Napoli si sveglia con una scia nell’aria che non lascia spazio ai dubbi: puzza di bruciato, quella nota acre che arriva prima delle sirene e che costringe a guardarsi attorno. Nelle prime ore dell’alba la città capisce che non è la solita segnalazione, non è l’odore vago di un cassonetto: è un allarme vero, fisico, immediato, che si attacca ai vestiti e rimane addosso. È in quel contesto che Matrice Digitale intercetta la scena. Non perché qualcuno telefoni in redazione con un comunicato pronto, non perché un’agenzia faccia da filtro, ma perché ci si trova in zona, e perché la cronaca locale, quando esplode, non aspetta nessuno. Alle 7:42 arriva la pubblicazione della notizia: un orario che in Italia significa una cosa sola, perché chi legge a quell’ora sta cercando di capire che cosa stia succedendo e chi scrive sta facendo i conti con un tempo che corre più veloce della prudenza. L’odore, la percezione, il contesto: per chi è sul posto il fatto inizia prima delle immagini. Quella “puzza di bruciato”, quel sentore di diossina che diventa campanello d’allarme, porta a collegare i segnali e a capire che non si tratta di un dettaglio. È il punto in cui la cronaca non è più una notifica, ma una presenza: ti entra nel respiro e ti costringe a muoverti. Intanto i social iniziano a riempirsi di frammenti. Prima una foto, poi un video, poi un’altra inquadratura, poi le prime conferme. Nel giro di pochissimi minuti, mentre online circolano le prime immagini, si fa i conti con quella che diventa la notizia bomba del giorno. Ed è qui che la città partenopea, con il suo bacino di oltre un milione di abitanti e con una platea ulteriore interessata al segmento della cultura, “popola” il web cercando risposte alle prime luci della mattina. Quando la notizia riguarda un teatro, la reazione è doppia. Da un lato c’è l’ansia collettiva, il timore immediato per persone, lavoratori, soccorritori. Dall’altro c’è l’impatto simbolico: un teatro a Napoli non è solo un edificio, è identità, è memoria, è lavoro, è comunità. Per questo un incendio non resta confinato alla cronaca: diventa un fatto cittadino e, rapidamente, nazionale.
Alle 7:42 la prima notizia: cronaca sul posto e impatto nazionale
Il punto non è vantarsi. Il punto, per chi fa informazione, è misurare la differenza tra raccontare dopo e raccontare mentre accade. La differenza tra esserci e rincorrere. In una mattina così, stare in zona è un vantaggio operativo, ma anche una responsabilità, perché ogni dettaglio ha conseguenze e ogni parola che esce online entra subito in un circuito che può amplificare tutto. Matrice Digitale è stata la prima testata a dare la notizia, e di averla data quando ancora il flusso mainstream non era entrato nel fatto. È una rivendicazione che si accompagna a un elemento identitario, dichiarato senza giri di parole: l’orgoglio di essere napoletani. Non un ornamento retorico, ma la spiegazione pratica del perché si è lì, del perché si sente l’odore, del perché si capisce subito che qualcosa non torna. Poi accade ciò che accade sempre quando una notizia locale diventa improvvisamente nazionale: il traffico “salta”.

Arriva un picco di visite clamoroso. L’ondata sale in poche ore, perché chiunque cerchi informazioni finisce per passare dove trova il primo riscontro leggibile e condivisibile. In quel momento non conta più il perimetro editoriale originario: conta la velocità e la capacità di mettere ordine nella confusione. E infatti, nel giro di poco, l’evento entra nei telegiornali nazionali. Diventa un titolo che rimbalza, un tema di apertura, un fatto che viene ripreso e che, inevitabilmente, genera una coda lunga: si parlerà di ricostruzione, di tempi, di costi, di fasi successive, di responsabilità e di gestione. Si parlerà anche di solidarietà istituzionale e del riflesso culturale, con le “alte sfere” che si muovono e con la politica che entra nella scena, fino a toccare la figura del ministro Giuli. Ma il punto centrale, per chi fa informazione digitale oggi, non è il clamore. È ciò che resta quando il clamore si traduce in numeri e quei numeri si traducono in euro. Perché è qui che la narrazione pubblica e la realtà economica collidono.
Un milione di abitanti, un picco di visite e pochi centesimi
La logica piattaformica è paradossale: la notizia corre, i click aumentano, il grafico “festeggia”, ma la monetizzazione non segue lo stesso slancio. E così si scopre che una notizia che ha avuto una portata nazionale, e che è finita ovunque, può “rendere” pochi centesimi. Non un’iperbole: centesimi come unità di misura reale di ciò che la pubblicità automatizzata riconosce a chi produce contenuti. Qui si innesta il tema di Google AdSense, che diventa simbolo di un sistema in cui il valore economico di un evento informativo non è proporzionato al valore sociale del lavoro. Il mercato, nel suo assetto attuale, può trasformare un fatto enorme in un ritorno economico minuscolo, perché l’attenzione viene monetizzata secondo regole che privilegiano la massa e la ripetizione, non la qualità della cronaca e la presenza sul posto. Ed è in questo scarto che nasce la domanda vera: quanto costa fare un pezzo anche “semplice” di cronaca, e quanto rende? Perché se il costo reale è fatto di tempo, di orario di lavoro, di logistica, di redazione, di competenze, allora anche un servizio apparentemente rapido ha un peso economico. Dentro quel peso ci sono ore e professionalità che non possono essere pagate “a centesimi” senza produrre inevitabilmente precarietà. Il ragionamento diventa concreto quando si mettono in fila, anche in modo brutale, gli elementi minimi: il tempo del giornalista, una base di costo che può partire da 23 euro per un passaggio operativo, le eventuali spese per raggiungere il posto, i costi della redazione, la gestione complessiva e, sullo sfondo, tutto ciò che in un contratto regolare pesa davvero, incluse le tutele e la pensione. A quel punto il confronto diventa quasi umiliante. Un ritorno “da pochi centesimi” su un contenuto che ha avuto un impatto nazionale stabilisce un principio: non è più sostenibile fingere che l’editoria digitale viva di solo traffico. Perché il traffico, nella filiera pubblicitaria corrente, non garantisce un fatturato compatibile con il costo del lavoro giornalistico.
INPS e il caso Fanpage.it e Today.it: 6 milioni e un sistema che scricchiola
È qui che il discorso incrocia un altro tema che esplode negli stessi giorni: Fanpage.it e Today.it. Entrambe testate nate e cresciute online, entrambe strutture che fanno numeri importanti, entrambe esempi di come il giornalismo digitale abbia cercato di costruire un modello industriale fuori dalla carta. Eppure, secondo il racconto che si impone nel settore, arriva una contestazione attribuita all’INPS che porta a una cifra pesantissima: 6 milioni di euro complessivi. Il nodo descritto riguarda i contributi e la natura dei contratti applicati. L’impostazione che circola è chiara: l’INPS non riconoscerebbe integralmente alcune forme contrattuali perché non ritenute allineate ai contratti riconosciuti dalla Federazione nazionale della stampa, con la conseguenza di versamenti considerati inferiori rispetto a quelli dei grandi giornali. È qui che la discussione smette di essere un duello morale e diventa un problema industriale. Perché Fanpage.it e Today.it non sono “piccole testate” con costi bassi e ambizioni ridotte. Sono realtà che vivono online, che reggono redazioni, che producono flussi continui e che, per stare in piedi, devono sostenere costi che somigliano, per natura e per intensità, a quelli di televisioni e grandi giornali, o comunque a un modello produttivo vicino a quel perimetro. Eppure il mercato pubblicitario digitale, per come funziona, comprime i ricavi. Se una notizia nazionale può rendere meno di un caffè, allora diventa comprensibile, sul piano strutturale, perché tante testate si trovino a dover “aggiustare” il sistema del lavoro, cercando soluzioni che riducano i costi. Non per vocazione al risparmio estremo, ma perché la matematica del digitale, oggi, rende difficile pagare correttamente la produzione giornalistica. Da qui nasce una solidarietà che si muove su più livelli e che nel caso della notizia di cronaca interessa proprio la remunerazione del core business delle due testate raggiunte da condanne.
Solidarietà verso i giornalisti di Fanpage.it e Today.it, se davvero vengono descritti come sottopagati o inquadrati in modo penalizzante. Solidarietà verso gli editori, nella misura in cui si trovano a reggere strutture complesse con una monetizzazione che spesso appare una mancetta.
È in questo contesto che viene evocata una frase provocatoria pronunciata più volte da Maurizio Lupi di Noi Moderati, con l’idea che chi riesce a far sopravvivere una macchina editoriale in queste condizioni “meriterebbe un premio nobel all’editoria”, perché la sostenibilità sembra diventata un esercizio di equilibrismo.
Il problema non è solo di giornalisti o editori: è il sistema
Quando si prova a individuare “un colpevole”, si sbaglia bersaglio. Perché il tema non è riducibile al singolo editore che applica un contratto o al singolo giornalista che subisce un inquadramento. Il tema è il sistema dell’editoria e il sistema dell’informazione, costruiti in modo tale da rendere quasi impossibile macinare fatturati compatibili con i costi reali del lavoro. Qui entra in gioco il punto più grande: la funzione democratica dell’informazione. Perché se la stampa è davvero un presidio della libertà di espressione e della libertà di stampa, allora non può essere sostenuta da un modello economico che la paga “a spiccioli” e spesso anche se dici cose o sostieni tesi a cui non credi come nel caso del Covid o del conflitto russo ucraino. Non è una lamentela corporativa: è una questione di tenuta democratica. Un giornalismo povero è un giornalismo più vulnerabile. E un giornalismo vulnerabile è più esposto a pressioni, ricatti, dipendenze. Dentro questo quadro, la pubblicità non è un dettaglio tecnico. È potere. Nella maggior parte dei casi, a pagare e distribuire il valore è una grande multinazionale come Google, o un ecosistema di concessionarie che comunque si appoggiano ai parametri imposti dal mercato dominato da Google o che vi competono usando gli stessi schemi. Il risultato è una filiera in cui chi produce contenuto resta spesso l’ultimo anello, quello che sostiene costi e responsabilità, ma incassa la quota più instabile e ridotta.
Scioperi, editori e la frase che torna sempre: “il problema è la pubblicità”
In questa discussione riemerge anche un passaggio recente: lo sciopero dell’informazione e le giornate di mobilitazione in cui i giornalisti chiedevano di essere pagati di più. La risposta attribuita agli editori, in quella fase, è un refrain noto: il problema non riguarda solo i giornalisti, riguarda anche gli editori, perché la pubblicità remunera poco e l’ecosistema digitale ha eroso la capacità di sostenere stipendi e contratti tradizionali. È un dialogo che sembra un rimpallo, ma che in realtà fotografa la trappola. Da una parte la richiesta di dignità professionale. Dall’altra la constatazione di un mercato che non genera abbastanza valore per reggere quella dignità. E in mezzo c’è l’alibi più comodo: gli “algoritmi di qualità”. La qualità, però, non è una parola magica. Anche quando un contenuto è fatto bene, la dipendenza dall’algoritmo non garantisce una remunerazione proporzionata, perché l’algoritmo non è un’edicola: non è un luogo fisico in cui un lettore sceglie un giornale e paga un prezzo chiaro. È un sistema di distribuzione dove la visibilità è variabile, dove la concorrenza è globale, dove la monetizzazione è intermediata e dove la stessa nozione di “valore” è definita da parametri esterni alla redazione. In questo contesto, oltre ai paletti economici esistono anche paletti politico-finanziari che possono pesare sulla sopravvivenza. Si apre così il tema più amaro: la pressione a uniformarsi, la tentazione di sacrificare indipendenza e linea editoriale per “macinare” qualche tazza di caffè in più ogni giorno, cioè per inseguire quel minimo di stabilità che la pubblicità programmatica non garantisce.
Dallo sciacallaggio informativo alla rinuncia all’indipendenza
Quando il sistema paga poco, produce effetti prevedibili. Il primo effetto è lo scivolamento verso lo sciacallaggio pubblico dell’informazione, cioè la necessità di spremere la notizia, di serializzarla, di rincorrere la reazione, di trasformare ogni evento in un format che generi click ripetuti. Non perché chi scrive “voglia” farlo, ma perché il modello premia la ripetizione e punisce la profondità. Il secondo effetto è più grave: la rinuncia progressiva all’indipendenza. Se una redazione deve sopravvivere soltanto attraverso pubblicità e algoritmi, diventa più esposta a dinamiche di dipendenza, dirette o indirette. E qui il discorso torna a un punto che, nel testo, viene posto con durezza: la democrazia digitale, così com’è, non garantisce la libertà, la condiziona.
Benanti, Ciulli e Baracchini: la democrazia digitale come slogan
È in questo passaggio che vengono chiamati in causa nomi e cognomi: Benanti, Diego Ciulli e Baracchini. Questi nomi diventano simboli di una gestione del tema editoria e digitale che appare contraddittoria: si predica bene, soprattutto nel caso del francescano, si citano principi, si evocano standard, ma il sistema resta quello che ha impoverito l’editoria negli ultimi vent’anni. La critica è netta e non riguarda un singolo dettaglio, ma un impianto: i contratti pubblicitari e l’economia dell’attenzione sono gli stessi meccanismi che hanno svuotato il settore, e intanto l’informazione che fa il suo lavoro, anche quando porta a casa una notizia di apertura nazionale, viene remunerata in modo irrisorio. In questo quadro, la vicenda dell’incendio non è un episodio isolato: è la dimostrazione concreta del paradosso che si consuma ogni giorno in Italia nel settore dei media. Matrice Digitale pubblica per prima, è sul posto, fa un lavoro di cronaca rapido, integra informazioni reperite e documenta con fotografie. Un lavoro che, in termini operativi, può sembrare semplice. Ma “semplice” non significa gratuito, e soprattutto non significa sostenibile se la remunerazione è “da centesimi”.
Mediaset, La7 e il peso dei grandi: stessi problemi, ma non stessa vulnerabilità
Anche Mediaset ha a che fare con lo stesso sistema? Sì. Ma la differenza è che Mediaset e, in modo diverso, La7 non vivono la stessa fragilità quotidiana di una testata digitale indipendente. Hanno un peso industriale, hanno una capacità contrattuale, hanno un potere mediatico che cambia le regole della partita. E qui entra un altro elemento: l’idea che una grande potenza mediatica possa avere canali privilegiati, o almeno condizioni di mercato meno punitive, anche per ragioni di forza e di contesto politico con un “lobbista di Mediaset” da tempo inserito nel sottosegreteriato di Governo con la delega all’editoria, a indicare che il potere mediatico non è soltanto un fatto economico, ma anche un fatto di posizionamento e di influenza. È una storia che, per come viene raccontata, dovrebbe far riflettere “e non poco” chi invoca libertà di stampa e libertà di espressione come slogan. Perché la libertà, senza un modello economico che la regga, rischia di trasformarsi in un concetto astratto, buono per i convegni e cattivo per le redazioni.
Ordine dei giornalisti e FNSI: il presidio che non basta più
L’Ordine dei giornalisti e, sullo sfondo, il sistema di rappresentanza che dovrebbe impedire che il settore venga schiacciato da ricatti e squilibri. Questi organismi “nulla possono o nulla fanno” per evitare che l’intero comparto resti esposto a un rischio: quello di dover cedere, giorno dopo giorno, a un modello che premia pochi e impoverisce molti. Nel frattempo, la cronaca resta lì, a ricordare la sua funzione. Napoli si sveglia con il fumo e con le sirene. Un teatro entra nella notizia. Una testata locale digitale porta l’informazione prima che la scena venga “presa” dai grandi circuiti. Il Paese guarda, commenta, si indigna, si preoccupa, invoca ricostruzioni e solidarietà. E poi, finita l’onda, resta la domanda che pesa più di tutte: com’è possibile che la regola del giornalismo, cioè dare la notizia prima e darla bene, non basti più a far vivere chi quella notizia la produce? Se una notizia nazionale rende meno di un caffè, allora la crisi dell’editoria non è un futuro che arriva: è un presente che brucia, come l’odore che Napoli ha sentito nelle prime ore dell’alba.
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