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Cloud, sovranità digitale e hardware AI: come la centralizzazione ridisegna il potere tecnologico

Possederete nulla ma sarete felici, avanzati tecnologicamente.” La promessa suona come una provocazione, ma diventa una sintesi brutale del modello che si consolida. Il cloud smette di essere “una tecnologia” e si comporta come un regime di accesso: sposta l’informatica dal possesso all’uso, dalla scelta all’adesione, dal pluralismo all’ecosistema. Nel presente storico, mentre imprese e pubbliche amministrazioni migrano applicazioni, dati e processi su infrastrutture esterne, la democrazia dell’IT si restringe. Non perché scompaiano i computer, ma perché si concentra il controllo delle risorse che contano: calcolo, memoria, rete, identità, osservabilità, e sempre più anche i modelli di intelligenza artificiale.

Questa trasformazione non avviene in un vuoto. Si incastra con l’esplosione dell’AI, con la crisi energetica dei data center, con la geopolitica delle supply chain e con l’ambizione europea – mai davvero pacificata – di costruire una sovranità digitale credibile. Il risultato è una spirale: più si compra cloud, più si alimenta l’ecosistema che rende costoso uscirne; più cresce l’AI “as a service”, più crescono le pressioni su memoria e acceleratori; più salgono prezzi e tempi, più la costruzione di alternative nazionali o continentali diventa onerosa. Nel frattempo, il mercato si stringe per ragioni politiche e di sicurezza: alcune tecnologie diventano “non acquistabili”, non per limiti tecnici ma per perimetri di alleanza.

Il cloud come infrastruttura politica, non come comodità tecnica

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Nel racconto più venduto, il cloud rassicura: “scalabilità”, “resilienza”, “pay as you go”, “innovazione”. Nel lato meno raccontato, la rassicurazione è un patto: tu rinunci a una parte della tua autonomia operativa e in cambio ottieni velocità, servizi gestiti, automazione e un accesso immediato a capacità che non potresti permetterti in casa. Il problema non è la virtualizzazione o l’erogazione via web. Il problema è la centralizzazione del potere di computazione in poche mani e in poche giurisdizioni.

Le cifre che descrivono questa concentrazione non sono un dettaglio: sono l’architettura del sistema. A livello globale, il mercato del cloud infrastructure services si polarizza sui “Big Three” e questa dinamica si riproduce anche in Europa. Synergy Research Group fotografa un quadro in cui i principali provider dominano la spesa enterprise e continuano a guadagnare quota nel tempo.

In Europa, la dipendenza non è più una sensazione: è un indicatore strutturale. Un documento di sintesi del Parlamento europeo colloca Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud attorno a una quota complessiva di circa 70% del mercato UE del cloud, mentre la quota combinata dei fornitori europei scende intorno al 13% (dato riferito al 2022) e persino SAP rimane su valori marginali nel cloud.

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Qui si vede la prima frattura: il cloud nasce come “utility”, ma diventa una leva di sovranità. Se l’infrastruttura su cui gira la maggior parte del software moderno appartiene a soggetti esterni, la dipendenza non riguarda solo i server. Riguarda le condizioni contrattuali, le politiche di accesso, le integrazioni proprietarie, i formati, la gestione delle identità, gli audit, e l’asimmetria negoziale che scatta quando “migrare altrove” significa riscrivere pezzi di azienda.

“Vedere tutto” e “possedere nulla”: l’economia dell’accesso e il lock-in come forma di mercato

Il cloud rende l’informatica meno democratica in un modo silenzioso: sostituisce la libertà di scelta con la comodità dell’integrazione. Un’azienda non compra più un server e un software, ma compra un percorso: log, metriche, storage, pipeline CI/CD, database gestiti, servizi di AI, sicurezza “a pacchetto”, compliance “a pacchetto”. Il costo non è solo economico. È un costo di dipendenza.

Il lock-in non è più soltanto “proprietario vs open”. È un lock-in di architettura. Chi costruisce su servizi gestiti specifici, su API non portabili e su workflow strettamente legati al provider, si ritrova con un’uscita di sicurezza teorica ma impraticabile nel breve. E quando l’uscita è impraticabile, la concorrenza diventa un concetto astratto: il mercato si comporta da oligopolio, anche senza che nessuno lo dichiari.

In parallelo si afferma l’economia dell’abbonamento: l’infrastruttura non è più un bene, è un diritto d’uso revocabile. La promessa “sempre aggiornato” porta con sé un rovescio: “sempre dipendente”. E qui la frase “possedere nulla” smette di essere slogan e diventa descrizione del modello operativo.

Il cloud “mangia” l’open source senza distruggerlo: l’estrazione di valore cambia le regole

Il cloud non elimina l’open source, lo ingloba. Gran parte dei servizi che sembrano “magia gestita” poggia su componenti open source: sistemi operativi, orchestrazione, database, runtime, librerie. Però la cattura di valore si sposta. L’open source rimane infrastruttura invisibile, mentre il margine si concentra su gestione, scalabilità, compliance e integrazione. Chi sviluppa software libero si ritrova spesso nella posizione di alimentare – volontariamente o meno – la macchina che vende “comodità” sopra il lavoro comune.

Questo produce due effetti. Il primo è culturale: si normalizza l’idea che l’informatica “seria” sia quella erogata dai grandi provider, e che l’alternativa sia artigianato. Il secondo è industriale: molte aziende smettono di investire in competenze interne perché la linea del budget si sposta su servizi esterni, e ciò indebolisce il tessuto che potrebbe sostenere una concorrenza reale. L’open source non muore, ma perde centralità negoziale: diventa materia prima, non potere di mercato.

L’AI accelera la centralizzazione: GPU, memoria e supercomputer come “capitale” di pochi

L’intelligenza artificiale rende questa storia più dura. Perché l’AI non è solo software: è una filiera fisica fatta di acceleratori, memoria, storage e rete. E la filiera fisica non scala con la stessa elasticità con cui scalano le dashboard di un cloud. La domanda di calcolo per addestramento e inferenza esplode e trascina la domanda di componenti. In questo quadro, Nvidia diventa un simbolo di come l’AI trasformi il computing in un appannaggio di pochi: nei risultati del terzo trimestre dell’anno fiscale 2026, l’azienda dichiara ricavi record e un peso dominante del data center sul totale (data center a 51,2 miliardi di dollari su 57 miliardi di dollari di ricavi trimestrali).

Questo significa una cosa semplice: l’hardware non “serve al comune mortale”, serve a costruire l’infrastruttura del nuovo capitalismo computazionale. Non si tratta di mining o di montaggio video: si tratta di reti neurali, data center AI, piattaforme di agenti, supercomputer industriali. E quando il capitale tecnologico è questo, chi lo controlla controlla anche i prezzi e le priorità produttive.

La crisi della memoria: DRAM e NAND diventano il collo di bottiglia dell’era AI

Il punto che molti sottovalutano è la memoria. Senza memoria non esiste AI su scala. La pressione su DRAM, HBM e NAND trasforma chip “non glamour” in asset strategici. TrendForce rivede al rialzo in modo drastico le previsioni sui prezzi, indicando per il primo trimestre 2026 un incremento dei contratti DRAM nell’ordine del 90–95% trimestre su trimestre, spinto dalla domanda di AI e data center e dallo squilibrio tra offerta e domanda.

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Questa dinamica si traduce in due effetti concreti. Primo: aumentano i costi per chi costruisce infrastrutture proprie, proprio mentre l’Europa discute di sovranità e cloud “continentale”. Secondo: aumentano i costi anche per chi compra cloud, perché i provider ribaltano i costi della catena a monte nei listini, o li compensano con modelli di pricing più aggressivi sui servizi a maggior valore.

E c’è un effetto collaterale: se la filiera della memoria è sotto stress, la scarsità si propaga. Matrice Digitale da mesi descrive una “crisi di supply chain” legata all’AI, con competizione tra settori e rialzi di prezzo per componenti essenziali. Questo è il momento in cui il cloud, che promette prevedibilità, inizia a vivere la volatilità del mondo fisico.

Energia e data center: la sovranità costa anche in megawatt

La sovranità digitale non si costruisce solo con leggi e standard: si costruisce con energia. I data center diventano attori energetici di prima grandezza. International Energy Agency stima che il consumo elettrico dei data center nel 2024 sia attorno a 415 TWh, circa 1,5% del consumo globale, con una crescita sostenuta negli ultimi anni. In Europa, la questione si complica per vincoli di rete e tempi autorizzativi. In parallelo, la Commissione europea costruisce un quadro di reporting e misurazione dell’efficienza energetica dei data center e si muove verso schemi di sostenibilità e obblighi informativi. Nel frattempo, la tensione cresce perché l’AI moltiplica il fabbisogno di capacità e quindi di energia.

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Questo è un passaggio chiave: se l’Europa volesse “oggi” un cloud nazionale o continentale davvero competitivo, deve pagare non solo server e chip, ma anche connessioni di rete, energia, raffreddamento, siti, e soprattutto deve farlo in un contesto in cui prezzi e tempi sono già sotto stress. La sovranità non è impossibile: è più cara, più lenta, più politica.

L’Europa tra ambizione e dipendenza: il mercato si restringe e la concorrenza diventa fragile

L’Unione europea parla di sovranità e di riduzione delle dipendenze, ma si muove dentro un paradosso: la domanda di cloud cresce, e cresce soprattutto sui provider extraeuropei. Un rapporto di SURF sottolinea che, in termini di ricavi regionali, i grandi provider statunitensi arrivano a circa 70% del mercato europeo, mentre i provider europei si mantengono attorno al 15% nonostante investimenti e ambizioni dichiarate.

Questo quadro produce una dipendenza che si autoalimenta. Più servizi critici migrano, più diventano critici i contratti, più diventano critici i requisiti di conformità e interoperabilità, più diventa costoso cambiare. E quando il mercato si restringe per ragioni geopolitiche – ad esempio perché una parte delle tecnologie “non allineate” diventa indisponibile o rischiosa – la concorrenza non aumenta: diminuisce.

Qui si innesta un discorso che in Europa torna ciclicamente: l’idea che la sovranità digitale sia “cavalcabile” solo se esiste una governance continentale efficace. Ma l’Europa, nel presente storico, fatica a trovare consenso su politica industriale, difesa, immigrazione, fiscalità. In questo scenario, immaginare una governance cloud armonizzata tra 27 Paesi non è solo un problema tecnico: è un problema di fiducia politica e di priorità divergenti. La metafora della “circonferenza della pizza” diventa crudele perché rende l’idea del dibattito infinito: si gira attorno al perimetro senza tagliare una fetta concreta perchè ancora non è stata normata la conferenza.

Sovranismo digitale e “server nelle caserme”: il ritorno dell’on-prem come esigenza, non nostalgia

Nel presente storico riemerge una tesi che sembrava vecchia: tenere una parte dell’infrastruttura “in casa” non è arretratezza, è riduzione del rischio sistemico. Non significa spegnere il cloud, significa rinegoziare il rapporto. Dove prima l’on-prem era visto come costo, oggi torna come assicurazione: per dati sensibili, per continuità operativa, per funzioni critiche, per difesa, per settori strategici.

Questo ritorno però incontra il muro dei costi. Se RAM, storage e acceleratori aumentano, la sovranità interna costa di più. E qui la storia si chiude a cerchio: il cloud rassicura anche perché l’alternativa diventa più onerosa, soprattutto quando si pretende di costruirla in tempi brevi, con supply chain in tensione e con energia che diventa vincolo.

Supply chain e fiducia: hardware “economico” e timori di backdoor, tra sicurezza e propaganda

La discussione sulla sicurezza dell’hardware si muove sempre tra due rischi. Il primo è reale: la filiera è lunga, opaca, globalizzata, e l’idea di componenti compromessi o vulnerabili non è fantascienza. Il secondo è politico: il tema “backdoor” diventa una clava retorica che giustifica esclusioni di mercato e protezionismi. Entrambe le dinamiche convivono.

Quando si parla di componenti “cinesi” – memoria, networking, apparati – molti attori evocano il rischio di compromissioni sistemiche. Nel racconto strategico, questo produce una conseguenza: si riduce la libertà di approvvigionamento e si rafforza la dipendenza da fornitori “fidati” dentro un perimetro di alleanza. È qui che la sicurezza si trasforma in economia politica: chi controlla la definizione di “fiducia” controlla anche una parte del mercato.

In questo contesto, Huawei diventa l’esempio ricorrente delle infrastrutture usate come strumento di influenza nelle strategie globali: reti, standard, finanziamenti, presenza in Paesi dove la domanda di connettività è leva di sviluppo. E parallelamente, Paesi come Cina, Russia e Iran investono per costruire autonomia e capacità esportabile, mentre gli Stati Uniti difendono la propria posizione attraverso mercato, tecnologia e norme.

La “benedizione” del cloud e la sovranità di facciata: quando la soluzione europea passa dai provider esterni

Nel presente storico, il cloud riceve la sua benedizione anche perché si presenta in forma “sovrana”. I provider capiscono che in Europa la parola chiave è sovranità, quindi producono offerte che promettono residenza dei dati, separazione operativa, governance locale. AWS European Sovereign Cloud viene annunciato come cloud “indipendente” per l’Europa e presentato come risposta alle esigenze di controllo e compliance.

Ma qui la domanda non è solo tecnica. La domanda è: quanta sovranità rimane se la proprietà, la filiera, l’innovazione e una parte dell’arbitrato contrattuale restano esterni? La sovranità “as a service” può ridurre alcuni rischi operativi, ma rischia anche di diventare una forma di sovranità cosmetica: rassicura nel breve e mantiene la dipendenza nel lungo.

Italia, Mediterraneo e scacchiere geopolitico: la sovranità digitale come scelta di posizione

Dentro questo scenario, l’Italia occupa una posizione che non è neutra: centro del Mediterraneo, dialogo energetico e infrastrutturale con Paesi arabi, alleanze storiche con NATO e Israele, interdipendenze industriali. La sovranità digitale, per un Paese con questa collocazione, non è solo “cloud nazionale”. È la capacità di non consegnare infrastrutture strategiche a logiche esterne senza margine di manovra.

Nel dibattito politico, riemerge anche una critica storica all’architettura europea: l’idea che alcune scelte abbiano messo l’Italia “un passo indietro” rispetto a Francia e Germania, e che l’adesione a progetti continentali non abbia prodotto una reale convergenza industriale. Figure come Romano Prodi vengono spesso chiamate in causa come simbolo di una stagione in cui l’integrazione europea viene interpretata anche come accettazione di gerarchie economiche.

Al di là dei nomi, il punto resta uno: se la sovranità digitale è una partita industriale e geopolitica, allora l’Europa deve decidere se vuole essere mercato o produttore. E l’Italia deve decidere se vuole essere solo “consumatore di cloud” o soggetto capace di pretendere condizioni, competenze interne e infrastrutture critiche sotto controllo.

Il paradosso finale: più cloud significa più domanda di hardware, più costi, più dipendenza

Nel presente storico, la traiettoria si chiarisce. Il cloud promette di liberare dalle complessità, ma sposta quelle complessità altrove, dentro catene del valore che l’utente non governa. Più aziende si appoggiano al cloud, più cresce la domanda di tecnologie per alimentarlo. Più cresce l’uso di AI esterna, più cresce la pressione su GPU e memoria. Più la filiera è sotto stress, più aumentano i prezzi. Più aumentano i prezzi, più diventa difficile costruire alternative europee o nazionali. Più diventa difficile costruire alternative, più il cloud appare come unica strada “razionale”.

La domanda allora non è se il cloud sia “buono” o “cattivo”. La domanda è quanto una società voglia dipendere da un modello che trasforma il computing in accesso controllato, e quanto sia disposta a pagare – in denaro, energia, competenze, tempi e scelte politiche – per riaprire spazi di autonomia.

Il rischio più grande non è “il cloud” in sé. È la normalizzazione di un mondo in cui l’informatica, che nasce come moltiplicatore di libertà e innovazione, diventa un sistema in cui “si vede tutto” perché tutto è misurabile, tracciabile, integrato, e “si possiede nulla” perché la base materiale e giuridica del potere digitale sta sempre altrove.

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