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Ivano Chiesa, avvocato di Fabrizio Corona, profilo sospeso, ma poi riabilitato

La chiusura improvvisa del profilo Instagram di Ivano Chiesa, avvocato di Fabrizio Corona, non è un incidente isolato né un banale errore algoritmico. È l’ennesima dimostrazione di come i social network si siano trasformati in un campo di battaglia asimmetrico, dove le regole non si applicano in modo uniforme e dove il peso economico, reputazionale e industriale conta più di qualsiasi principio astratto di libertà di espressione.

La chiusura del profilo Instagram e il potere discrezionale delle piattaforme

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La rimozione del profilo di Ivano Chiesa avviene senza un contraddittorio reale e viene giustificata da violazioni per atteggiamenti molesti e copyright. Categorie ampie, vaghe, elastiche. È proprio questa elasticità a rendere il sistema efficace nel colpire chi diventa scomodo. Non serve dimostrare un illecito concreto: basta attivare un volume sufficiente di segnalazioni, spesso coordinate, talvolta automatiche, comunque difficili da contestare in tempi utili. Le piattaforme non giudicano nel merito, ma rispondono a metriche di rischio. Quando un profilo entra in un’area di conflitto, l’algoritmo sceglie quasi sempre la soluzione più conservativa: rimuovere, sospendere, silenziare. Non per tutelare la community, ma per ridurre esposizione legale e reputazionale.

Segnalazioni di massa e asimmetria di forza digitale

l punto centrale non è la singola segnalazione, ma la capacità di generarne molte. Chi dispone di strutture organizzate, uffici legali, agenzie di comunicazione e reti di influenza può attivare facilmente campagne di segnalazione efficaci. Chi non le ha, subisce. Come Matrice Digitale ha già documentato, non serve l’uso di bot: la semi-coordinazione umana è più che sufficiente a piegare l’algoritmo. In questo contesto, la neutralità delle piattaforme diventa una narrazione di facciata. Il sistema non è progettato per essere equo, ma per essere efficiente dal punto di vista industriale. L’equità è un effetto collaterale, non un obiettivo.

Il ripristino del profilo e l’illusione della soluzione

Il profilo di Ivano Chiesa viene infine ripristinato tramite ricorso formale che la piattaforma consente per fare appello. Un esito che viene letto come una vittoria, ma che in realtà non risolve il problema strutturale. Il nodo non è il ritorno online, ma il fatto che la rimozione non fosse giustificata fin dall’inizio e che spesso porta al ban definitivo perché la tecnologia non è in grado di scegliere in modo equo. La vera differenza rispetto a migliaia di altri casi sta nella capacità di reazione. Chiesa dispone di strumenti giuridici, visibilità pubblica e accesso mediatico. La maggior parte degli utenti no. Per loro, una chiusura equivale spesso a una condanna definitiva, senza appello.

Quando l’algoritmo non distingue tra informazione e reato

Il caso Chiesa si intreccia con un’esperienza diretta vissuta da Matrice Digitale tra ottobre e dicembre, in parte ancora in corso su YouTube. Contenuti giornalistici su cybersicurezza, cybercrime e truffe online vengono interpretati dall’algoritmo come contenuti illeciti, solo per la presenza di termini come ransomware e malware. Qui emerge un limite strutturale dei sistemi automatici: l’incapacità di distinguere tra narrazione del crimine e commissione del crimine. L’algoritmo non comprende il contesto, valuta pattern lessicali e segnali di rischio. Il risultato è l’equiparazione tra informazione e illegalità.

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Meta, memoria algoritmica e recidiva automatica

Un aspetto spesso sottovalutato è la memoria algoritmica. Una volta che un profilo viene segnalato, sospeso o rimosso, entra in una categoria di rischio più elevata. Il nuovo profilo di Chiesa, anche se formalmente pulito, è ora strutturalmente più vulnerabile. Basta poco per riattivare penalizzazioni. Con Meta il principio è chiaro: l’algoritmo non dimentica. La recidiva non dipende da comportamenti futuri, ma dalla storia passata del profilo.

Un sistema che colpisce sempre nella stessa direzione

Il caso Ivano Chiesa non è una parentesi, ma un esempio didattico di come si esercita il potere sulle piattaforme digitali. Chi ha forza, strumenti e visibilità può difendersi. Chi non li ha viene silenziato senza rumore. La vera anomalia non è l’errore tecnico, ma il fatto che l’errore colpisca sistematicamente i soggetti più deboli. La politica interviene in modo intermittente e strumentale, spesso rafforzando le stesse asimmetrie che dice di voler correggere. Il risultato è un ecosistema dove la libertà di espressione esiste solo per chi può permettersela. Matrice Digitale continuerà a documentare questi casi non per alimentare indignazione, ma per mostrare la struttura reale del potere digitale. Chi oggi si indigna per Ivano Chiesa dovrebbe chiedersi cosa accade ogni giorno a chi non ha un avvocato, un pubblico e la possibilità di presentare ricorso. È lì che l’ingiustizia diventa sistemica.

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