Samsung prova a riscrivere il ruolo di Bixby con One UI 8.5, e lo fa scegliendo una parola che nel 2026 pesa più di “assistente”: agente. Nel racconto ufficiale, Bixby smette di essere un’interfaccia vocale fatta di comandi e diventa un livello operativo dentro il dispositivo, capace di capire richieste in linguaggio naturale, agire sulle impostazioni senza costringere l’utente a conoscere i nomi esatti dei menu, e integrare anche risposte dal web aggiornate. È un cambio di paradigma che ha due obiettivi evidenti: abbassare la frizione quotidiana e rendere l’AI “invisibile”, cioè utile senza pretendere che l’utente impari una grammatica di comandi. Il contesto dichiarato da Samsung è quello inaugurato nel 2024 con i primi dispositivi percepiti come “AI phone”, e la promessa è sempre la stessa: rendere l’intelligenza artificiale più facile da usare. In questa visione, Bixby non deve convincere con feature spettacolari, ma con micro-interazioni che fanno risparmiare tempo. È esattamente qui che si gioca la partita reale: non sulla potenza del modello, ma sull’esperienza di controllo del device.
Da assistente a “agente dispositivo”: perché One UI 8.5 cambia la posta in gioco
La parola “agente” non è marketing innocuo. Significa che l’AI non si limita a rispondere, ma esegue azioni e lo fa con un livello di contesto più vicino al sistema operativo. Se l’utente chiede “non voglio che lo schermo si spenga mentre lo guardo”, l’idea non è mostrargli un tutorial o una lista di opzioni. L’idea è attivare direttamente la funzione corrispondente, quella che in molti casi è nascosta sotto etichette tecniche che un utente normale non ricorda. Questa impostazione sposta Bixby su un terreno molto preciso: diventare il “ponte” tra intenzione e impostazione. La promessa implicita è ridurre il tempo speso a cercare voci nei menu, ridurre tentativi ed errori e soprattutto ridurre la distanza tra utenti esperti e non esperti. In una UI sempre più densa, con impostazioni e toggle che crescono ad ogni major release, un agente conversazionale può diventare il modo più semplice per rendere accessibile la complessità senza semplificare il sistema.
Il controllo naturale delle impostazioni: il caso d’uso che Samsung sta puntando a dominare

Samsung mette al centro un’area dove l’utente percepisce immediatamente il valore: la gestione delle impostazioni. È un tipo di frizione universale. Anche chi usa Android da anni si perde tra voci simili, sotto-menu e funzioni che cambiano nome con gli aggiornamenti. Il nuovo Bixby, nella narrazione, si comporta come un “interprete” che capisce cosa vuoi ottenere e ti porta lì, attivando l’opzione giusta o mostrandoti esattamente la sezione rilevante. L’esempio “perché lo schermo resta sempre acceso quando è in tasca?” è interessante perché fotografa un problema reale: l’utente non sa che esiste una protezione contro tocchi accidentali o una combinazione di impostazioni che può generare quel comportamento. Un agente contestuale, in teoria, non deve solo aprire il menu. Deve collegare sintomo e impostazione, e proporre la correzione. Qui si vede la differenza tra un assistente “da comando” e un agente “da diagnosi”: uno esegue ciò che chiedi, l’altro ti aiuta a capire cosa sta succedendo, in modo immediato e pratico. È la stessa logica che, se funziona bene, può rendere i Galaxy più “facili” anche quando diventano più complessi.
Comandi multipli e intenzioni complesse: la spinta verso l’automazione quotidiana
Un altro punto che Samsung evidenzia è la capacità di gestire più richieste in una sola frase, quindi non solo un’azione per volta, ma una composizione di intenti. È un dettaglio che cambia molto il ritmo d’uso, perché avvicina Bixby a una logica di automazione leggera, quella che l’utente vuole senza dover costruire routine manuali. Il valore qui non è solo dire “accendi il risparmio energetico”, ma dire qualcosa come “quando esco di casa abbassa la luminosità e silenzia le notifiche”, o “quando sono in metro alza il volume e attiva la cancellazione rumore sugli auricolari”, in un linguaggio che non pretende precisione tecnica. Se la funzione mantiene la promessa, Bixby diventa un modo per personalizzare il device senza entrare nel mondo dei settaggi avanzati o delle automazioni a regola. Questa direzione si lega all’idea di ecosistema Galaxy: lo stesso agente che gestisce il telefono può estendersi a tablet e wearable. Non perché sia “magia”, ma perché Samsung ha un controllo più stretto dei propri dispositivi e delle integrazioni tra loro rispetto a chi lavora su hardware frammentato.
Risposte web aggiornate: perché Samsung mette la ricerca dentro la conversazione
L’altra novità che Samsung mette in evidenza è la capacità di Bixby di fornire risposte dal web aggiornate senza costringere l’utente a uscire dalla conversazione. Qui la posta in gioco è più ampia: non si tratta solo di informazione, ma di flusso. L’utente chiede, ottiene risultati contestuali, filtra, e continua a parlare con l’assistente come se fosse una singola interazione. La differenza rispetto a un browser tradizionale è che la query può essere più naturale e multi-vincolo, come nell’esempio degli hotel a Seoul con piscina per bambini. Il punto non è la singola ricerca, ma la possibilità di concatenare richieste: “ok, ma con cancellazione gratuita” oppure “solo vicino a questa zona”, senza ripartire da zero. Se l’esperienza è fluida, Bixby diventa un hub per micro-decisioni quotidiane. Naturalmente questa parte apre subito il tema della fiducia: “risposte web aggiornate” significa anche scelte su fonti, ranking, qualità, e gestione dei dati. Samsung insiste sulla privacy e sull’uso controllato di informazioni come la posizione, dichiarando cancellazione immediata dopo l’uso. È un messaggio che punta a rassicurare, perché un agente che cerca online e controlla impostazioni può essere percepito come invasivo se non è chiaro cosa viene trattenuto e cosa no.
On-device, offline e privacy: la linea sottile tra comodità e controllo
Samsung enfatizza l’elaborazione on-device per alcune funzioni, con benefici su velocità e privacy, e la possibilità di operare offline per comandi base. È un punto tecnico che, però, ha un risvolto molto concreto: nel 2026 l’utente si aspetta che l’AI funzioni anche quando la rete non è perfetta, e che almeno una parte delle interazioni non richieda di mandare tutto in cloud. Il tema non è solo “proteggere i dati”, ma anche ridurre dipendenza e latenza. Un agente che regola impostazioni deve essere rapido, quasi istantaneo, altrimenti la promessa di “ridurre frizione” crolla. Samsung sembra voler posizionare il nuovo Bixby come un sistema che combina elaborazione locale per ciò che riguarda controllo dispositivo e cloud per ciò che riguarda informazioni aggiornate. Questa architettura, se ben bilanciata, può diventare un punto di forza: controllo del device veloce e privato, informazione dal web quando serve. Se invece il bilanciamento è opaco, l’utente percepisce l’assistente come un canale che chiede troppo e spiega poco.
Beta One UI 8.5: mercati, lingue e la strategia di rollout
Samsung avvia un programma beta in mercati selezionati e dichiara che la disponibilità varia per paese, regione e lingua. Il supporto linguistico indicato include anche italiano (Italia), oltre a inglese in più varianti, francese, tedesco, spagnolo, portoghese brasiliano, giapponese, coreano e mandarino, tra gli altri. Per Samsung è un punto cruciale: se l’agente conversazionale deve ridurre frizione, deve funzionare bene con accenti, inflessioni, e richieste “imperfette”, cioè esattamente come parla una persona. Il beta testing, in questo caso, non serve solo a trovare bug. Serve a misurare la cosa più difficile: comprensione dell’intento nel mondo reale. Le impostazioni di un telefono sono una giungla semantica. L’utente non dice mai il nome corretto. Dice il problema. Se Bixby collega correttamente problema e soluzione con costanza, allora l’idea di agente funziona. Se sbaglia spesso, l’utente torna ai menu e l’assistente diventa un passaggio superfluo.
Che cosa cambia davvero per chi usa Galaxy tutti i giorni
Se si prende sul serio la direzione di One UI 8.5, il nuovo Bixby prova a trasformare l’AI in un “livello di interfaccia” stabile, non in una feature. La promessa più interessante non è la risposta brillante o la ricerca veloce. È la riduzione della complessità quotidiana: non dover ricordare dove sta una voce, non dover navigare dieci schermate, non dover perdere tempo a capire perché il telefono si comporta in un certo modo. È anche un cambio di rapporto tra utente e dispositivo. Invece di adattarsi alla struttura del menu, l’utente parla e il device si adatta. Questo è il salto che gli assistenti hanno promesso per anni e che spesso non hanno mantenuto perché mancava comprensione robusta dell’intento. Samsung, con l’idea di agente, sta dicendo che quel salto ora è praticabile e che l’AI può diventare davvero un’interfaccia. Il successo, però, dipenderà da una condizione semplice e brutale: la precisione. Se Bixby interpreta correttamente e agisce senza errori, diventa abitudine. Se inciampa, diventa una demo. One UI 8.5 è il tentativo di spostare Bixby dalla seconda categoria alla prima, nel punto più concreto possibile: le impostazioni, il contesto e l’uso reale.
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