La Cina robot umanoidi ha già superato la fase sperimentale: nel 2025 Pechino concentra quasi 13.000 installazioni su 16.000 globali, trasformando la robotica umanoide da vetrina tecnologica a infrastruttura industriale reale. Il sorpasso non riguarda solo i numeri, ma il metodo: produzione di massa, consolidamento industriale e modelli di AI pensati per il mondo fisico, non per la superintelligenza astratta. In questo scenario, aziende come Agibot e Unitree Robotics diventano il baricentro di un ecosistema che rischia di fissare standard globali di fatto, lasciando l’Occidente in una posizione reattiva.
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Installazioni record: perché il 2025 segna uno spartiacque
Nel 2025 il mercato globale dei robot umanoidi raggiunge circa 16.000 unità installate, ma oltre l’80% è concentrato in Cina. Agibot guida le spedizioni con oltre 5.200 robot, seguita da Unitree con circa 4.200 unità. A distanza arrivano Ubtech Robotics, Leju Robotics, Engine AI e Fourier Intelligence, tutte realtà cinesi che, insieme, controllano circa il 73% del mercato mondiale.
Il dato più rilevante non è solo la quota, ma la velocità: la crescita è pari a +480% anno su anno, un ritmo che non ha precedenti in questo segmento. Nello stesso periodo, player occidentali come Tesla restano sotto il 5% di market share, incapaci di scalare con la stessa rapidità nonostante capacità tecnologiche avanzate.

Questa asimmetria evidenzia una verità scomoda: la gara non si sta vincendo nei laboratori, ma nelle fabbriche.
Produzione di massa come strategia, non come conseguenza
La Cina ha scelto deliberatamente di industrializzare presto i robot umanoidi, accettando compromessi tecnologici pur di mettere unità operative sul campo. Fabbriche a Shanghai e Hangzhou producono in serie, abbattendo i costi unitari e rendendo possibile il deployment in logistica, manifattura e automotive, settori che da soli rappresenteranno circa il 72% delle installazioni entro il 2027.

Questo approccio contrasta con quello occidentale, più frammentato e orientato a prototipi ad altissima complessità, spesso non pronti per una produzione scalabile. Pechino, al contrario, ha spinto per un consolidamento industriale esplicito, riducendo duplicazioni di ricerca e favorendo sinergie tra aziende, università e fondi pubblici.
Il risultato è un ecosistema in cui decine di migliaia di unità diventano plausibili già nel breve periodo, mentre in Europa e Stati Uniti la discussione resta spesso confinata a roadmap e dimostratori.
World models e AI fisica: la vera posta in gioco
La leadership cinese non si basa solo sull’hardware, ma su una visione diversa dell’intelligenza artificiale. La robotica umanoide richiede world models, ovvero modelli neurali addestrati su video, immagini e interazioni fisiche, non su testo. È qui che la Cina sta costruendo un vantaggio cumulativo.
Agibot ha rilasciato dataset e modelli come World e G0-1, pensati per l’apprendimento motorio e percettivo. Unitree ha reso open source framework come UnifoLM-WMA-0, utilizzato sui robot G1, puntando esplicitamente su educazione e diffusione. Questo approccio abbassa le barriere di ingresso e accelera l’adozione, creando un ecosistema che cresce per inerzia positiva.
Sul fronte occidentale, Nvidia propone piattaforme come Cosmos e modelli fondazionali come GR00T, ma con licenze limitate alla ricerca e costi infrastrutturali elevati. L’innovazione c’è, ma la distribuzione è lenta e poco democratica rispetto all’offerta cinese.
Investimenti pubblici e consolidamento industriale
Un altro fattore decisivo è il sostegno statale strutturato. La Cina ha annunciato investimenti complessivi stimati in circa 128 miliardi di euro nel lungo periodo per la robotica avanzata. Parallelamente, il numero di aziende attive nel settore è cresciuto da meno di 100 a oltre 150, ma con una chiara strategia di razionalizzazione: Pechino ha dichiarato apertamente di voler evitare “troppi sforzi duplicati”.
Questo tipo di coordinamento è spesso visto con sospetto in Occidente, ma nel caso dei robot umanoidi produce un effetto tangibile: meno dispersione, più standardizzazione, più velocità. In un mercato nascente, questo può tradursi in lock-in tecnologico globale, dove chi arriva tardi deve adattarsi a standard già fissati.
Proiezioni: da nicchia a infrastruttura
Le stime di analisti come Omdia indicano che le installazioni cumulative di robot umanoidi supereranno 100.000 unità entro il 2027 e potrebbero arrivare a 2,6 milioni entro il 2035. Se il ritmo attuale sarà mantenuto, la Cina entrerà in questa fase con un vantaggio difficilmente colmabile.
Emergono anche modelli Robot-as-a-Service, promossi da Agibot e Unitree, che riducono ulteriormente i costi di adozione per le aziende. L’obiettivo non è vendere “il robot perfetto”, ma rendere il robot disponibile, anche in versioni meno sofisticate ma immediatamente utili.
Qui sta forse la differenza più profonda: la Cina non sta inseguendo la superintelligenza, ma la banalizzazione dell’automazione umanoide.
Occidente: innovazione senza scala
Negli Stati Uniti e in Europa l’innovazione resta di altissimo livello, ma soffre di assenza di coordinamento e di una filiera manifatturiera meno flessibile. Tesla, Figure AI e altri attori cercano di recuperare terreno, ma la distanza in termini di unità deployate è già ampia.
Il rischio non è solo economico, ma geopolitico. Se la Cina fissasse standard hardware, software e operativi per la robotica umanoide, l’Occidente si troverebbe a importare infrastrutture critiche, come già avvenuto in altri settori industriali.
Domande frequenti su robot umanoidi e Cina
Perché la Cina domina già il mercato dei robot umanoidi?
Perché ha puntato su produzione di massa, consolidamento industriale e deployment rapido, invece che su prototipi isolati ad altissima complessità.
I robot umanoidi cinesi sono tecnologicamente superiori?
Non sempre sul piano teorico, ma sono più diffusi, più economici e più operativi, il che crea un vantaggio cumulativo difficile da recuperare.
Cosa sono i world models e perché sono cruciali?
Sono modelli di AI addestrati su dati visivi e fisici per interagire con il mondo reale. Senza di essi, i robot non possono operare in ambienti complessi.
L’Occidente può ancora recuperare terreno?
Sì, ma solo accelerando produzione, standardizzazione e deployment. Senza scala industriale, l’innovazione rischia di restare confinata ai laboratori.
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