La notizia, questa volta, non è soltanto che Falsissimo si ferma sul filone Alfonso Signorini. La notizia è che Fabrizio Corona, nel suo audio, prova a trasformare lo stop in una leva: annuncia che sospende la produzione su Signorini per effetto del provvedimento d’urgenza, ma nello stesso respiro promette che non lascerà il pubblico “senza la puntata del lunedì” e sposterà il fuoco su Mediaset, evocando nomi e volti che appartengono al cuore dell’intrattenimento televisivo e del potere editoriale. È un cambio di traiettoria che non nasce da una scelta creativa, ma da una pressione giudiziaria che, per come viene raccontata, impone una linea rossa immediata: “non pubblicare”, e persino “rimuovere” quanto già pubblicato.
Corona non si limita a contestare l’esito. Contesta il modello. Definisce la decisione un “Settecento” pericoloso, parla di un giudice che “ha scelto di stare dalla parte del potere” e lega quella misura a un rischio che, secondo lui, non riguarda solo il suo canale, ma riguarda il perimetro futuro dell’inchiesta e della critica pubblica. L’argomento è chiaro: se una tutela cautelare diventa un precedente rigido, allora ogni contenuto che tocchi un soggetto potente rischia di essere fermato prima ancora che una sentenza di merito stabilisca confini e responsabilità. In questa narrazione, il tempo giudiziario diventa la vera arma: perché un provvedimento urgente, anche se temporaneo, produce un effetto immediato che è spesso irreversibile sul piano mediatico.
Cosa leggere
Il provvedimento d’urgenza come interruttore dell’informazione seriale
Quando un format vive di appuntamenti, e quando l’aspettativa è parte integrante del prodotto, un provvedimento cautelare non è soltanto un atto che regola un diritto. È un interruttore che spegne una storia mentre sta andando in onda. Corona lo interpreta così e lo enfatizza così: “ci aspettavamo” questa scelta, dice, e subito dopo sposta il discorso dal suo caso al sistema. L’accusa, nella sua forma più netta, è che il giudice avrebbe “salvato un potente” e che questo segnerebbe un problema per chi vorrà “fare inchiesta”, aggiungendo che “non la fanno più” e che gli altri giornalisti dovrebbero preoccuparsi.
È un passaggio che va maneggiato con precisione, perché qui si sovrappongono piani diversi. Da un lato c’è lo strumento giuridico: l’urgenza serve a prevenire un danno ritenuto attuale e grave, in attesa del merito. Dall’altro c’è la sua lettura pubblica: lo stop viene vissuto come una forma di controllo preventivo che, nella percezione di chi ascolta, assomiglia a una chiusura anticipata del dibattito. Corona, nell’audio, costruisce esattamente questa equivalenza: non la chiama soltanto tutela, la chiama scelta di campo.
La contestazione sul “diritto di critica” e la frattura tra giornalismo e cittadinanza
Uno dei punti più incendiari dell’audio è la frase attribuita al provvedimento: Corona sostiene che il giudice avrebbe scritto che lui non può esercitare il “diritto di critica” perché “non è un giornalista”. Corona risponde definendo l’assunto “sbagliato” e lo estende a una tesi politica: se passa quell’idea, allora “nessun cittadino italiano potrà dire cosa pensa dell’altro”. In questo passaggio, l’audio smette di essere solo la cronaca di un contenzioso e diventa una guerra di definizioni.
Chi può criticare? Chi può raccontare? Chi può fare inchiesta? E soprattutto: chi decide dove finisce la critica e dove inizia la lesione?
Corona usa un linguaggio aggressivo, volutamente teatrale, e lo lega a un’immagine di giudice “strambo”, “bullo”, “superiore”, fino all’episodio dell’aula e alla frase “guardami in faccia”. È una costruzione narrativa che serve a delegittimare l’autorità del provvedimento non solo sul piano tecnico, ma sul piano umano e simbolico. Il messaggio implicito è che non si sta discutendo di un bilanciamento tra diritti, ma di un’asimmetria: un potere che si protegge e un soggetto che viene ridotto al silenzio.
Qui, però, c’è un punto cruciale che nell’audio emerge in controluce: Corona parla di parole “un pochettino forti” e ammette il rischio economico e reputazionale della diffida, dicendo in sostanza “mi diffidi, pago quello che devo pagare”, ma contesta che si possa rappresentare il contenuto come mero materiale intimo e “decontestualizzato”. È un elemento importante perché sposta la discussione sul terreno della contestualizzazione, cioè sul modo in cui un contenuto viene presentato e interpretato: se il giudice ritiene che certe immagini o chat abbiano una finalità lesiva e non informativa, la tutela cautelare tende a premiare la prevenzione. Se l’autore ritiene invece che quel materiale abbia valore probatorio o giornalistico, la tutela appare come un taglio arbitrario.
Le “prove” e la cautela obbligata: quando un creator parla di procedimenti in corso
C’è un altro passaggio delicatissimo: Corona afferma che “quelle immagini e quelle chat” sarebbero alla base di un procedimento penale e sostiene che Signorini sarebbe indagato, aggiungendo dettagli gravi. Questo è un punto che, anche solo sul piano comunicativo, spiega perché la tensione giudiziaria salga di livello. Quando un contenuto online chiama in causa procedimenti, accuse e ipotesi di reato, il rischio di danno reputazionale e di contenzioso diventa immediato, e la giustizia civile tende spesso a muoversi con un criterio di prudenza.
Per questo, nella lettura giornalistica, va tenuta una distinzione netta: nell’audio non c’è una sentenza che accerta quei fatti, c’è una dichiarazione di Corona che li rivendica come base della sua narrazione. L’oggetto del conflitto, allora, non è solo “cosa è vero” ma anche “che cosa è lecito pubblicare ora”, con quali formule, con quale contesto, e con quale rischio.
L’appello come promessa e come trappola
Corona dice che “abbiamo fatto ricorso” e lega l’esito dell’appello a un rischio sistemico: se perde, “diventerà un problema per tutti”. È un modo efficace per trasformare una strategia difensiva in una bandiera politica. Ma è anche una trappola narrativa: perché l’appello, per definizione, ha tempi che non coincidono con i tempi della rete. Nel frattempo, il provvedimento opera, e l’effetto pratico è il congelamento. Corona, infatti, non annuncia una pausa generale: annuncia una sostituzione. Dice che non può “lasciare senza la puntata del lunedì”, richiama il pubblico a “richiamare gli amici” e promette un nuovo bersaglio.
Questo passaggio è centrale perché chiarisce la logica della piattaforma: quando un filone viene inibito, l’autore può tentare di mantenere l’attenzione spostando il racconto su un altro fronte, senza però violare l’ordine che lo riguarda. È un equilibrio tattico, non un arretramento. Ed è anche un modo per evitare un rischio esistenziale: su piattaforme come YouTube la storia non si misura solo in singoli video, ma nel rapporto tra canale, community, monetizzazione e continuità. Perdere un canale significa perdere l’infrastruttura stessa del progetto.
“Stasera Mediaset”: l’elenco di nomi come arma mediatica
Quando Corona cita, nel suo audio, nomi come Maria De Filippi, Gerry Scotti, Samira Lui, Pier Silvio e Marina, non sta semplicemente anticipando un contenuto. Sta lanciando un messaggio al sistema: se il filone Signorini viene chiuso o congelato, lui apre un fronte più ampio. È la classica tecnica di escalation che funziona soprattutto nel mercato dell’attenzione: la promessa di “sputtanare” diventa un detonatore di curiosità, sostituisce lo scoop mancato con un nuovo scoop annunciato, e mantiene la tensione alta.
Ma questa escalation, sul piano giuridico e sul piano reputazionale, aumenta anche la vulnerabilità. Più si sale di livello, più cresce la probabilità che nuove diffide e nuovi provvedimenti cautelari entrino in scena. Corona, infatti, chiarisce che “trattative non ne facciamo”. È una posizione che rafforza l’immagine del combattente contro il potere, ma riduce gli spazi di de-escalation che, in casi del genere, spesso servono a evitare il peggior scenario: il blocco sistematico del canale e un contenzioso che si trascina con effetti permanenti.
La retorica del “potere” e la funzione politica del conflitto
L’audio è costruito attorno a un concetto: il potere. Corona sostiene che il giudice avrebbe scelto la parte del potere, che la decisione avrebbe “salvato un potente”, e che questo segnerebbe un precedente contro l’inchiesta. È una retorica che parla a un pubblico già predisposto a leggere la televisione come sistema di influenza, e i tribunali come luoghi dove la tutela dei soggetti forti può diventare più rapida e più efficace rispetto a quella dei soggetti deboli.
Che questa lettura sia condivisibile o meno, produce un effetto concreto: sposta l’attenzione dal merito dei contenuti al merito della cornice, e costringe il pubblico a scegliere un campo prima ancora di conoscere i fatti. È un meccanismo tipico delle guerre mediatiche contemporanee: la vicenda giudiziaria diventa materia narrativa, il provvedimento diventa “prova” di un sistema, e la sospensione di una puntata diventa un evento nazionale, raccontato come se fosse saltata una finale.
In questo clima, anche il lessico dell’audio conta. Corona parla di vergogna, di rivolta del popolo, di giudice non “sopra le parti”. È un lessico che punta a delegittimare l’autorità, e che alza la posta simbolica: non si sta discutendo di un singolo contenuto, si sta discutendo di chi comanda e di chi può parlare.
Perché questa vicenda riguarda anche il giornalismo, al di là di Corona
Nel suo audio Corona chiama in causa i giornalisti: “se fossi negli altri giornalisti mi incazzerei”. È una provocazione, ma coglie un nervo scoperto. In Italia il confine tra critica, inchiesta, gossip e diffamazione è sempre stato un terreno minato, e i provvedimenti d’urgenza, proprio perché immediati, hanno un effetto di raffreddamento. Non perché impediscano per sempre la pubblicazione, ma perché spostano la decisione dal piano editoriale al piano del rischio legale immediato.
Per una testata, un provvedimento cautelare è un problema operativo e giuridico. Per un creator, è anche un problema di sopravvivenza del format. In entrambi i casi, però, l’effetto è simile: si produce un segnale al mercato dell’informazione secondo cui la tutela può arrivare prima della verifica completa dei fatti in sede di merito. Questo segnale, nel tempo, tende a cambiare comportamenti e scelte editoriali, soprattutto quando si parla di soggetti con potere economico, mediatico e legale.
In questo senso, l’audio di Corona è rilevante non perché stabilisca verità processuali, ma perché mostra come la guerra contemporanea tra creator e sistema mediatico passi per un triangolo che è sempre lo stesso: tribunale, piattaforma, opinione pubblica. Il tribunale interviene sull’urgenza, la piattaforma gestisce la distribuzione e applica regole proprie, l’opinione pubblica decide a chi credere. E in mezzo c’è un conflitto che spesso vive di promesse, di trailer, di minacce e di escalation, più che di fatti accertati.
Brevi su risposta Corona alla sentenza
Che cosa ha detto Corona nell’audio dopo lo stop su Signorini?
Corona sostiene che il provvedimento d’urgenza sia pericoloso per la libertà di critica e annuncia che sospende la produzione sul caso Signorini, promettendo però una puntata dedicata a Mediaset.
Cos’è un provvedimento “700” e perché incide così tanto sui contenuti online?
È una misura cautelare d’urgenza in sede civile che produce effetti immediati in attesa del giudizio di merito. Nel contesto digitale può bloccare la serialità e rendere inutilizzabile un intero filone narrativo.
Corona può continuare a pubblicare Falsissimo cambiando argomento?
Se rispetta l’inibizione e non viola l’oggetto del provvedimento, può impostare altri contenuti. Il rischio nasce quando i nuovi contenuti riproducono o aggirano il perimetro della decisione.
Perché Corona parla di “diritto di critica” e di cittadini non giornalisti?
Nell’audio contesta l’idea che la critica sia riservata ai giornalisti e sostiene che una lettura del genere restringerebbe la libertà di espressione anche per i cittadini. È una sua interpretazione polemica della motivazione.
Questa vicenda riguarda anche il giornalismo tradizionale?
Sì, perché i provvedimenti d’urgenza, per la loro immediatezza, possono avere un effetto di raffreddamento sul racconto di soggetti potenti, indipendentemente dal mezzo con cui quel racconto viene pubblicato.
Fabrizio Corona, Alfonso Signorini, Mediaset, tribunale di Milano, articolo 700, Falsissimo, diritto di critica
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