La Russia spegne WhatsApp e Telegram e lo fa con la freddezza tipica delle infrastrutture già pronte: un taglio improvviso, milioni di utenti che scoprono di essere fuori, un regolatore che “rimuove” un’app dall’equivalente di una directory online e un sistema di instradamento interno che rende i blocchi più semplici da applicare e più difficili da aggirare. L’obiettivo, nella narrazione, non è soltanto ridurre l’uso di piattaforme occidentali o “non allineate”, ma spingere con forza una migrazione verso Max, un messenger nazionale descritto come clone di WeChat ma senza la barriera che oggi definisce il concetto stesso di messaggistica privata: la crittografia end-to-end. La misura colpisce su più livelli perché non riguarda un singolo servizio. La Russia aveva già bloccato Facebook e Instagram e ha etichettato la holding Meta come organizzazione estremista, creando un perimetro legale e politico che trasforma l’ecosistema social occidentale in un oggetto tossico, a rischio sanzioni, a rischio stigma, a rischio criminalizzazione indiretta. Con WhatsApp, però, l’impatto è diverso: non è solo socialità e intrattenimento, è comunicazione quotidiana, è lavoro, è famiglia, è l’abitudine più difficile da spezzare. Il passaggio su Telegram aggiunge un paradosso: la stretta viene descritta come progressiva nelle settimane, fino al blocco totale, ma Telegram è anche lo strumento che molti soldati russi al fronte usano per allarmi droni e missili, per coordinamento veloce e per mantenere contatti con casa. Spegnere quel canale significa accettare un costo operativo e sociale, e proprio per questo la scelta viene letta come una decisione che privilegia controllo e sorveglianza rispetto a praticità e perfino sicurezza sul campo.
Perché bloccare WhatsApp e Telegram adesso: controllo, centralizzazione e migrazione forzata
La logica del blocco non si esaurisce in un gesto di censura. È un’operazione di centralizzazione delle comunicazioni, coerente con un modello in cui lo Stato non rincorre i flussi ma li ridisegna. WhatsApp e Telegram, nel racconto, rappresentano due cose che un apparato di controllo fatica a gestire: massa e opacità. La massa perché WhatsApp viene associato a numeri enormi, fino a 100 milioni di utenti nel paese “fino a poco tempo fa”. L’opacità perché, quando esiste una crittografia robusta o una cultura d’uso che privilegia canali difficili da intercettare, il monitoraggio diventa più costoso, più lento, più incompleto. Max viene proposto come alternativa non neutra, ma progettata con una promessa implicita di regime: il governo può leggere tutto. Qui la differenza non è cosmetica. Non è “un’app russa invece di una statunitense”. È la trasformazione della messaggistica in un’infrastruttura di sorveglianza per default, dove il contenuto non è più protetto dalla tecnologia ma affidato alla discrezionalità del potere. Quando un paese prova a spostare milioni di persone verso un sistema così, la migrazione non è un fenomeno organico. È adozione forzata. Ed è per questo che il blocco viene descritto come la fase conclusiva di mesi di pressioni, in cui prima si alzano i costi d’uso delle app “non desiderate” e poi, quando l’ecosistema è pronto, si applica il colpo finale.
Roskomnadzor e la rete instradata sui server statali: la censura che diventa ingegneria
Il cuore tecnico e politico della storia è il ruolo di Roskomnadzor, il regolatore internet russo. Non è solo un ente che ordina rimozioni: è il braccio che implementa, misura, irrigidisce. La rimozione di WhatsApp da una directory online, così come il blocco dell’accesso, diventa un segnale di un controllo che non è più “contenuti”, ma infrastruttura. Il dettaglio più decisivo è l’idea che la Russia instradi “tutto il traffico internet interno” attraverso server governativi. Questo passaggio, nella sostanza, significa due cose: la capacità di bloccare più rapidamente e la possibilità di rendere i blocchi più efficaci, perché il paese riduce gli spazi di rete non governati. Quando il traffico è obbligato a passare da nodi dove si applicano regole statali, la censura non è più un inseguimento, è un filtro permanente. In questa architettura, spegnere un’app non è un evento eccezionale. È un’azione ripetibile, modulabile, scalabile. Si può degradare il servizio, introdurre disconnessioni intermittenti, spingere gli utenti a “stancarsi” e poi, quando la frizione ha fatto il suo lavoro, applicare la chiusura totale. È il modello della restrizione progressiva, che nel caso di Telegram viene raccontato proprio così: prima sempre più difficile, poi improvvisamente impossibile.
Telegram e il paradosso militare: un blocco che irrita anche i sostenitori del regime
Il caso Telegram è quello che rende la misura più controversa anche dentro il perimetro del consenso. Telegram, nel racconto, non è solo lo strumento degli oppositori o dei canali “non controllati”. È diventato un mezzo operativo per chi sta al fronte, per chi ha bisogno di allarmi rapidi, per chi usa l’app come infrastruttura informale di coordinamento e comunicazione. Proprio per questo il blocco viene definito una mossa “imprudente” e genera rabbia anche tra sostenitori di Putin. È un dettaglio importante: quando la censura colpisce anche segmenti che il potere considera utili, significa che la priorità non è ottimizzare l’efficienza del sistema, ma massimizzare la leggibilità del sistema. La leggibilità, in un contesto di controllo, vale più di tutto: comunicazioni leggibili, tracciabili, archiviabili, ricostruibili. Il prezzo di questa scelta, però, è evidente. Se Telegram era un canale di allerta e contatto, spegnerlo significa aumentare il ricorso a soluzioni meno affidabili o più pericolose. Significa spingere verso workaround e canali secondari. Significa creare un nuovo mercato di strumenti e pratiche “di aggiramento” che, in una società sotto controllo, diventano a loro volta oggetto di repressione.
Max, il clone di WeChat senza crittografia: quando la messaggistica diventa sorveglianza by design
Max viene presentata come un clone non crittografato che permette al governo di leggere tutti i messaggi inviati e ricevuti. Qui la parola decisiva è non crittografato, perché non descrive una feature mancante, descrive una scelta politica trasformata in architettura. In un messenger moderno, la crittografia end-to-end non è un optional: è ciò che distingue una conversazione privata da un canale potenzialmente intercettabile. Con Max, il messaggio implicito è che la privacy non è un diritto tecnico, è una concessione. E quando la piattaforma nasce per non concederla, ogni comunicazione quotidiana diventa un dato che può essere interrogato: relazioni, reti sociali, abitudini, linguaggio, interessi, stress, dissenso, vulnerabilità. In altre parole, Max non è solo un’app: è un’estensione del perimetro di intelligence interno. L’analogia con WeChat non è casuale perché richiama un modello in cui un’app può diventare un portale unico: messaggi, servizi, identità, pagamenti, canali informativi, amministrazione. Se questo modello viene importato senza la componente di tutela della privacy, ciò che resta è una piattaforma con enorme valore per lo Stato, perché unifica comunicazione e sorveglianza nello stesso gesto quotidiano.
Meta “organizzazione estremista” e la guerra legale alle piattaforme occidentali
La designazione di Meta come “organizzazione estremista” è l’altro pilastro della strategia. Non basta bloccare tecnicamente: serve costruire un perimetro legale che giustifichi il blocco, che renda rischioso difendere le piattaforme, che trasformi l’uso in un atto potenzialmente sospetto. Facebook e Instagram vengono descritti come già bloccati, con un impatto su community, creator, business e networking. Ma la mossa su WhatsApp allarga la portata: colpisce un servizio che non è percepito come “politico” dalla maggioranza degli utenti. È proprio questo il salto di qualità. Quando un regime riesce a trasformare anche la messaggistica “di famiglia” in un terreno di controllo, l’ecosistema digitale smette di avere spazi neutri. Il risultato è un isolamento progressivo. Meno piattaforme globali, più piattaforme locali, meno pluralità, più unificazione. E, di conseguenza, un ambiente informativo dove la propaganda e la narrativa interna hanno meno competizione, perché gli strumenti di distribuzione alternativi vengono prima ridotti e poi rimossi.
L’effetto sociale: milioni di utenti tagliati fuori e comunicazioni “riaddestrate” per decreto
La parte più immediata è la frattura sociale. Il racconto parla di un taglio improvviso che lascia milioni di russi senza WhatsApp “mercoledì pomeriggio”, un evento che non si vive come aggiornamento tecnico ma come perdita di un organo. Le comunicazioni si spostano, ma non si spostano in modo indolore: si spezzano routine, si fermano flussi di lavoro, si interrompono rapporti familiari, si generano costi e ansia. Quando l’alternativa è Max, e Max è percepita come un canale dove lo Stato può leggere tutto, l’adozione non coincide con fiducia. Coincide con necessità. È qui che nasce un fenomeno tipico dei sistemi di controllo: le persone iniziano a parlare “diversamente”, a usare linguaggi impliciti, a ridurre il contenuto sensibile, a spostare pezzi di conversazione su canali non digitali o su strumenti meno immediati. In pratica, la censura non blocca solo l’accesso: modifica il comportamento. Il prezzo di questa modifica non è misurabile solo in termini politici. È un costo psicologico, relazionale ed economico. Le aziende perdono canali semplici di contatto. I piccoli business che vivevano su social e messaggistica perdono continuità. I creator perdono audience. Le famiglie perdono un filo quotidiano. La rete, in quel momento, smette di essere uno spazio pubblico e torna a essere un’istituzione.
Internet nazionale e sovranità digitale in versione autoritaria
La parola “sovranità” può significare due cose opposte. In una lettura democratica, significa capacità di controllare infrastrutture senza dipendere da monopoli esterni. In una lettura autoritaria, significa capacità di controllare cittadini senza dipendere da piattaforme che non obbediscono. Il caso russo, per come viene descritto, appartiene al secondo tipo: la rete nazionale non serve a proteggere l’utente, serve a rendere l’utente più osservabile. Quando la Russia instrada il traffico su server governativi, quando Roskomnadzor rimuove app e spegne accessi, quando le alternative vengono costruite come strumenti di sorveglianza, il risultato è un ecosistema dove la privacy non è un valore da difendere ma un’anomalia da eliminare. E questo spiega anche l’accelerazione: la guerra in Ucraina, le pressioni geopolitiche, la necessità di controllo interno e la riduzione degli spazi di dissenso spingono verso un’architettura digitale “a prova di crisi”, cioè a prova di proteste, di coordinamento, di fuga di informazioni. In quel modello, le app crittografate sono un problema, non una feature.
Cosa cambia fuori dalla Russia: il precedente che normalizza i blocchi e la pressione su app cifrate
Questa dinamica non resta confinata a un confine. Ogni grande blocco nazionale diventa un precedente culturale: dimostra che si può fare, che si può reggere l’urto, che si può spingere l’adozione di alternative locali. E quando la narrativa dominante diventa “sicurezza nazionale”, le app cifrate si ritrovano sempre più spesso sotto attacco politico, perché la crittografia end-to-end viene trattata come ostacolo anziché come tutela. Il risultato è un rischio sistemico: se i governi iniziano a pretendere canali leggibili, le piattaforme si spaccano in due. Da una parte sistemi globali che difendono la privacy come principio tecnico, dall’altra sistemi nazionali che difendono la sorveglianza come principio politico. Il cittadino, in mezzo, perde la possibilità di scegliere.
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