La notizia è ormai nota. Il Collegio del Garante per la protezione dei dati personali è stato travolto da una burrasca mediatica che, il 15 gennaio, si è trasformata in una vera e propria tempesta giudiziaria. L’avvio di un procedimento penale, con capi di imputazione provvisori per peculato e corruzione, ha aperto uno scenario inedito per una delle Autorità più rilevanti dell’ordinamento italiano. Nel frattempo Guido Scorza ha rassegnato le dimissioni dal Collegio. Ed è proprio da qui che si apre la domanda cruciale: cosa accade ora sul fronte giudiziario e istituzionale.
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L’avvio dell’inchiesta e le prime mosse processuali
Il procedimento ha preso forma con l’adozione di misure cautelari reali, attraverso sequestri disposti a seguito di perquisizioni negli uffici del Garante e nelle abitazioni private dei componenti coinvolti. Si tratta di una fase iniziale ma già estremamente significativa. Come evidenziato dall’avvocato Fulvio Sarzana, è prassi in casi di questo tipo che gli indagati presentino richiesta di riesame delle misure cautelari reali, contestando l’assenza dei presupposti per il sequestro di dispositivi, computer, telefoni e documenti.
Questa iniziativa, che spesso viene adottata anche quando le possibilità di successo sono limitate, ha una funzione strategica chiara: costringere il Pubblico Ministero a trasmettere rapidamente gli atti al Tribunale del Riesame, consentendo così agli indagati di accedere a documentazione che altrimenti resterebbe coperta dal segreto istruttorio per mesi. È in questo contesto che si utilizza la formula della “richiesta di riesame con riserva di motivi”, un passaggio tecnico ma centrale nella dinamica dell’indagine.
Una volta ottenuto l’accesso agli atti, la difesa potrà articolare l’impugnazione nel merito. Il Tribunale della Libertà, ed eventualmente la Corte di Cassazione, saranno chiamati a decidere se confermare o revocare i sequestri. I tempi, almeno sulla carta, sono rapidi: circa due settimane, compatibilmente con il carico di lavoro del Tribunale di Roma.
Il nodo istituzionale: un Collegio che resta in carica sotto inchiesta
Nel caso del Garante Privacy, però, emerge un fatto di particolare gravità istituzionale. Con l’eccezione di Guido Scorza, i componenti del Collegio hanno deciso di rimanere in carica. Questo determina una situazione anomala: l’organo sovraordinato continua a esercitare le proprie funzioni mentre è direttamente coinvolto in un procedimento penale, e si trova nella condizione di conoscere e potenzialmente incidere sulla posizione dei dipendenti che sono stati ascoltati dalla Procura di Roma.
Il rischio per i lavoratori interni all’Autorità è evidente. Non solo sul piano umano e professionale, ma anche sul piano processuale. È proprio per evitare scenari di questo tipo che, nei casi di ipotesi di reati contro la pubblica amministrazione, la prassi suggerisce ai vertici istituzionali di fare un passo indietro, almeno temporaneamente. Non per ammettere responsabilità, ma per tutelare l’ente e prevenire l’aggravarsi della posizione giudiziaria.
Misure cautelari e rischio sospensione: ciò che può accadere ora
Come sottolinea Sarzana, la permanenza in carica può contribuire, anche involontariamente, a far maturare i presupposti per misure più gravi, come le misure coercitive personali o, per i reati contestati, la sospensione dall’esercizio delle funzioni del pubblico ufficiale, prevista dall’articolo 289 del codice di procedura penale. È una possibilità concreta, non teorica, che si innesta proprio nel rapporto tra funzione esercitata e indagine in corso.
In contesti simili, la soluzione di compromesso adottata talvolta è quella dell’auto-sospensione, accompagnata dall’assenza totale di contatti con i co-indagati e da un atteggiamento di assoluto silenzio. Un contegno ritenuto necessario per attraversare la fase più delicata del procedimento senza aggravare il quadro.
Difesa nel merito e criticità probatorie
Quando l’indagine entrerà nella sua fase strutturata, con capi di imputazione definitivi, si passerà alla difesa nel merito. Secondo quanto filtra, le linee difensive potrebbero concentrarsi su più livelli. Da un lato, sulla natura autorizzata delle spese contestate nell’ipotesi di peculato. Dall’altro, sulla genericità dell’accusa di corruzione, che allo stato appare priva di un chiaro corruttore individuato. Un ulteriore fronte riguarda l’acquisizione di documenti e testimonianze, avvenuta anche nell’ambito di inchieste giornalistiche, e la loro compatibilità con i meccanismi di acquisizione delle prove previsti dal codice di procedura penale.
L’analisi di Sarzana conferma le ricostruzioni di Matrice Digitale
L’intervento dell’avvocato Fulvio Sarzana assume un valore che va oltre la semplice analisi tecnica. Le sue considerazioni confermano in modo puntuale le supposizioni avanzate da Matrice Digitale già nel dicembre scorso, quando la testata aveva evidenziato come la denuncia per intrusione e la gestione dell’emergenza potessero rappresentare anche una strategia per accedere agli atti dell’indagine in una fase anticipata.
Oggi quella strategia appare ancora più problematica. Sarzana evidenzia infatti come la permanenza in carica dei garanti indagati aumenti i rischi per i dipendenti dell’Autorità, esponendoli a pressioni dirette e indirette in un contesto già compromesso. Questo passaggio rafforza anche un altro punto centrale che conferma l’esclusiva di Matrice Digitale: il rischio concreto che, per chi non ha scelto la strada delle dimissioni, possano maturare misure cautelari personali o interdittive, proprio a causa della continuità nell’esercizio delle funzioni.
Continuità amministrativa e sopravvivenza dell’Autorità
Resta infine la questione più ampia e forse più grave: come può sopravvivere istituzionalmente il Garante Privacy in queste condizioni, fino alla naturale scadenza del mandato prevista nel 2027. La continuità amministrativa, i rapporti tra Collegio e dipendenti, la tutela dei cittadini e la credibilità stessa dell’Autorità risultano oggi fortemente compromessi.
È una domanda che, come osserva Sarzana, dovrebbero porsi tutti i soggetti coinvolti in questa vicenda. Eppure, mentre lo scenario giudiziario si fa sempre più complesso, la sensazione è che l’attenzione sia rivolta altrove. Con il rischio concreto che il Garante Privacy diventi non più un presidio di garanzia, ma un campo di battaglia permanente tra diritto, politica e magistratura.
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