Tensor G6 diventa il cuore del racconto che Google prepara per Pixel 11, ma non con la solita promessa di AI “più veloce”: il punto centrale è la sicurezza, perché nel sistema su chip arriva Titan M3, un salto rispetto a Titan M2 introdotto nel 2021. In parallelo, dall’altra parte del ring, Samsung Galaxy S26 Ultra si prende la scena con punteggi Geekbench che parlano il linguaggio più brutale e immediato della competizione hardware: 3.852 in single-core e 11.738 in multi-core su Snapdragon 8 Elite Gen 5, numeri che superano iPhone 17 Pro Max e battono anche device con lo stesso Snapdragon, come Vivo iQOO 15. È la fotografia di un mercato che si polarizza: Google prova a vincere sul terreno della fiducia e della resilienza contro compromissioni, Samsung spinge su prestazioni raw e ottimizzazione di sistema.
Titan M3 nel Pixel 11, cosa cambia quando la sicurezza diventa un chip separato
La differenza tra un messaggio “privacy” e una sicurezza credibile, nel mobile moderno, sta spesso in una parola che l’utente non vede mai: isolamento. Titan non è una feature software. È un componente separato, una sorta di “cassaforte” fisica che resta operativa anche nello scenario peggiore, cioè quando il sistema operativo o parti del SoC principale vengono compromessi. Questa architettura serve a creare un confine: se Android cade, non deve cadere anche tutto ciò che protegge identità, credenziali e dati. Nel modello che Google porta avanti da anni, Titan gestisce il secure boot, quindi la catena di avvio che impedisce l’esecuzione di immagini non autorizzate. Gestisce le chiavi di crittografia on-device, cioè il punto più sensibile di tutto l’impianto di protezione dei dati: se le chiavi restano protette, i dati restano inutilizzabili per un attaccante, anche in presenza di accesso non legittimo. Titan copre anche la protezione anti-rollback, che blocca i downgrade verso firmware vulnerabili, e la verifica del passcode della schermata di blocco, con resistenza ai tentativi ripetuti e ai bruteforce. Con Titan M3, indicato con codename Google Epic, la narrativa diventa “potenziamento massiccio”. Anche senza dettagli tecnici completi, il senso strategico è chiaro: Google sta dicendo che la sicurezza del Pixel 11 non dipende solo da quanto Android sia patchato, ma da quanto un attaccante debba faticare per oltrepassare un componente dedicato che non vive nello stesso perimetro del sistema operativo. È un messaggio particolarmente rilevante in un’epoca in cui la catena di compromissione non parte sempre dalle app, ma anche da exploit che possono colpire driver, moduli di sistema e persino livelli inferiori. Il punto più importante, per l’utente finale, non è la terminologia, ma l’effetto: un dispositivo che prova a mantenere “integra” la parte che custodisce segreti anche quando il resto è sotto stress. È il concetto di sicurezza come ultima linea di difesa, non come semplice aggiornamento mensile.
Tensor G6, l’identità dei Pixel tra AI e difesa dei dati
Tensor è sempre stato un compromesso consapevole: non inseguire la pura supremazia di benchmark, ma integrare scelte architetturali che permettono a Google di controllare l’esperienza, soprattutto sulle funzioni AI e sulla fotografia computazionale. Con Tensor G6, questa impostazione prosegue, ma si sposta ancora di più verso una definizione “sistemica”: non basta calcolare, bisogna calcolare in modo affidabile e protetto. La presenza di Titan M3 dentro l’ecosistema Tensor è un segnale anche per chi guarda il Pixel come strumento professionale. Quando un telefono diventa chiave d’accesso a servizi, token, identità e pagamenti, la differenza tra un SoC veloce e un SoC che protegge bene le credenziali diventa enorme. E Google prova a trasformare questa differenza in un vantaggio competitivo: non solo “cosa può fare il Pixel”, ma “quanto è difficile violarlo”. Nel discorso che ruota attorno al Pixel 11, la sicurezza non è separata dall’AI. Al contrario, è una condizione per far crescere l’uso on-device di funzioni sempre più sofisticate, come editing foto, riconoscimento vocale e automazioni personali. Più intelligenza locale significa più dati sensibili elaborati sul dispositivo. E più dati elaborati sul dispositivo significa più valore nella protezione delle chiavi e degli ambienti isolati.
Galaxy S26 Ultra e Snapdragon 8 Elite Gen 5, la forza dei numeri e l’ottimizzazione Samsung
Dall’altra parte, Samsung continua a giocare una partita che il pubblico capisce al volo: i numeri di Geekbench. Il Galaxy S26 Ultra raggiunge 3.852 in single-core e 11.738 in multi-core con Snapdragon 8 Elite Gen 5 in alcune regioni. Non è solo “tanto”. È una posizione di vantaggio su più fronti perché il confronto non viene fatto solo contro Apple, ma anche contro chi usa lo stesso chip Qualcomm. Nel raffronto citato, iPhone 17 Pro Max viene indicato a 3.792 in single-core e 9.831 in multi-core. L’Exynos 2600 su processo 2 nm appare a 3.336 single-core e 11.369 multi-core. E il Vivo iQOO 15, pur con lo stesso Snapdragon, risulta dietro con 3.479 single-core e 10.383 multi-core. La lettura è che Samsung non si limita a montare un SoC potente: lo “spreme” con ottimizzazioni di sistema e tuning, replicando un pattern già visto con la serie S25.

Questa dinamica conta perché sposta la competizione dal silicio alla piattaforma. Se due telefoni hanno lo stesso chip ma uno fa meglio, la differenza sta nel lavoro su scheduler, gestione termica, profili energetici, driver e integrazione software. Per un top di gamma come S26 Ultra, significa promettere prestazioni sostenute non solo nei burst, ma in scenari reali come gaming, multitasking pesante, editing e carichi AI. Il nodo che resta aperto, e che il mercato scopre sempre dopo, riguarda l’equilibrio: potenza e gestione termica, prestazioni e autonomia, ottimizzazione e consumo. I benchmark aprono la porta, ma la permanenza di un flagship nella “vita vera” dipende da come quei numeri si traducono in reattività senza throttling e in giornata d’uso senza ansia da ricarica.
Prestazioni contro sicurezza, due definizioni diverse di “flagship”
La cosa interessante, in questa doppia notizia, è che non parla solo di Google e Samsung. Parla di una biforcazione del concetto di flagship. Per Samsung, un top di gamma deve essere il dispositivo “che non ha limiti”, e la prova deve essere immediata. Il benchmark diventa una narrativa di status: più punti, più potere, più longevità percepita. È un approccio che funziona perché l’utente associa prestazioni elevate a maggiore fluidità e a una migliore esperienza nel tempo. Per Google, invece, la promessa è più vicina a un concetto di affidabilità. Titan M3 suggerisce che il Pixel 11 vuole essere un dispositivo che protegge segreti anche in condizioni avverse, che rende più difficile la compromissione persistente e che rafforza la catena di fiducia tra hardware e software. È una promessa meno “spettacolare” ma più strategica, perché la superficie d’attacco cresce insieme alle funzioni AI e ai servizi integrati. Questo non significa che Google rinunci alla competizione prestazionale, né che Samsung trascuri la sicurezza. Significa che i due brand scelgono di enfatizzare pilastri diversi, e lo fanno perché conoscono il proprio pubblico. Chi sceglie un Ultra spesso vuole performance e fotocamera “senza compromessi”. Chi sceglie Pixel spesso cerca l’esperienza Google, l’AI utile, la fotografia computazionale, e ora una sicurezza comunicata come parte integrante del progetto.
Cosa osservare al lancio, oltre i punteggi e le sigle
La parte che conta davvero emergerà al debutto commerciale, quando i dispositivi passeranno dai leak e dai benchmark ai test d’uso: quanto Titan M3 migliora concretamente la resistenza agli attacchi e la protezione delle credenziali in scenari reali, e quanto Snapdragon 8 Elite Gen 5 su S26 Ultra regge prestazioni elevate senza penalizzare autonomia e temperature. Ci sono tre domande che resteranno sul tavolo, e che separano marketing e sostanza. La prima riguarda la tenuta della sicurezza quando il dispositivo è vecchio di anni, non di mesi, perché la sicurezza è un patto lungo e non un evento di lancio. La seconda riguarda l’efficienza: prestazioni record contano se non costano troppo in consumo e throttling. La terza riguarda l’equilibrio tra AI e privacy: più elaborazione locale significa più valore nei chip di sicurezza, ma anche più responsabilità nel design di enclave e catene di avvio. Il Pixel 11 con Tensor G6 e Titan M3 e il Galaxy S26 Ultra con Snapdragon 8 Elite Gen 5 sembrano già raccontare due strade. Una prova a rendere il telefono più simile a un oggetto “fidato”, l’altra lo spinge verso la massima potenza disponibile. E nel 2026, con minacce cyber sempre più aggressive e carichi AI sempre più pesanti, entrambe le strade diventano decisive.
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