La Commissione europea ha confermato una breccia informatica che ha esposto nomi e numeri di telefono mobili di alcuni membri dello staff, rilevata il 30 gennaio 2026 all’interno del sistema centrale di gestione dei dispositivi mobili. L’incidente, contenuto e risolto in sole 9 ore, si inserisce in un contesto più ampio di attacchi che sfruttano vulnerabilità critiche nel software Ivanti, già utilizzate in campagne simili contro istituzioni pubbliche nei Paesi Bassi. La Commissione ha chiarito che nessun dispositivo mobile è stato compromesso e che l’accesso non autorizzato si è limitato a un perimetro ristretto di dati personali. Tuttavia, l’episodio riaccende l’attenzione su un punto strutturale della sicurezza europea: la dipendenza da piattaforme di gestione enterprise che, se colpite da zero-day, diventano moltiplicatori di rischio.
La breccia del 30 gennaio e la risposta in 9 ore
Secondo le informazioni ufficiali, l’attacco ha interessato l’infrastruttura centrale utilizzata per amministrare i dispositivi mobili dello staff. Le tracce dell’intrusione sono state individuate il 30 gennaio 2026 e hanno fatto scattare immediatamente i protocolli di emergenza. I team di sicurezza hanno isolato il sistema, rimosso le componenti malevole e avviato le verifiche forensi, completando le operazioni di bonifica in meno di nove ore. L’analisi successiva ha escluso l’accesso ai contenuti dei dispositivi e ad altre informazioni sensibili. La superficie di esposizione si è limitata a dati di contatto, un dettaglio che riduce l’impatto diretto ma non elimina il rischio di abusi, in particolare campagne di phishing mirato o social engineering contro funzionari europei.
Il legame con le vulnerabilità Ivanti
L’incidente arriva a ridosso dell’allerta diffusa da Ivanti il 29 gennaio 2026, relativa a due vulnerabilità critiche nel software Endpoint Manager Mobile (EPMM): CVE-2026-1281 e CVE-2026-1340. Le falle consentono esecuzione di codice remoto senza autenticazione, rendendo i sistemi non patchati vulnerabili ad attacchi immediati. Secondo le autorità di cybersecurity, queste vulnerabilità sono state sfruttate come zero-day, prima che molte organizzazioni potessero applicare gli aggiornamenti. La Commissione non ha confermato ufficialmente il vettore d’ingresso, ma il timing e le caratteristiche dell’attacco suggeriscono una correlazione diretta con le falle Ivanti, già osservate in altri contesti istituzionali europei.
Attacchi paralleli nei Paesi Bassi
La breccia della Commissione non è un caso isolato. Nei Paesi Bassi, la Dutch Data Protection Authority e il Council for the Judiciary hanno segnalato incidenti analoghi, con esposizione di nomi, email di lavoro e numeri telefonici del personale. Anche in questi casi, il denominatore comune è l’uso di Ivanti EPMM e lo sfruttamento delle stesse vulnerabilità critiche. Le autorità olandesi hanno confermato che non vi sono state compromissioni operative, ma hanno avviato indagini coordinate con i centri nazionali di sicurezza informatica. La sequenza degli eventi indica una campagna opportunistica su scala europea, mirata a colpire istituzioni pubbliche attraverso software di gestione mobile ampiamente diffuso.
Il ruolo di CERT-EU e della governance interistituzionale
La gestione dell’incidente ha visto il coinvolgimento diretto di CERT-EU, il servizio centrale di cybersecurity per tutte le istituzioni, organi e agenzie dell’Unione. CERT-EU garantisce monitoraggio 24/7, sistemi di allerta automatizzati e supporto operativo immediato in caso di attacco. A coordinare il quadro complessivo interviene l’Interinstitutional Cybersecurity Board, responsabile della definizione degli standard comuni e della cyber hygiene a livello UE. L’episodio del 30 gennaio viene ora analizzato come caso di studio per rafforzare le procedure di risposta e ridurre le finestre di esposizione future.
Un contesto di pressione cyber costante sull’Unione
La Commissione ha ricordato che l’Unione europea è soggetta quotidianamente ad attacchi cyber e ibridi, diretti contro servizi essenziali e istituzioni democratiche. Proprio in questo scenario, il 20 gennaio 2026 è stato presentato un nuovo pacchetto europeo sulla cybersecurity, che mira a rafforzare la resilienza collettiva. Il Cybersecurity Act 2.0 introduce un quadro per una supply chain ICT fidata, riducendo i rischi legati a fornitori ad alto rischio. La NIS2 Directive stabilisce un regime legale unificato per la sicurezza informatica in 18 settori critici, imponendo strategie nazionali e cooperazione transfrontaliera. Il Cyber Solidarity Act completa l’architettura con strumenti operativi come lo European Cyber Shield e il Cyber Emergency Mechanism, pensati per rispondere rapidamente a incidenti su larga scala.
Implicazioni e lezioni strutturali
Dal punto di vista tecnico, la breccia conferma che le piattaforme di gestione centralizzata rappresentano un obiettivo ad alto valore. Anche quando l’impatto diretto è limitato, l’esposizione di dati di contatto di personale istituzionale può alimentare operazioni di intelligence, phishing mirato e campagne di influenza. Sul piano politico e strategico, l’episodio rafforza la narrativa europea sulla necessità di autonomia e controllo della supply chain digitale, oltre a una capacità di risposta rapida che riduca drasticamente il dwell time degli attaccanti. La risoluzione in 9 ore viene presentata come prova di maturità operativa, ma non cancella la fragilità sistemica introdotta da zero-day su software largamente adottato. La Commissione ha assicurato che l’incidente alimenterà ulteriori investimenti in monitoraggio avanzato, hardening delle piattaforme MDM e cooperazione tra Stati membri. In un’Europa sempre più bersaglio di attacchi coordinati, la breccia del 30 gennaio diventa un promemoria chiaro: la resilienza cibernetica non è un obiettivo statico, ma un processo continuo, in cui anche esposizioni minime possono avere conseguenze strategiche.
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