La puntata di Falsissimo tanto attesa è arrivata, ma con un cambio di traiettoria evidente: invece di restare concentrata su Alfonso Signorini, ha ripiegato su un racconto più ampio del sistema Mediaset, proprio perché il blocco ha imposto un perimetro diverso e perché, su quello specifico filone, la partita si sposta ora sul piano giudiziario, nell’attesa del ricorso contro la decisione del tribunale. Il risultato è una puntata che entra più nel territorio del gossip e dell’indotto mediatico, ma che allo stesso tempo lascia emergere elementi utili per capire come funziona la macchina della visibilità, della protezione reputazionale e del potere editoriale.
Il dato che più interessa non è l’ennesima voce di corridoio trasformata in spettacolo, ma l’effetto complessivo. Da un lato, Fabrizio Corona prova a demolire la credibilità di un mondo che vive di copertine patinate e di soggetti “inavvicinabili”. Dall’altro, dentro lo stesso racconto, Corona costruisce il proprio posizionamento:
non solo come protagonista di un format, ma come figura che rivendica di poter incidere sul piano politico, sfruttando il web e piattaforme che non rispondono alle logiche della televisione tradizionale.
Cosa leggere
Il blocco su Alfonso Signorini e il ripiegamento sul sistema Mediaset
Il blocco è il punto di svolta, perché costringe la narrazione a cambiare bersaglio e ad allargare il campo. La puntata mostra un sistema che reagisce quando un caso diventa troppo esposto e quando il rischio supera la soglia gestibile per un gruppo televisivo. In questo contesto, la vicenda legata a Alfonso Signorini resta sullo sfondo, perché deve seguire il suo percorso nelle sedi competenti e perché l’attesa del ricorso introduce una fase in cui le parole hanno conseguenze dirette.
In parallelo, però, viene messo in scena il tema che conta davvero: Mediaset come sistema, non come somma di programmi. Un ecosistema che vive di reputazioni, di conduzioni seriali, di “televisione rassicurante”, di coperture e protezioni che spesso non si vedono finché non esplode una crisi. La puntata, in questa chiave, diventa una radiografia delle dinamiche interne: quando un personaggio è funzionale, viene sostenuto; quando un personaggio diventa vulnerabile, si attivano codici, sospensioni, contenimenti.
Corona “scende in campo”: la notizia politica e il viaggio negli Stati Uniti
La notizia che emerge con più forza è politica: Fabrizio Corona vuole scendere in campo. Non è un dettaglio narrativo, è un cambio di fase. Corona chiede al pubblico di seguirlo su un progetto che non viene presentato come semplice intrattenimento, ma come tentativo di costruire una rappresentanza di chi si dice stanco dell’assenza di merito e di una narrazione pubblica che premia chi si adegua al sistema.
Corona insiste su un punto: dietro di lui non ci sarebbe un pubblico composto solo da follower attratti dal personaggio o dalla dinamica spettacolare, ma una parte di classe dirigente che si riconosce in questa frattura.
È un’operazione di legittimazione: trasformare una community in un blocco potenzialmente politico, e trasformare l’attenzione in potere.
Dentro questo posizionamento entra anche il riferimento agli Stati Uniti e a Donald Trump, evocato attraverso l’idea di un incontro mediato da un rappresentante legato alla Casa Bianca. L’obiettivo comunicativo è chiaro: portare la narrazione su un piano internazionale e suggerire che la battaglia non sia solo contro un’azienda o un ambiente, ma contro un modello di controllo della visibilità che in Italia si manifesta dentro la televisione e fuori, sulle piattaforme.
Copertine patinate, dossier e reputazione: il potere informativo del gossip
Il gossip, in questa storia, non è semplicemente gossip. È uno strumento di potere, perché costruisce e distrugge reputazioni. Corona racconta un ambiente in cui alcune figure vengono ripulite, rese “candide”, mentre altre vengono lasciate esposte, anche quando si muovono nello stesso sistema. La tesi è che esista una narrazione che tende a proteggere chi si adegua e a isolare chi rompe l’equilibrio.
In questa cornice viene richiamata anche l’idea di un potere informativo legato alle copertine e alle relazioni e che renderebbe Signorini così potente da tenere in scacco la dirigenza di Mediaset e Mondadori: un patrimonio di storie, contatti e informazioni che attraverserebbe imprenditori, politici e mondo dello spettacolo. È qui che la puntata prova a colpire la credibilità del sistema: non tanto con l’effetto sorpresa, ma con la costruzione di un’immagine precisa, quella di un meccanismo che si regge sulla gestione della reputazione come moneta.
Sul fronte Alfonso Signorini, la narrazione intreccia due piani: quello aziendale, con riferimenti a codici interni e sospensione, e quello giudiziario, che resta distinto e che impone cautela perché riguarda ipotesi e contestazioni che devono essere accertate nelle sedi competenti. Il punto, nel racconto complessivo, non è emettere sentenze, ma mostrare come un caso diventi ingestibile quando introduce un rischio che supera la normale amministrazione dell’immagine.
Testimonianze e metodo: dalla voce di corridoio al format come arma
Corona rivendica un metodo che usa come leva: le testimonianze. La distinzione è netta. Una cosa è “sapere” qualcosa per voci di corridoio, un’altra è portare quelle dinamiche dentro un format e farle diventare un dispositivo narrativo, con l’obiettivo di impoverire la credibilità del sistema. In questa impostazione, il format diventa un’arma comunicativa: non serve solo a raccontare, serve a colpire, logorare, delegittimare.
È qui che la puntata alza il livello di lettura. Anche quando scivola nell’indotto del gossip, l’effetto che cerca è più ambizioso: mettere sotto pressione un blocco percepito come compatto, un ambiente che per anni ha governato copertine, visibilità, reputazione e accesso al palcoscenico mediatico.
Numeri, visualizzazioni e Auditel: lo scontro tra metriche e legittimità
Un altro punto centrale è la battaglia sulle metriche. Corona rivendica milioni di visualizzazioni in poco tempo ed effettivamente ha totalizzato già più di un milione e mezzo di visualizzazioni sulla versione gratuita, ma il tema non è il modello di business. Il tema è il confronto implicito con Auditel, il campionamento statistico della televisione tradizionale.
Qui si apre una frattura che pesa più di questa singola vicenda. La televisione ha vissuto per decenni su un sistema di certificazione dell’audience che garantiva potere, mercato, gerarchie. Le piattaforme ribaltano tutto: numeri immediati, visibili, replicabili, usati come prova di legittimità. Corona, in questo schema, usa le visualizzazioni come argomento politico e culturale: i numeri delle piattaforme diventano la dimostrazione che la televisione non è più l’unico termometro del consenso.
Il punto, per Matrice Digitale, è osservare la conseguenza: se la legittimità passa dalle metriche, allora chi controlla la distribuzione e la visibilità controlla una parte del potere. E quando si parla di blocchi, limiti, rimozioni o pressioni, non si parla solo di contenuto, si parla di architettura del consenso.
Mediaset tra solidità economica e stress di un modello che cambia
Mediaset viene descritta come un potere ancora solido, con conti a posto e con un titolo che continua a salire. Allo stesso tempo questa solidità non significa immunità dal cambiamento, perché l’evoluzione della televisione europea impone nuove valutazioni nel tempo e impone operazioni che possono diventare dispendiose.
La questione di fondo è la transizione verso le piattaforme sulle smart tv, con accordi e dinamiche che spostano progressivamente attenzione e consumo verso contenuti distribuiti fuori dalla tv tradizionale. In questa traiettoria, il conflitto Corona-Mediaset non “fa fallire” nessuno, ma segnala una tensione più grande: il controllo culturale non coincide più automaticamente con il controllo tecnico del canale principale. La televisione continua a pesare, ma deve fare i conti con un ecosistema dove la visibilità si costruisce e si distrugge altrove.
Giornalisti, potere e solidarietà mancata: il blocco come assist al cartello
Corona sostiene che il blocco dovrebbe far impallidire i giornalisti. Qui la considerazione di Matrice Digitale è netta: no. La realtà mostrata dalla nostra esperienza è che una parte del giornalismo che detiene fette di potere tende a disinteressarsi quando la questione riguarda visibilità, distribuzione, diritti e margini di accesso, soprattutto se colpisce chi disturba un equilibrio.
Il meccanismo è semplice: bloccare un soggetto “disturbante” può trasformarsi in un assist per chi vuole mantenere rendite e gerarchie. È anche per questo che una voce fuori dal coro, che racconta i fatti in modo diverso, viene spesso lasciata sola. Matrice Digitale lo ha visto direttamente: quando sono arrivati blocchi e limitazioni, la solidarietà non è arrivata dagli addetti ai lavori. Non per caso, ma per logica di sistema, perché la credibilità viene spesso difesa come autoreferenzialità e il dissenso come minaccia.
Da qui discende un punto politico conclusivo, senza ambiguità: Matrice Digitale non voterà Fabrizio Corona. L’interesse non è aderire al personaggio, ma leggere il segnale. Falsissimo nelle puntate dedicate a Mediaset mette in luce un conflitto tra televisione, piattaforme, reputazione e potere, e lo fa usando il linguaggio che oggi produce più trazione: la guerra sulla visibilità.
Brevi sulla puntata di Falsissimo ep. 21
Perché la puntata di Falsissimo ha spostato l’attenzione da Alfonso Signorini a Mediaset?
Perché il blocco e il passaggio giudiziario hanno ristretto il perimetro, spingendo il racconto verso il sistema Mediaset nel suo complesso.
Cosa significa quando Fabrizio Corona dice che vuole “scendere in campo”?
Significa che prova a trasformare la trazione del web in un progetto politico, chiedendo al pubblico di seguirlo oltre il format.
Che ruolo hanno Donald Trump e gli Stati Uniti in questa narrazione?
Servono a dare al progetto un respiro internazionale e a collocare lo scontro mediatico dentro un immaginario politico più ampio.
Perché la partita sui numeri è legata ad Auditel?
Perché Corona usa le visualizzazioni come prova di legittimità alternativa alla certificazione televisiva basata sul campionamento.
Perché Matrice Digitale respinge l’idea che il blocco “faccia impallidire i giornalisti”?
Perché chi detiene potere nel giornalismo spesso non si muove su visibilità e blocchi quando colpiscono voci fuori dal coro, e il silenzio diventa parte del sistema.
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