Mediaset: contrattacco a Fabrizio Corona. Potere mediatico, censura percepita e resa dei conti prima di Falsissimo

di Livio Varriale
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corona vs mediaset

Mediaset ha deciso di passare al contrattacco contro Fabrizio Corona nel momento più delicato, alla vigilia della messa in onda della terza puntata di falsissimo, la trasmissione che avrebbe dovuto concentrarsi direttamente su Mediaset, sui suoi assetti interni e sulle dinamiche di potere che, nella narrazione di Corona, emergono a partire dal caso Alfonso Signorini. L’iniziativa non appare improvvisata ma calibrata, osservata con attenzione dagli ambienti giuridici e politici, e segna un cambio di passo netto: non più attendere che il racconto arrivi al pubblico, ma tentare di fermarlo prima.

Il contesto mediatico e la frattura nell’opinione pubblica

L’opinione pubblica si presenta spaccata e disorientata. Una parte legge l’azione come una reazione inevitabile di fronte a un attacco frontale; un’altra vi scorge il tentativo di chiudere spazi narrativi, rafforzando la percezione di una censura preventiva. La vicenda va ben oltre il singolo programma o il personaggio di Corona, perché investe il ruolo di Mediaset come principale gruppo mediatico privato italiano, centro di influenza culturale e politica e pilastro di un sistema informativo costruito nel tempo attorno alla figura di Silvio Berlusconi.

Il nodo giuridico e la tutela degli interessi aziendali

Dal punto di vista formale, il presupposto giuridico è chiaro: tutelare gli interessi dell’azienda e la reputazione dei suoi dirigenti. Per un gruppo quotato e strategico come Mediaset, la difesa legale rappresenta un passaggio quasi obbligato quando vengono percepiti rischi di diffamazione o danni reputazionali. Tuttavia, il contesto rende questa scelta più carica di significati simbolici. L’azione legale, pur legittima, assume un valore politico e comunicativo che travalica il piano giudiziario.

La famiglia Berlusconi e il controllo della narrazione

La famiglia Berlusconi, oggi impegnata in una gestione che tenta di separare l’eredità storica dall’attuale posizionamento industriale e istituzionale, non può permettersi che una narrazione alternativa si imponga senza contraddittorio. Il tentativo di impedire la messa in onda di Falsissimo, l’appello alla Dda e le richieste di intervento sui canali social di Corona vengono letti come un segnale forte: Corona viene dipinto come un soggetto pericoloso non solo per ciò che afferma, ma per l’effetto che produce sull’opinione pubblica.

L’appello alla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano dovrebbe essere un campanello di allarme per Corona perché potrebbe far presagire qualche sospetto di aderenza con ambienti malavitosi da parte della Giustizia, che Corona non ha nascosto di aver frequentato nel suo documentario Netflix.

Il travaso di pubblico dalla televisione ai contenuti di Corona

Dal momento in cui è esploso il caso Signorini, si è registrato un travaso simbolico di attenzione dalla televisione generalista verso i contenuti di Corona, in particolare nella fascia del lunedì sera. Non si tratta solo di numeri, ma di un segnale culturale: la televisione tradizionale temporaneamente svuotata a favore di una narrazione alternativa, aggressiva e disordinata, ma percepita da una parte dell’audience come più autentica. Questo spostamento ha incrinato un equilibrio che sembrava consolidato, mostrando come il controllo del racconto non sia più monopolio delle grandi emittenti.

Pier Silvio Berlusconi, Marina Berlusconi e il nervo scoperto del potere

Nel racconto di Corona entrano in gioco figure chiave come Pier Silvio Berlusconi, attorno al quale si sta costruendo da tempo un posizionamento pubblico da manager moderno, e soprattutto Marina Berlusconi, vertice finanziario dell’impero familiare e depositaria di una rete di relazioni economiche e istituzionali. È su quest’ultimo punto che lo scontro assume i contorni di una sfida diretta. Secondo alcune interpretazioni, l’escalation di Corona servirebbe ad alzare il prezzo del silenzio, ipotesi che lui stesso ha pubblicamente smentito, rivendicando l’assenza di trattative e la volontà di andare fino in fondo.

Radicalità, vendetta e costruzione del personaggio

Questa radicalità rende la situazione esplosiva. Da un lato c’è un gruppo mediatico che utilizza strumenti legali e istituzionali; dall’altro un personaggio che rivendica una missione personale, alimentata anche da una dichiarata vendetta. Nell’intervista a Massimo Giletti a Lo Stato delle cose, Corona ha raccontato un conto aperto con un sistema che, a suo dire, avrebbe distrutto suo padre. È una narrazione che mescola biografia, risentimento e strategia comunicativa, ma che trova terreno fertile in un pubblico già diffidente verso i grandi poteri mediatici.

Social network, sequestro e rischio boomerang

La richiesta di spegnimento o sequestro dei social rappresenta una misura estrema. Sul piano teorico può limitare la diffusione di contenuti ritenuti illeciti, ma sul piano comunicativo rischia di produrre un effetto boomerang, rafforzando l’immagine di Corona come vittima di un sistema che tenta di silenziarlo. In caso di violazioni specifiche, il rischio giudiziario per Corona resta concreto, ma sul piano narrativo sembra quasi funzionale alla sua strategia di visibilità.

Netflix e la nuova legittimazione pubblica di Corona

A rafforzare questa fase c’è anche il documentario pubblicato su Netflix, che ha contribuito a ridefinire l’immagine pubblica di Corona. Non più soltanto il “re dei paparazzi”, ma un outsider del sistema che parla a un pubblico trasversale. Questa trasformazione spiega perché la sua narrazione venga seguita non solo dai più giovani, ma anche da fasce più mature e tradizionalmente distanti.

Il silenzio degli altri media e il caso Signorini

Nel frattempo, la posizione di Alfonso Signorini appare mediaticamente fragile. Le indiscrezioni su ulteriori denunce e sugli sviluppi legati alla terza puntata di Falsissimo hanno creato un clima di sospensione. Molti media hanno scelto di spegnere rapidamente la vicenda, evitando approfondimenti, dando l’impressione di un equilibrio non scritto tra testate ed emittenti. Un equilibrio che solo Giletti sembra aver deciso di ignorare.

Informazione italiana e cartello mediatico

È in questo quadro che si inserisce la riflessione più ampia sul funzionamento dell’informazione italiana. Notizie che circolano sottotraccia, storie smussate per non compromettere rapporti di potere, e un sistema che rischia di assumere i contorni di un cartello informativo. Un sistema che si intreccia con la presenza istituzionale di figure provenienti dal mondo Mediaset, come Alberto Baracchini, e con il ruolo pubblico di personalità come Paolo Benanti la cui commissione ha creato non pochi malumori al delegato su AI e Trasformazione Digitale Alessio Butti.

Censura, consenso e rischio effetto Weinstein

La questione centrale resta la legittimità e l’efficacia dell’intervento della famiglia Berlusconi. Bloccare una puntata può essere giuridicamente fondato, ma sul piano dell’opinione pubblica rischia di essere letto come atto censorio. In un’epoca segnata da una crescente sensibilità verso gli abusi di potere, la narrazione di Corona potrebbe essere interpretata come la denuncia di un sistema opaco, indipendentemente dalla sua fondatezza, generando un parallelo emotivo con altri casi simbolici.

Corona, consenso trasversale e ipotesi politica

Allo stesso tempo, appare irrealistico pensare che un singolo personaggio possa abbattere un colosso mediatico. Più plausibile è uno scontro di delegittimazione reciproca. Ciò che colpisce è il consenso crescente attorno a Corona, che sembra estendersi anche a settori del tessuto dirigente e dell’elettorato attivo. Non è secondario che Corona abbia accennato all’idea di creare un soggetto politico, intercettando il malcontento verso un sistema percepito come chiuso.

Uno scontro che va oltre la televisione

Il confronto tra Mediaset e Fabrizio Corona non è una semplice disputa legale o televisiva. È lo scontro tra un modello di potere consolidato e una narrazione che si propone come antisistema, tra la difesa degli equilibri esistenti e la loro messa in discussione pubblica.

Qualunque sarà l’esito immediato, l’effetto è già evidente: fratture, nervi scoperti e dinamiche che, fino a poco tempo fa, restavano confinate dietro le quinte sono ora sotto gli occhi di tutti.

Domande frequenti su Mediaset contro Fabrizio Corona

Perché Mediaset tenta di fermare falsissimo prima della messa in onda?

Mediaset ritiene che la trasmissione possa contenere affermazioni potenzialmente diffamatorie o lesive della reputazione aziendale e dei suoi dirigenti. L’azione preventiva mira a tutelare interessi economici, legali e d’immagine, evitando danni difficilmente reversibili una volta che il contenuto viene diffuso al pubblico.

L’intervento di Mediaset può essere considerato censura?

Sul piano giuridico l’intervento rientra nella tutela legale di un soggetto privato. Tuttavia, sul piano comunicativo e politico, una parte dell’opinione pubblica lo percepisce come censura preventiva, soprattutto perché avviene prima della diffusione del contenuto e coinvolge richieste di limitazione dei canali di comunicazione.

Perché Fabrizio Corona viene considerato pericoloso dal gruppo mediatico?

Corona non è considerato pericoloso solo per ciò che afferma, ma per la capacità di spostare attenzione, consenso e pubblico dalla televisione tradizionale verso una narrazione alternativa. Questo impatto simbolico mette in discussione il controllo del racconto da parte dei grandi gruppi mediatici.

Quali conseguenze può avere questo scontro sul sistema informativo italiano?

Lo scontro evidenzia fragilità strutturali del sistema informativo italiano, tra concentrazione del potere mediatico, autocensura e perdita di fiducia del pubblico. Indipendentemente dall’esito giudiziario, il caso contribuisce a rafforzare il dibattito su pluralismo, libertà di informazione e rapporti tra media, potere e consenso.

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