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Samsung Galaxy Glasses e Bespoke AI: la strategia che sposta l’AI dal telefono a volto e casa

Samsung sta spostando l’asse dell’intelligenza artificiale fuori dallo smartphone, trasformandola in un’infrastruttura distribuita tra corpo e casa. Da una parte ci sono i Galaxy Glasses, costruiti attorno a Android XR e a un modello di interazione che combina gesture, voce e touch per rendere l’assistente sempre disponibile senza tirare fuori il telefono. Dall’altra parte c’è l’evoluzione della linea Bespoke AI, con aspirapolvere e robot che promettono una pulizia meno “manuale” e più governata da sensori, modalità adattive e integrazione piena con SmartThings. Nel complesso, è un messaggio industriale chiaro: Samsung vuole che l’AI diventi un comportamento quotidiano, non una funzione da attivare. A rendere interessante il passaggio è la tempistica. Le indicazioni puntano a un debutto dei Galaxy AI Glasses nel 2026 e a una seconda fase nel 2027 con occhiali dotati di display AR, quindi con overlay visivi in stile heads-up display. In parallelo, Bespoke spinge su prodotti già tangibili, con modalità AI che ottimizzano potenza, autonomia e igiene in modo “invisibile” all’utente, ma decisivo nell’esperienza d’uso.

Galaxy Glasses: la svolta è nei controlli multimodali, non nel display

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La documentazione e le linee guida pubblicate per gli occhiali su Android XR chiariscono l’impostazione: esistono due categorie, AI Glasses e Display AI Glasses. I primi puntano sul “minimo indispensabile” per rendere l’AI sempre presente, cioè microfoni, altoparlanti e camera. I secondi aggiungono un livello di ambizione, un display AR che può essere monoculare o binoculare, con informazioni e interfacce che non richiedono più lo schermo del telefono. La parte più importante, però, è la mappa dei controlli. Samsung sembra voler evitare l’errore classico dei wearable: chiedere all’utente di imparare gesti complessi o pattern poco naturali. Qui la logica è da “telecomando invisibile”, con input semplici e ripetibili.

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Il pulsante della camera diventa un comando istantaneo, con una grammatica precisa. La singola pressione cattura un’immagine, la pressione prolungata avvia o interrompe un video, la doppia pressione lancia l’app associata. In un prodotto dove la camera può diventare sia funzione creativa sia rischio privacy, questa immediatezza suggerisce che Samsung stia puntando a rendere il gesto “scattare” più rapido del tirare fuori il telefono. Accanto al pulsante camera c’è un tasto di power per gestione accensione e spegnimento, mentre la parte più ricca è sui touchpad. Il touchpad primario copre i comandi essenziali: un tap singolo per play/pausa o conferma, una pressione prolungata per richiamare Gemini, e gli swipe per regolazioni come il volume. È un set pensato per non interrompere la vita quotidiana: l’utente non deve “entrare” in un’interfaccia, deve solo impartire un comando. Nei modelli con display AR entra in gioco un touchpad secondario sulla tempia, che aggiunge funzioni da navigazione: scorrimento contenuti, selezione elementi, swipe verso il basso per tornare indietro e gesti a due dita per regolazioni più fini. L’idea è che l’input sia separato: un touchpad “per l’azione”, uno “per la navigazione”, riducendo ambiguità e frustrazione.

LED e privacy: segnali visibili e “registro” di registrazione

Gli occhiali smart vivono sempre dentro un problema: il confine tra utilità e invasività. L’uso dei LED come feedback assume quindi un valore non solo ergonomico, ma anche sociale. La presenza di un indicatore per l’utente e di un secondo segnale per informare gli altri della registrazione va letta come tentativo di costruire un “linguaggio” visibile della camera, una componente che negli smart glasses è sempre sotto scrutinio.

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In questo senso, i Galaxy Glasses non vengono descritti come “un visore”, ma come un wearable che vuole normalizzare la camera e l’assistente in un oggetto che deve sembrare, e comportarsi, come un accessorio quotidiano. Non a caso Samsung lavora con brand fashion per l’estetica. È un passaggio strategico: se gli occhiali non sono indossabili tutto il giorno, l’AI non diventa davvero ambientale.

Android XR e Gemini: la piattaforma serve a creare un ecosistema, non solo un device

Le linee guida di Android XR suggeriscono anche una struttura UI pensata per “glanceable information”, cioè informazioni leggibili in un attimo. C’è una System Bar in basso con alert, scorciatoie, notifiche e accesso rapido a Gemini, e un modello di notifiche che compare come chip espandibili per risposte veloci. È un linguaggio coerente con l’idea di occhiali che non devono diventare un secondo smartphone, ma un’estensione “a colpo d’occhio”.

Android XR
Android XR

Importante anche la parte energetica: gli sviluppatori vengono indirizzati su scelte di design che tengano conto di calore e consumo. È un tema non glamour ma decisivo. Se l’AI è sempre attiva, l’efficienza diventa la prima feature. E qui Samsung e Google stanno chiaramente provando a evitare l’effetto “demo perfetta, prodotto scomodo”: l’occhiale deve durare, non scaldare, non diventare un oggetto che si usa solo per provare una funzione.

Bespoke Jet AI: l’AI entra nella pulizia come modalità adattiva continua

Sul fronte casa, Samsung spinge l’AI in un’area più matura e meno rischiosa della privacy: la pulizia. Il Bespoke Jet AI viene descritto come aspirapolvere cordless con AI Cleaning Mode, capace di adattarsi a superfici e contesto regolando potenza di aspirazione e velocità del rullo. L’AI qui non è un chatbot, è un controllo automatico: sensori che leggono la pressione dell’aria, variazioni di resistenza, tipo di pavimento, e trasformano queste letture in scelte pratiche per migliorare risultato e batteri.

Il dato che punta all’uso reale è l’autonomia: un runtime che arriva fino a 100 minuti. Samsung accompagna questo con una componente di igiene e comodità che, nel mondo degli aspirapolvere, spesso vale più della potenza: la All-in-One Clean Station. Lo svuotamento automatico del contenitore, con sistemi come Air Pulse e Air Spin Edge, promette di ridurre il contatto con polvere e residui e di rendere l’operazione rapida e “pulita”, mentre la stazione gestisce anche la ricarica. In chiave ecosistema, è un pezzo importante: se l’utente percepisce che l’AI riduce davvero lo sforzo e il fastidio, allora è più incline ad accettare automazioni anche su altri dispositivi.

Bespoke Jet Bot Steam Ultra: robot, camera e riconoscimento oggetti

La linea Bespoke si spinge oltre con il Bespoke Jet Bot Steam Ultra, che unisce pulizia e una dimensione di monitoraggio della casa tramite camera integrata. Qui entra in gioco l’AI Object Recognition, usata per navigazione, riconoscimento ostacoli e definizione di perimetri. In altre parole, il robot non è solo un aspirapolvere che “gira a caso”, ma un sistema che mappa, comprende e si muove con logiche più precise, mentre il vapore aggiunge una promessa di igiene più profonda. Questo è il punto in cui Samsung lega direttamente smart home e sicurezza domestica: l’utente può controllare e monitorare da remoto, creando un ibrido tra device di pulizia e sensore ambientale. Ed è qui che torna centrale SmartThings.

SmartThings come collante: scenari, controllo remoto e interconnessione

La vera strategia non sta nel singolo device, ma nel collante. SmartThings permette controllo remoto, scheduling, interazione tra dispositivi e costruzione di scenari. È la differenza tra “un aspirapolvere AI” e “una casa AI”: il robot che pulisce quando esci, la stazione che gestisce lo svuotamento, la notifica che segnala un’anomalia, la gestione energetica che cerca di ottimizzare consumi. Samsung sta trasformando Bespoke in una piattaforma di automazione domestica con un linguaggio AI più pratico che narrativo. Non promette “il futuro”, promette meno fatica e più controllo. È una promessa molto più vendibile, e soprattutto più misurabile nel quotidiano.

Dal telefono all’ambiente: il disegno complessivo Samsung

Galaxy Glasses e Bespoke AI sono due facce dello stesso disegno. Gli occhiali provano a diventare l’interfaccia “sempre con te”, una porta d’ingresso a Gemini e ai servizi AI senza schermo. Gli elettrodomestici, invece, trasformano l’AI in automazione concreta, fatta di modalità adattive, sensori e integrazione. Se il lancio 2026 degli occhiali senza display AR fungerà da “fase di adozione” e il 2027 con display spingerà l’esperienza verso l’AR, Samsung può costruire un ecosistema in cui l’utente passa dall’assistente in tasca all’assistente nel campo visivo, mentre la casa diventa un ambiente che reagisce in modo autonomo. È il tipo di convergenza che, se funziona, cambia l’aspettativa su cosa significhi “avere AI”: non un’app, ma un comportamento diffuso tra wearable e smart home, con SmartThings come infrastruttura e Android XR come base per far crescere un ecosistema di app.

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