L’oro oltre 4.585 euro per oncia segna un passaggio storico che racconta molto più di un semplice rally dei metalli preziosi. Nelle stesse ore in cui l’oro supera per la prima volta questa soglia, l’argento vola sopra i 98 euro, mentre il Bitcoin scivola sotto gli 80.700 euro, innescando liquidazioni a catena nel mercato crypto. È il classico segnale di un mondo finanziario che entra in modalità risk-off, con capitali che abbandonano gli asset percepiti come più fragili per rifugiarsi in quelli considerati solidi da secoli.
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Oro a 4.585 euro: il segnale più chiaro della fuga dal rischio
Il superamento dei 4.585 euro per oncia non è solo un record nominale. È un indicatore di paura sistemica. L’oro, in poche sedute, ha visto affluire capitali istituzionali e difensivi, portando la sua capitalizzazione complessiva oltre i 32.095 miliardi di euro, un livello che lo colloca stabilmente sopra qualsiasi altra asset class per valore aggregato.
Dall’inizio dell’anno l’oro segna un +17%, una performance che, in condizioni normali, sarebbe già notevole. Ma il contesto attuale non è normale. Le tensioni geopolitiche si sommano a un clima di incertezza monetaria che rende l’oro non solo una copertura dall’inflazione, ma una vera e propria assicurazione contro il caos politico e finanziario.
Argento sopra i 98 euro: il rally più violento del ciclo
Se l’oro manda un messaggio, l’argento lo amplifica. Con un prezzo che supera i 98 euro, il metallo bianco registra un +47% da inizio anno, quasi tre volte la performance dell’oro. È un dato che non può essere ignorato.
L’argento combina due nature: bene rifugio e metallo industriale. Alla ricerca di sicurezza si aggiunge una domanda strutturale legata a elettronica, rinnovabili e tecnologie energetiche. Questo doppio motore rende l’argento estremamente sensibile ai cambiamenti di sentiment, ma anche capace di sovraperformare violentemente quando i flussi entrano.
Il rally partito a fine 2025 ha accelerato nelle ultime settimane, attirando non solo investitori istituzionali, ma anche una quota crescente di retail, spesso in cerca di un’alternativa “più accessibile” all’oro. Storicamente, quando l’argento corre così velocemente, il mercato sta prezzando uno stress profondo.
Bitcoin sotto pressione: il rifugio alternativo non regge
Mentre oro e argento volano, il Bitcoin perde terreno. Il prezzo è sceso sotto gli 80.696 euro, con un calo giornaliero dell’1,5% e una perdita settimanale che sfiora l’8% rispetto al massimo sopra gli 84.366 euro toccato il 19 gennaio.
Il movimento non è stato indolore. Nelle ultime ore si sono verificate liquidazioni per 123,8 milioni di euro su posizioni long, segno che molti operatori stavano ancora puntando su una tenuta del trend rialzista. La capitalizzazione complessiva del mercato crypto è scesa a 2.751 miliardi di euro, trascinando con sé anche le principali altcoin, da Ethereum a Solana.
Il messaggio è chiaro: in una fase di avversione al rischio estrema, Bitcoin viene ancora trattato come un asset speculativo, non come un vero bene rifugio. Quando la paura diventa sistemica, la liquidità torna verso strumenti che non devono dimostrare nulla.
Geopolitica e Fed: le due micce del panico
Alla base di questi movimenti c’è una combinazione esplosiva. Sul piano geopolitico, le frizioni tra Stati Uniti e Nato, il dibattito sulla Groenlandia e i timori di azioni militari contro l’Iran alimentano uno scenario di instabilità globale. I mercati non reagiscono tanto agli eventi in sé, quanto alla perdita di prevedibilità.
Sul fronte economico, pesa come un macigno la questione dell’indipendenza della Federal Reserve. L’indagine del Dipartimento di Giustizia sulla banca centrale statunitense e l’imminente nomina del successore di Jerome Powell, dopo l’ingresso di Stephen Miran nel board, hanno acceso il sospetto che la politica monetaria possa diventare terreno di scontro politico.
Quando la credibilità delle banche centrali viene messa in discussione, l’oro diventa immediatamente il termometro della fiducia. E oggi quel termometro segna febbre alta.
Perché i flussi si stanno spostando così velocemente
Il comportamento degli investitori è coerente. In poche ore si è visto un deflusso di capitali dagli asset ad alta volatilità verso strumenti percepiti come stabili. Non è un caso che l’argento, più volatile dell’oro, stia sovraperformando: è il segnale che il mercato non cerca solo protezione, ma anche leva sullo scenario di crisi.
Nel crypto, l’indice Fear & Greed è sceso a 25, zona di paura estrema. Questo livello storicamente coincide con fasi di capitolazione, ma anche con periodi in cui la fiducia viene messa seriamente alla prova. Il fatto che figure come Michael Saylor continuino a difendere Bitcoin come asset strategico non basta, nel breve periodo, a contrastare la forza dei flussi macro.
Un cambio di paradigma temporaneo, non definitivo
Il rally di oro e argento e il calo del Bitcoin non sanciscono la fine delle criptovalute. Ma indicano chiaramente che, in questo momento storico, il mercato sta scegliendo certezze antiche contro promesse moderne. Quando il mondo appare instabile, l’oro non deve spiegarsi. Bitcoin, invece, sì.
La domanda vera non è se questi livelli reggeranno, ma quanto a lungo durerà la fase di paura. Finché geopolitica e politica monetaria resteranno sotto stress, i metalli preziosi continueranno a fungere da calamita per i capitali.
Domande frequenti su oro, argento e Bitcoin
Perché l’oro ha superato i 4.585 euro proprio ora?
Per l’aumento simultaneo di rischio geopolitico e incertezza sulla politica monetaria, che spinge gli investitori verso asset considerati storicamente sicuri.
L’argento è più rischioso dell’oro?
Sì, è più volatile, ma proprio per questo può offrire rendimenti maggiori in fasi di stress, grazie anche alla sua domanda industriale.
Il calo del Bitcoin è strutturale?
No, è legato al contesto macro. In fasi di panico, Bitcoin viene ancora venduto insieme agli asset risk-on.
Questo scenario penalizza le criptovalute nel lungo periodo?
Non necessariamente. Ma nel breve, i flussi mostrano che oro e argento restano i rifugi primari quando la fiducia nei mercati vacilla.
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