Agcom mette sotto osservazione Falsissimo e i processi tv

di Livio Varriale
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Agcom apre una fase di verifiche su Falsissimo, il canale YouTube legato a Fabrizio Corona, e riaccende l’attenzione su un tema che in Italia resta a lungo normalizzato: la trasformazione della cronaca giudiziaria in un format permanente, soprattutto in televisione. La notizia, letta in superficie, appare come l’ennesimo scontro tra autorità e creator. Inserita nel suo contesto, rivela invece un passaggio di sistema. La regolazione degli influencer, nata per governare un web dominato da sponsorizzazioni e modelli aspirazionali, diventa la leva per ridefinire chi può parlare, come può farlo e con quale costo, quando un contenuto digitale tocca interessi industriali e reputazioni di primo livello.

La decisione dell’Autorità si colloca dentro le linee guida per l’applicazione del Testo unico dei servizi di media audiovisivi agli influencer e nel relativo Codice di condotta. L’oggetto formale riguarda correttezza, tutela dei diritti fondamentali, pluralismo e rispetto delle norme. Il punto politico, però, non sta nella formula ma nell’effetto. Quando un prodotto nato fuori dalle redazioni e dai palinsesti cresce abbastanza da colpire un grande gruppo e i suoi volti più esposti, la regolazione smette di apparire come garanzia e assume i tratti di una reazione di sistema.

In questo scenario Falsissimo non è solo un titolo e Corona non è solo un personaggio. Diventano un test di stress sul confine tra web e televisione, tra informazione e intrattenimento, tra tutela e contenimento. Soprattutto, diventano il banco di prova dell’idea che il perimetro informativo del Paese venga governato non solo da norme astratte, ma da rapporti di forza, equilibri istituzionali e interessi industriali.

Agcom e la regolazione degli influencer come leva di sistema

Le regole sugli influencer nascono per rispondere a un’Italia digitale fatta di promozioni mascherate, estetiche aspirazionali e attenzione monetizzata. Promettono trasparenza, responsabilità e tracciabilità. Ma una volta creato un recinto, quel recinto si espande. La disciplina entra anche dove la posta in gioco non è una sponsorizzazione, ma un racconto che incide su reputazioni, privacy, insinuazioni, accuse e potere mediatico.

Qui la regolazione cambia natura. Da tutela del consumatore diventa dispositivo di definizione del perimetro informativo. Il creator diventa soggetto regolabile non per ciò che vende, ma per ciò che provoca. Non per la pubblicità occulta, ma per l’impatto sociale del contenuto. Quando l’impatto sociale diventa la variabile decisiva, qualunque contenuto di taglio inchiestistico prodotto fuori dalle redazioni tradizionali entra in una zona grigia, sospesa tra informazione, intrattenimento e controllo.

Falsissimo, Mediaset e l’effetto detonatore

L’attenzione si concentra sulle puntate dedicate ad Alfonso Signorini e ad altri volti e programmi Mediaset. Qui la questione non è solo narrativa. È economica, industriale e reputazionale. Quando un racconto colpisce un grande gruppo, la reazione non si gioca solo sull’opinione pubblica, ma sugli strumenti legali e istituzionali: diffide, azioni civili, querele, procedure d’urgenza.

Il nodo non è gridare alla censura. Il nodo è osservare come la tutela, innestata su rapporti di forza enormi, produca un effetto di contenimento. Non serve vietare. Basta aumentare il costo del rischio, spostare la partita dall’audience ai tribunali e alle procedure, rendere la pubblicazione più fragile.

Agcom politicizzata e crisi di fiducia

Il punto più delicato riguarda la percezione di un’Agcom politicizzata. Non una prova aritmetica di partigianeria, ma un clima strutturale in cui nomine, carriere e prossimità culturali alimentano il sospetto di una permeabilità tra regolatore e industria regolata. Nei media, la semplice impressione che il regolatore si muova più rapidamente quando viene toccata la filiera industriale più pesante basta a erodere la credibilità dell’intervento.

Barachini e il circuito chiuso dell’editoria

Nel dibattito entra Alberto Barachini, sottosegretario con deleghe che incrociano editoria e informazione. Nel racconto critico tra gli addetti ai lavori, la sua figura è culturalmente prossima al perimetro Mediaset di cui è un dipendente. Anche senza prove definitive, questa prossimità genera l’idea di un circuito chiuso, in cui chi scrive le regole siede allo stesso tavolo di chi dal sistema trae forza e influenza.

La leva occupazionale come scudo

Un altro elemento centrale è la leva occupazionale. Mediaset è un’industria che dà lavoro a migliaia di persone e che assume un peso quasi infrastrutturale. In Italia questo argomento sposta il discorso dalla libertà di pubblicazione alla stabilità del settore. Quando entra in gioco, funziona come scudo narrativo. E in un contesto di sfiducia, quello scudo appare come un ricatto implicito: chi è grande viene protetto, chi è esterno resta esposto.

Iene, Striscia e il doppio standard

La percezione di doppio standard esplode guardando a Le Iene e Striscia la notizia. Programmi che praticano esposizione pubblica, pressione narrativa e spettacolarizzazione del conflitto. Alcuni contenuti vengono realizzati da figure che non sono giornalisti iscritti all’albo, ma operano dentro un perimetro televisivo che assorbe e normalizza tutto. La stessa grammatica, tollerata in tv, diventa problema quando viene usata sul web. Non conta che cosa fai, conta dove lo fai.

Ordine dei giornalisti e confine di legittimità

Il ruolo dell’Ordine dei giornalisti riporta al centro il tesserino come confine di legittimità. La sua origine storica viene evocata per ricordare che il confine tra chi può fare informazione e chi no non è solo tecnico, ma simbolico e di potere. Il paradosso è evidente: il tesserino viene invocato come garanzia deontologica, ma percepito come recinto corporativo quando l’informazione si sposta fuori dal palinsesto.

Garlasco e la giustizia mediatica

Agcom estende l’attenzione anche alla televisione e alla copertura di casi giudiziari ad alto impatto, a partire da Garlasco. Dopo anni di processi trasformati in talk e ricostruzioni seriali, la tv viene finalmente osservata con la lente della responsabilità. Il sospetto resta: perché ora? Perché nel momento in cui un prodotto web dimostra di poter fare agenda e colpire un grande gruppo.

Piattaforme e controllo morbido

YouTube non è un archivio neutro. È un distributore governato da policy, monetizzazione e ranking. Anche senza sanzioni formali, il clima regolatorio produce effetti indiretti: demonetizzazione, riduzione della reach, downranking. È il controllo moderno. Non vieta, ma rende più difficile.

Il cuore del caso: il perimetro informativo

La vicenda non riguarda Corona in sé. Riguarda il modo in cui in Italia il perimetro informativo viene governato dall’intreccio di diritto, industria, istituzioni, categorie e piattaforme. Il rischio politico è evidente: rafforzare l’idea di un doppio standard e produrre più sfiducia invece che più responsabilità. Un Paese che ha tollerato per anni i processi televisivi fatica a credere a una conversione improvvisa alla cautela, soprattutto quando il confine tra lecito e illecito si attiva solo quando viene toccato un grande potere industriale.

AgCom, Mediaset e influencer

Agcom può censurare un canale YouTube?

Agcom non decide le opinioni, ma può verificare il rispetto delle regole e attivare procedure che incidono su diffusione e responsabilità dei contenuti.

Che cosa cambia se un creator rientra nelle linee guida sugli influencer?

Cambia il regime di obblighi, perché l’impatto pubblico del contenuto rende rilevanti correttezza, trasparenza e tutela dei diritti.

Perché la cronaca giudiziaria in tv è sotto osservazione?

Perché la spettacolarizzazione dei processi può compromettere diritti, equilibrio informativo e percezione pubblica della giustizia.

Essere giornalista fa differenza?

Sì, perché esistono regole deontologiche e un sistema professionale che incidono su responsabilità e percezione pubblica, anche se oggi la credibilità è valutata soprattutto “di fatto”.

Un provvedimento d’urgenza è sempre censura preventiva?

No. Può essere uno strumento legittimo di tutela immediata. Diventa un problema sistemico quando l’asimmetria di potere ne amplifica l’effetto.

Questa vicenda può cambiare anche la televisione?

Può farlo se le verifiche porteranno ad adempimenti concreti sul modo in cui i programmi trattano processi e vicende giudiziarie, riducendo la deriva da talk show giudiziario permanente.

Agcom può bloccare un canale come Falsissimo?

Agcom può avviare verifiche e attivare procedure nell’ambito delle proprie competenze, incidendo su responsabilità e adempimenti, ma il blocco diretto non è l’unica leva: spesso pesa l’effetto indiretto su piattaforme e contenziosi.

Perché il tema “politicizzazione” è centrale nel dibattito?

Perché quando la regolazione entra su contenuti che colpiscono grandi gruppi, ogni atto viene letto alla luce di nomine, equilibri e rapporti tra industria, politica e sistema mediatico.

Che cosa c’entra Mediaset con l’argomento occupazionale?

C’entra perché l’industria dei media usa spesso la tutela dei posti di lavoro come argomento di stabilità: un modo per trasformare un conflitto editoriale in una questione di sistema.

Perché si parla di doppio standard con programmi come Le Iene e Striscia la notizia?

Perché agli occhi del pubblico esistono format televisivi che da anni praticano denuncia e spettacolarizzazione con tecniche simili, e non sempre con protagonisti formalmente inquadrati come giornalisti, senza subire lo stesso livello di contestazione.

Che ruolo ha l’Ordine dei giornalisti in questa storia?

Ha un ruolo perché in Italia la distinzione tra “giornalista” e “non giornalista” è istituzionale e corporativa, nata in un impianto storico sviluppato in epoca fascista, e oggi usata come confine di legittimità nel conflitto tra tv e web.

Agcom interviene sulla tv per Garlasco e altri casi: significa fine dei processi televisivi?

Non automaticamente. Ma se l’applicazione del Codice di autoregolamentazione diventa concreta, può alzare il costo della spettacolarizzazione e spingere le trasmissioni verso maggiore cautela.

Perché si parla di censura preventiva anche quando esistono strumenti legittimi?

Perché in presenza di forte asimmetria di potere, una misura d’urgenza o una pressione regolatoria può spegnere la continuità editoriale prima ancora che ci sia una decisione definitiva sul merito.

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