua a sostenere che gli algoritmi delle piattaforme premiano la qualità e il giornalismo indipendente.
Proprio nel giorno in cui la notizia sul Garante della Privacy, rimasta “fredda” per mesi nonostante la sua evidente rilevanza pubblica, è diventata improvvisamente “calda”, Matrice Digitale è stata colpita da un attacco informatico di tipo brute force. Un attacco concentrato, violento, mirato a rendere irraggiungibile il sito nel momento di massimo interesse informativo.
Cosa leggere
La notizia fredda che improvvisamente scotta
L’indagine sul Garante della Privacy non nasce dal nulla. È una vicenda che affonda le sue radici nel tempo, tenuta a lungo sotto traccia, ignorata o minimizzata da gran parte del sistema mediatico. Matrice Digitale, al contrario, aveva iniziato a raccontarla mesi prima, con puntualità, nomi e cognomi, e soprattutto in esclusiva e anteprima nazionale.
Durante la pausa estiva, mentre altre redazioni rallentavano e programmi come Report erano ancora immersi nelle loro indagini, Matrice Digitale pubblicava articoli dettagliati, contestualizzando fatti, atti e dinamiche interne all’Autorità. Informazioni che oggi trovano riscontro nelle carte della Procura, ma che allora sembravano destinate a rimanere confinate ai margini del dibattito pubblico.

Quando, finalmente, le agenzie hanno iniziato a battere la notizia, l’attenzione si è concentrata tutta in poche ore. È stato in quel preciso arco temporale che qualcuno ha tentato di “buttare giù” Matrice Digitale, impedendo la diffusione di contenuti che altri stavano iniziando a raccontare solo in quel momento.
Un attacco informatico nel momento più delicato
L’attacco subito da Matrice Digitale non è stato casuale né genericamente distribuito. I log parlano chiaro: un picco anomalo di richieste, riconducibile a un server tedesco noto per essere utilizzato prevalentemente da ambienti attivisti, con modalità compatibili con tentativi di saturazione e accesso forzato.

La redazione ha potuto constatare come l’infrastruttura di difesa, basata su Cloudflare (che trattiamo molto male per la vicenda Milano Cortina), abbia retto l’urto. Esattamente come avviene per molte infrastrutture critiche e come è avvenuto, non a caso, anche per sistemi istituzionali e forze di polizia. Cloudflare ha svolto il suo ruolo, neutralizzando l’attacco e garantendo la continuità del servizio.

Resta però un dato politico e giornalistico: qualcuno ha ritenuto necessario colpire Matrice Digitale proprio mentre il caso del Garante della Privacy diventava di dominio pubblico. Un segnale che rafforza il sospetto già maturato nei mesi precedenti, quando la testata aveva iniziato a subire una serie di ostacoli inspiegabili alla diffusione dei propri contenuti.
Profili chiusi, visibilità ridotta e sospetti mai smentiti
Non si può analizzare questo episodio senza ricordare quanto accaduto prima. Matrice Digitale ha visto chiudere improvvisamente i profili social principali di Meta, senza spiegazioni convincenti. Il canale YouTube è stato penalizzato. La distribuzione organica degli articoli è crollata, nonostante l’aumento della qualità, della profondità e della rilevanza delle inchieste pubblicate.
Già allora, la redazione aveva avanzato il sospetto che il tema del Garante della Privacy potesse aver contribuito a rendere Matrice Digitale un soggetto scomodo. Non per quello che avrebbe scritto, ma per quello che stava già scrivendo, in anticipo rispetto a tutti gli altri.

Il fatto che l’attacco informatico sia arrivato proprio nel giorno dell’esplosione mediatica del caso rafforza una sensazione difficile da ignorare: qualcuno non voleva che Matrice Digitale continuasse a raccontare quella storia, o che lo facesse da una posizione di legittimità riconosciuta.
Il merito negato e il silenzio delle istituzioni del giornalismo
C’è un altro elemento che pesa, ed è il riconoscimento mancato. Matrice Digitale ha fornito contenuti che altre testate, più blasonate e strutturate, hanno iniziato a riprendere solo mesi dopo. Eppure, nel racconto pubblico del caso, questo lavoro di anticipo è stato completamente rimosso.
Secondo l’asse ideale composto da Baracchini, Ciulli e Benanti, il giornalismo di qualità andrebbe difeso, protetto, valorizzato. Ma quando una testata indipendente subisce penalizzazioni private, attacchi informatici e oscuramenti algoritmici, quel principio sembra improvvisamente dissolversi.
Non è arrivata una presa di posizione da parte del presidente dell’Ordine dei giornalisti. Non è arrivata una difesa pubblica da parte di chi, come Sigfrido Ranucci, opera in un contesto privilegiato come quello della televisione pubblica, con una forza mediatica che nessuna piattaforma privata può realmente silenziare.
Fa eccezione Il Fatto Quotidiano, che ha ospitato un editoriale del professor Lisi, nel quale si è parlato apertamente del trattamento riservato a Matrice Digitale. Un gesto che la redazione riconosce e apprezza, perché rompe un isolamento che rischiava di diventare sistemico.
Le carte della Procura e i dettagli che fanno discutere
Nel frattempo, dalle carte dell’indagine emergono particolari che colpiscono l’opinione pubblica. Spese formalmente legittime, come l’acquisto di un monopattino da poche centinaia di euro scaricato fiscalmente, assumono un peso simbolico quando vengono lette nel contesto di stipendi già definiti faraonici.
I compensi dei componenti del collegio del Garante, equiparati a quelli del presidente e portati a circa 240.000 euro annui, raccontano una dimensione che stride con l’immagine di un’Autorità chiamata a tutelare i cittadini in un mondo sempre più sorvegliato. Una dimensione che diventa ancora più problematica se confrontata con il fatto che lo stipendio del Garante supera quello del Presidente della Repubblica.
Non si tratta solo di cifre, ma di percezione pubblica, di credibilità istituzionale, di fiducia. Ed è proprio questa fiducia che oggi appare incrinata.
Il silenzio di chi aveva denunciato
Colpisce anche il silenzio di chi oggi dovrebbe fare qualche passo indietro non sulle eventuali responsabilità del Garante, ma sulla compromissione della struttura più elevata dal punto di vista istituzionale per chi occupa le caselle. L’avvocato Massimo Melica, invece, ha chiesto le dimissioni all’intero Collegio, blindato da un vulnus giuridico, senza il timore che da mesi circonda molti degli addetti ai lavori nel campo della privacy.
Figure come l’avvocato Aliprandi, molto attive nel dibattito pubblico, ottengono giustizia sociale dopo mesi di emarginazione attuata con il solito metodo di escludere ed individuare presunte debolezze personali e frustrazioni professionali. Su piattaforme come LinkedIn, dove si concentra gran parte dell’ecosistema professionale legato al mondo della privacy in pochi osano parlare, ma è chiaro che tra soggetti interessati sia nel giornalismo sia nelle professioni, analfabeti funzionali che mettono like perché sperano incarichi dagli influencer, emerge lo specchio di una società che non sa indignarsi ed è complice di derive e storture istituzionali che il nostro paese vive.
Un silenzio che pesa, perché arriva proprio nel momento in cui le denunce trovano riscontro giudiziario. Un silenzio che contrasta con la rapidità con cui, in altri contesti, si è pronti a commentare, giudicare e prendere posizione.
Matrice Digitale, dal canto suo, ha scelto di documentare tutto dall’inizio, da quando la notizia era un semplice dossier fantasma, nessuno ne ha voluto parlare ed il prezzo da pagare, per noi, è stato alto, ma la giustizia di Meta (che attacchiamo sempre) è stata più puntuale e precisa delle Istituzioni italiane.
Non per rivendicare primati, ma per dimostrare che una certa informazione era già disponibile, già verificata, già pubblicata.
Privacy, sorveglianza e il paradosso istituzionale
L’intera vicenda si inserisce in un paradosso più ampio. Parlare di privacy in un mondo iper-sorvegliato, dominato da piattaforme globali, biblioteche di dati e infrastrutture fuori dal controllo nazionale, rischia di diventare esercizio retorico. Un’illusione che alimenta teorie del complotto solo perché la realtà appare sempre più contraddittoria.
L’Italia, in questo scenario, mostra una sudditanza psicologica e strutturale nei confronti dell’assetto atlantico guidato dagli Stati Uniti, che rende ancora più fragile la capacità di incidere realmente sui grandi snodi della sorveglianza digitale. Le Autorità nazionali appaiono spesso impotenti di fronte allo strapotere delle big tech, mentre il controllo si esercita con maggiore facilità verso soggetti più piccoli, più esposti, più vulnerabili.
Il giornalismo indipendente come bersaglio facile
Report può contare sulla forza della Rai, su una struttura che garantisce visibilità e protezione. Matrice Digitale no. Matrice Digitale vive esclusivamente della propria credibilità, del lavoro quotidiano, di una comunità di lettori che riconosce il valore dell’approfondimento.
Ed è proprio per questo che diventa un bersaglio più facile. Penalizzare un sito indipendente, colpirlo algoritmicamente o tentare di oscurarlo tecnicamente, costa poco e produce effetti immediati. Nessuno scandalo, nessuna interrogazione parlamentare, nessuna difesa automatica.
Eppure, se due coincidenze non fanno una prova, è legittimo chiedersi cosa accadrà al terzo episodio. Se qualcuno, non riuscendo a fermare l’attività redazionale, tenterà qualcosa di più grave.
Matrice Digitale, però, ha già dimostrato di essere pronta. Ha resistito all’attacco informatico, ha continuato a pubblicare, ha mantenuto la propria linea editoriale. E continuerà a farlo, perché il giornalismo, quando è davvero indipendente, non chiede permesso e non arretra.