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Linux cambia pelle: Linus Torvalds lancia la versione 7.0 e Xubuntu dichiara guerra all’AI

C’è un momento dell’anno in cui l’ecosistema Linux mostra la sua natura più autentica: non un singolo “lancio”, ma due linee parallele che scorrono nello stesso tempo. Da una parte il kernel, con Linus Torvalds che apre la nuova fase di test con Linux kernel 7.0 RC1. Dall’altra una distribuzione che vive di comunità, estetica e identità, con Xubuntu che lancia un concorso wallpaper per la prossima 26.04 LTS e celebra vent’anni come flavor ufficiale di Ubuntu. Sembra un accostamento strano solo a chi guarda Linux come un prodotto. Per chi lo vive come ecosistema, è la fotografia più coerente possibile: ingegneria e cultura, stabilità e sperimentazione, codice e appartenenza. Linux 7.0 RC1 arriva a due settimane dal rilascio di Linux 6.19, con la classica merge window che chiude e lascia spazio al lavoro di rifinitura. Xubuntu, invece, apre le porte a contributi artistici con una regola simbolicamente forte: vietate le opere generate da AI. Nel mezzo c’è un calendario che scandisce scelte e aspettative: il kernel 7.0 punta a una finestra di rilascio a metà marzo, mentre Xubuntu 26.04 LTS è atteso per il 23 aprile 2026, con Xfce 4.20 come desktop predefinito e il nome in codice Resolute Raccoon a dare colore a un ciclo di supporto lungo e, per definizione, conservativo.

Linus Torvalds e la 7.0 RC1: il cambio di numero che non cambia la sostanza

Annuncio

La prima cosa che colpisce dell’annuncio di Linux kernel 7.0 RC1 non è una feature “da titolo”, ma la spiegazione di Linus sul perché si passa a un major number nuovo. Non è una dichiarazione di rivoluzione. È quasi l’opposto: una scelta di semplicità numerica, un modo per evitare che la progressione dei numeri diventi un esercizio di memoria più che un riferimento pratico. Il messaggio implicito è importante: il numero cambia, il metodo no. La release candidate apre la fase in cui il kernel smette di “assorbire” nuove funzionalità e comincia a chiedere una cosa sola alla community: test, segnalazioni, correzioni. Questo dettaglio pesa perché, nel mondo Linux, la percezione pubblica spesso si costruisce su due estremi. Da un lato chi legge il cambio di major come un salto epocale. Dall’altro chi lo liquida come formalità. La verità è più tecnica e più interessante: ciò che conta davvero è la qualità della merge window, la pulizia delle regressioni, la disciplina nell’accettare fix e non “novità travestite”. In altre parole, la 7.0 RC1 segnala che si entra nella fase in cui la priorità diventa stabilità misurabile, non desiderio di aggiungere ancora qualcosa. Il calendario previsto racconta la geometria tipica dello sviluppo del kernel. Con un ciclo di sette release candidate, il rilascio finale potrebbe cadere il 12 marzo 2026. Con un’ottava RC, lo scenario slitta al 19 marzo 2026. Sono date che non vanno lette come promesse commerciali, ma come proiezioni di una macchina che funziona solo se la community partecipa. Il kernel non è “rilasciato” quando lo decide un reparto marketing. È rilasciato quando il codice regge la pressione dell’uso reale.

Le novità che contano: Rust, file system e sicurezza che entra nel kernel

Torvalds parla di un ciclo “solido”, senza svolte rivoluzionarie. Ma “non rivoluzionario” nel kernel significa spesso “molto più importante di quanto sembri”. Dentro una release candidate si muovono componenti che non fanno rumore nei social, ma cambiano la vita a chi gestisce sistemi, storage e carichi moderni. Una delle linee che continua a maturare è Rust nel kernel, con l’idea di spostare sempre più codice sensibile verso un linguaggio che riduce classi intere di bug legati alla memoria. Quando una tecnologia smette di essere percepita come sperimentale, la partita cambia: non è più “se”, ma dove e quanto velocemente verrà adottata nelle parti che contano. Questo non significa che il kernel diventi “Rust-based”, ma che cresce l’area in cui gli sviluppatori possono scegliere un compromesso diverso tra prestazioni e rischio. Sul fronte file system, le novità citate sono un promemoria del ruolo del kernel come infrastruttura per storage sempre più complessi. Btrfs continua a spingersi su funzioni che toccano I/O diretto e meccanismi sperimentali legati alla gestione delle mappe di blocchi, con l’idea di abilitare trasformazioni più flessibili senza dover “spostare” fisicamente i dati in modo tradizionale. XFS, dal canto suo, viene associato a capacità di self-healing, una parola che, in un contesto enterprise, significa una cosa precisa: ridurre downtime, ridurre interventi manuali, ridurre il tempo in cui un problema resta invisibile finché non diventa disastro. Ci sono poi segnali che parlano di presente e non di futuro lontano. L’attenzione alla sicurezza post-quantum, con riferimenti a firme come ML-DSA, indica che il kernel continua a preparare il terreno per minacce che oggi sono spesso trattate come narrativa, ma che domani diventeranno requisito. Anche quando la minaccia quantistica è più “percepita” che concreta nel breve termine, l’infrastruttura ha un dovere: non farsi trovare impreparata quando la percezione diventa panico e il panico diventa pressione su scelte tecniche. In parallelo si muovono miglioramenti hardware-centrici, dal supporto ARM a ottimizzazioni che riguardano path di I/O e caching. In un ciclo in cui non c’è una feature “da keynote”, c’è una costellazione di interventi che puntano a una cosa sola: rendere il kernel più robusto nel mondo reale, dove l’errore raramente è spettacolare ma spesso è costoso.

Xubuntu 26.04 LTS e il concorso wallpaper: quando l’open source diventa identità

Se la 7.0 RC1 parla di metodo e disciplina, il concorso wallpaper di Xubuntu 26.04 LTS parla di un’altra forma di disciplina: quella che tiene insieme una community che non contribuisce solo con patch, ma anche con estetica, gusto e senso di appartenenza. Xubuntu non lancia un contest perché “serve un’immagine”. Lo lancia perché sta per arrivare una LTS e perché celebra un traguardo simbolico: vent’anni come flavor ufficiale di Ubuntu. Qui l’aspetto interessante è che il concorso è costruito con regole molto precise, quasi “da progetto software”. Le opere devono essere originali, gli autori devono possedere i diritti, e le immagini devono rispettare uno standard tecnico chiaro: 4K, 3840×2160 pixel, in formato PNG o WebP. Le licenze richieste sono CC BY-SA 4.0 o CC BY 4.0, un vincolo che non è burocrazia ma filosofia: la wallpaper non è un poster, è un asset che deve poter vivere dentro un ecosistema libero, condivisibile, riutilizzabile con regole trasparenti. Il punto più netto è il divieto: niente AI. È una scelta che, nel 2026, è tutto fuorché neutra. Xubuntu sta dicendo che la celebrazione del progetto passa da creatività umana, non da generazione automatica. È una posizione identitaria. Può piacere o no, ma è coerente con l’idea che un desktop environment come Xfce e una distribuzione come Xubuntu puntino su controllo, leggerezza e responsabilità dell’utente. Qui la wallpaper non è solo sfondo, è firma culturale.

Date, voto e piattaforma: un processo comunitario che somiglia allo sviluppo software

Il contest apre le submission il 18 febbraio 2026 e le chiude il 4 marzo 2026. Le immagini vanno caricate su Ubuntu Discourse, con registrazione tramite Ubuntu One. Anche questo, per Xubuntu, non è un dettaglio: centralizzare su Discourse significa mantenere il processo visibile, commentabile, archiviabile, con una tracciabilità che ricorda da vicino le dinamiche di un repository pubblico. La fase di voto dura dal 4 marzo all’11 marzo 2026. La community decide. Non un giurì chiuso, non una selezione opaca. È un modello “open”, che però richiede qualità delle regole proprio perché il voto popolare, senza regole, diventa una gara di popolarità. La struttura, invece, cerca di spingere gli autori verso standard tecnici elevati e licenze compatibili con l’uso di default. I premi sono volutamente semplici: sticker Xubuntu spediti per posta. È un gesto che non compra nessuno, ma riconosce chi contribuisce. E in un progetto open source, questa differenza è fondamentale: la motivazione non è economica, è appartenenza.

Perché Xubuntu 26.04 LTS conta davvero: Xfce 4.20 e la promessa di stabilità

Il rilascio di Xubuntu 26.04 LTS è previsto per il 23 aprile 2026, con Xfce 4.20 come desktop di default. In un mondo in cui molte distribuzioni inseguono il nuovo a ogni costo, la parola LTS continua ad avere un significato preciso: continuità, aggiornamenti prevedibili, ciclo di vita lungo, meno sorprese. Xubuntu vive esattamente in quel punto del mercato Linux in cui la leggerezza non è nostalgia, ma scelta razionale: hardware non più nuovissimo, workstation che devono lavorare, utenti che vogliono controllo senza teatrini. È anche qui che la wallpaper diventa più importante. Un’LTS non è un episodio. È una casa in cui le persone restano. Lo sfondo che trovi al primo avvio non è un dettaglio estetico, è la prima cosa che dice “questo è Xubuntu”, e nel 2026, con la concorrenza di altri flavor e desktop, l’identità non è un optional.

Kernel 7.0 e Xubuntu: due storie diverse, lo stesso ecosistema

Mettere insieme Linux 7.0 RC1 e il concorso wallpaper di Xubuntu potrebbe sembrare un collage casuale. In realtà è una lezione su come funziona l’open source quando funziona davvero. Il kernel procede con un calendario rigoroso, release candidate, regressioni, fix, e un cambio di numero che non è uno show ma un modo per tenere la macchina leggibile. Xubuntu celebra vent’anni con un concorso che impone risoluzioni, licenze e una regola culturale forte, il divieto di AI, per difendere una certa idea di comunità. In mezzo, c’è la stessa sostanza: partecipazione. La RC1 esiste perché qualcuno testerà e segnalerà bug. Il contest esiste perché qualcuno disegnerà, renderizzerà, licenzierà e condividerà un’opera che finirà sui desktop di migliaia di persone. Sono due forme diverse di contributo, ma la logica è identica: Linux cresce quando la community non si limita a consumare.

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