Il decreto data center, nella sua forma più concreta, non è un singolo articolo che cambia da domani la mappa digitale del Paese. È una delega al Governo che punta a riscrivere regole e procedure attorno ai centri di elaborazione dati, cioè l’infrastruttura fisica che regge cloud, intelligenza artificiale, servizi pubblici digitali, pagamenti, logistica, industria, sanità e, sempre più spesso, anche la dimensione della sicurezza nazionale. L’obiettivo dichiarato è mettere ordine in un settore cresciuto a scatti, con norme sparse e iter autorizzativi vissuti come un labirinto, mentre il mercato corre e i data center diventano un asset che gli Stati vogliono trattenere sul proprio territorio.
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Che cosa cambia con la delega sui data center
La delega affida all’Esecutivo il compito di adottare, entro sei mesi dall’entrata in vigore, uno o più decreti legislativi per disciplinare il settore e coordinare le procedure. È un passaggio che sposta il baricentro: l’Aula indica una direzione, ma la partita vera si gioca nella scrittura dei decreti, dove si stabiliscono definizioni, perimetri, competenze e tempi. La cornice politica è chiara. I data center vengono descritti come infrastrutture abilitanti dell’economia digitale e come un tassello di sovranità tecnologica. Non è solo una questione di “nuovi capannoni pieni di server”. È una scelta su dove stanno i dati, su chi controlla la capacità di calcolo, su quanto l’Italia dipende da hub esteri nel momento in cui cloud e AI entrano nei processi critici, dalle imprese alle pubbliche amministrazioni. Nella retorica della modernizzazione, la delega vuole trasformare questa consapevolezza in procedimenti più rapidi e in una regia normativa che oggi viene considerata insufficiente. La promessa, però, è ambivalente. Per accelerare si toccano le procedure ambientali, urbanistiche ed energetiche. E proprio lì si innesta lo scontro politico: tra chi vede nei data center un’opportunità industriale da non perdere e chi teme una scorciatoia che scarica sul territorio costi e impatti, dal consumo di suolo ai vincoli di rete elettrica e acqua.
Procedura unica e tempi certi: la promessa della semplificazione
Il cuore della delega è la semplificazione. Il settore finora viene raccontato come vittima di una frammentazione che rallenta investimenti e rende incerti i tempi: autorizzazioni diverse, livelli decisionali multipli, passaggi che si sovrappongono. La delega prova a imporre un’idea di Stato “a sportello”, con provvedimenti amministrativi unici e celeri, tempi massimi e un approccio nazionale uniforme. Dentro questa architettura compare un elemento che sembra tecnico ma in realtà è politico: la necessità di riconoscere i data center come settore specifico, anche attraverso un codice Ateco dedicato. È un modo per dire che non sono più “impianti industriali generici”, ma una categoria a sé, con esigenze infrastrutturali, standard di sicurezza, profili energetici e impatti ambientali peculiari. In questa logica, un codice dedicato serve anche a rendere più coerenti incentivi, statistiche, pianificazione e controlli. La delega insiste inoltre sulla valorizzazione di investimenti che riusano spazi e infrastrutture già esistenti. L’obiettivo è evitare, almeno in teoria, la spinta verso nuova edificazione “nel vuoto” e orientare i progetti verso aree industriali dismesse o siti energetici in via di dismissione, dove la dotazione elettrica e di rete è spesso già presente o più facilmente adeguabile. È una scelta che prova a conciliare attrazione di capitali e tenuta sociale: se un territorio ha perso industria, il data center viene proposto come nuova forma di insediamento produttivo, pur con un’occupazione diretta spesso limitata rispetto ai grandi impianti manifatturieri. Resta il punto più delicato: la semplificazione, quando tocca urbanistica e ambiente, non è mai neutra. È qui che il provvedimento smette di essere solo “pro-crescita” e diventa una proposta di redistribuzione del potere decisionale tra Stato, enti locali, imprese e organi tecnici.
Pubblica utilità e deroghe ambientali: il punto più controverso
La parola che spacca l’Aula è pubblica utilità. Nella delega, i progetti di data center vengono qualificati come indifferibili e urgenti, con un interesse pubblico prevalente. È la formula che, nel linguaggio della normativa e delle procedure, può cambiare la gerarchia delle valutazioni. È anche il punto più contestato da chi teme un “corsia preferenziale” su iter che dovrebbero misurare impatti molto concreti: consumo di suolo, pressione sulla rete elettrica, gestione dei gruppi di continuità, emissioni, rumore, acqua. Lo scontro si concentra soprattutto su VIA e AIA, cioè sui passaggi che, nell’ordinamento, servono a bilanciare realizzazione dell’opera e tutela ambientale. La critica politica non è astratta: un data center può essere un oggetto energivoro, con effetti sistemici sul territorio, e la percezione di una deroga viene vissuta come un rischio di conflitto permanente tra comunità locali, amministrazioni e investitori. Dentro questo conflitto c’è una tensione che l’Italia conosce bene: ogni volta che una grande infrastruttura si presenta come “strategica”, lo Stato tende a comprimere i tempi. Ma quando lo fa, spesso produce contenziosi, opposizioni e, paradossalmente, ulteriori ritardi. Nel caso dei data center, la delega prova a costruire una corsia rapida preventiva, però proprio quell’impostazione può generare il terreno per la contestazione politica e amministrativa, soprattutto in contesti urbani già saturi o in aree dove l’energia è scarsa e la rete è un collo di bottiglia. Il provvedimento, nel suo impianto, tenta di rispondere con un lessico di sostenibilità: energie pulite, riuso di aree industriali, riduzione del consumo idrico, recupero del calore, sistemi di raffreddamento più efficienti. Ma la questione resta: quando una norma qualifica un’opera come urgente e di interesse pubblico prevalente, quel lessico non basta più. Serve la prova operativa, caso per caso, e serve una governance che regga davanti a scelte impopolari.
Energia, acqua, calore: l’infrastruttura fisica che la politica non può ignorare
Il decreto data center mette al centro un dato che spesso resta sottotraccia nel dibattito pubblico: la digitalizzazione è materia. I server hanno bisogno di elettricità, di raffreddamento, di continuità operativa. Per questo la delega ragiona su potenziamento della rete elettrica nazionale, criteri di priorità nell’accesso alla rete e, soprattutto, sul tema che più di ogni altro determina dove un data center può nascere: la disponibilità di potenza e tempi di allaccio. Dentro questa cornice entra l’idea di spingere l’autoproduzione energetica, almeno parziale, e di accompagnarla con sistemi di accumulo e soluzioni di backup a basso impatto ambientale. Non è un dettaglio tecnico, è una scelta industriale: se i data center diventano una domanda crescente e stabile, lo Stato deve decidere se trattarli come semplici utenti energivori o come soggetti che contribuiscono a stabilizzare la rete, investendo in generazione e accumulo. In parallelo, la delega richiama una disciplina uniforme per le emissioni dei gruppi elettrogeni a gasolio. Anche qui il punto è concreto: la continuità operativa di un data center non è negoziabile, ma il modo in cui la si garantisce può creare impatti locali. Standard ambientali, controlli e scelte tecnologiche diventano parte della politica industriale, non più un capitolo a margine. Poi c’è l’acqua. Il raffreddamento, a seconda delle tecnologie adottate, può aumentare la pressione su risorse idriche già stressate. Per questo la delega richiama tecniche per ridurre il consumo d’acqua e favorire soluzioni che minimizzano sprechi e prelievi. È un tema destinato a crescere, perché la competizione tra usi della risorsa idrica diventa più dura proprio mentre l’economia digitale si espande. Infine c’è il calore, cioè l’energia che i data center producono inevitabilmente e che, se recuperata, può diventare un vantaggio territoriale. Nel dibattito attorno alla delega emerge l’esempio di data center che attivano collaborazioni locali e recupero del calore per il teleriscaldamento, mostrando una traiettoria possibile: trasformare un oggetto energivoro in un nodo integrato con la città, dove l’efficienza non è solo “dentro” il capannone, ma si riversa nella rete urbana. Questo scenario apre una domanda politica: dove collocare i data center. Nel confronto pubblico si affaccia anche l’idea di incentivarne l’insediamento in territori montani o in aree industriali marginali, non per romantica decentralizzazione, ma perché in alcune zone esistono infrastrutture elettriche già dimensionate e siti industriali in dismissione. Qui, però, emerge un limite strutturale: molte scelte restano in capo agli enti locali, e la delega, per quanto ambiziosa, deve misurarsi con la realtà delle competenze e dei poteri distribuiti sul territorio.
Fisco e presenza industriale: il nodo delle multinazionali
Il decreto data center nasce anche dentro un’altra tensione: attrarre investimenti senza trasformarsi in un Paese che offre facilitazioni e poi vede i benefici fiscali sfumare altrove. Nel dibattito politico, questo nodo si manifesta con una richiesta semplice e brutale: se grandi gruppi internazionali investono nel settore, e ottengono procedure semplificate, come si garantisce un ritorno fiscale coerente per l’Italia? Qui si intrecciano due livelli. Il primo è pratico: requisiti societari, localizzazione, tassazione dei profitti, capacità di evitare strutture in cui l’investimento è fisicamente in Italia ma il valore fiscale “migra”. Il secondo è giuridico e internazionale: armonizzare la disciplina tributaria con principi e regole che non dipendono solo dall’ordinamento nazionale. La delega, per come viene interpretata nella discussione, cerca un punto di equilibrio evocando la qualificazione dei data center come stabili organizzazioni e la necessità di una cornice tributaria più chiara. È un campo minato, perché tocca competizione fiscale europea, regole internazionali e modelli di business dei grandi operatori. Ma è anche il passaggio che determina se il decreto viene percepito come pura leva per attrarre capitali o come un tentativo di costruire una filiera che lasci valore nel Paese. Il tema fiscale si lega direttamente alla questione territoriale. Se i data center vengono spinti verso aree industriali dismesse o poli energetici in dismissione, i territori chiedono non solo compensazioni ambientali, ma anche un ritorno economico misurabile. In assenza di quel ritorno, l’infrastruttura rischia di apparire come un oggetto estraneo, posato sul territorio per servire mercati e utenti altrove.
Cybersecurity e continuità operativa: quando il data center diventa infrastruttura critica
Un data center non è solo un investimento. È un punto fisico in cui si concentrano dati, servizi e capacità di calcolo. Per questo, il decreto data center viene letto anche come norma che deve tenere insieme sicurezza fisica e sicurezza cibernetica, non come accessori ma come presupposti. La delega richiama criteri di cybersecurity e protezione delle informazioni, cioè la necessità di standard che riducano rischio di incidenti, intrusioni e interruzioni. In un periodo in cui gli attacchi informatici diventano sistemici e sempre più spesso ibridi, la localizzazione di capacità di calcolo sul territorio nazionale è vista come un elemento di resilienza, ma solo se accompagnata da requisiti seri. Altrimenti, la concentrazione può diventare un moltiplicatore del rischio: un singolo evento può produrre effetti a cascata su servizi pubblici e privati. La continuità operativa si intreccia con tutto il resto: energia, backup, gruppi elettrogeni, accumulo, ridondanza di rete, procedure di incident response. È qui che la politica incontra l’ingegneria. E per questo la delega, oltre a promettere velocità, deve dimostrare di non sacrificare robustezza e controlli.
Mercato e numeri: perché l’Italia diventa un obiettivo
Il decreto data center viene portato come risposta a una dinamica descritta come esplosiva, sia a livello globale sia nazionale. Nel dibattito pubblico circolano numeri che raccontano un settore in espansione: migliaia di data center operativi nel mondo, crescita annua prevista in doppia cifra, e una domanda di potenza che spinge verso nuove costruzioni e ampliamenti. Sul fronte italiano, l’immagine è quella di un mercato che cresce in capacità e superficie, con una potenza informatica nominale in aumento e spazi dedicati ai server che si allargano anno su anno. Nella narrazione politica, questo significa due cose.
- Primo: l’Italia viene percepita come un Paese appetibile, anche per ragioni geografiche e di connettività, con il Mediterraneo come corridoio e con poli urbani che già attraggono infrastrutture digitali.
- Secondo: la crescita è tale da mettere sotto stress reti elettriche, procedure e pianificazione, rendendo inevitabile una risposta normativa. In questa rappresentazione compare anche un elemento chiave: l’energia. Le stime sul consumo elettrico dei data center vengono citate come in aumento, con una traiettoria che nei prossimi anni rende il tema non più eludibile.
E qui la delega prova a fare un salto: non limitarsi a “autorizzare”, ma orientare verso sostenibilità e infrastrutture adeguate, evitando che la corsa ai data center produca un conflitto con la transizione energetica. È un equilibrio fragile.
Se il Paese accelera troppo senza investire in rete, rischia di creare una competizione interna tra usi industriali e digitali dell’energia. Se rallenta per paura degli impatti, rischia di perdere investimenti e di restare dipendente da capacità estera proprio mentre la domanda di calcolo cresce, soprattutto per l’intelligenza artificiale. Il decreto data center nasce dentro questa forbice e prova a trasformarla in governance.
Competenze e filiera: dal cantiere all’università
Una parte meno visibile ma decisiva della delega riguarda le competenze. Il data center non è solo cemento e server: è progettazione, gestione, manutenzione, sicurezza, ingegneria elettrica, software, raffreddamento, monitoraggio, compliance. Se il settore cresce, cresce anche la domanda di profili tecnici e di filiere che oggi non sono abbastanza robuste. Per questo nella discussione attorno al decreto emerge l’obiettivo di promuovere competenze digitali avanzate in scuole, ITS, università, centri di ricerca e pubblica amministrazione, con percorsi che includono formazione, esperienze sul campo, collaborazioni con aziende. È un passaggio politicamente rilevante perché collega infrastruttura e lavoro qualificato: senza competenze, l’Italia rischia di ospitare data center come “oggetti chiusi”, controllati e gestiti altrove, con un impatto occupazionale limitato e con una dipendenza tecnologica che resta intatta. In questa logica, la filiera non è un dettaglio. È ciò che trasforma un investimento infrastrutturale in un pezzo di politica industriale. E qui si misura la credibilità del decreto: se la delega produce solo accelerazione autorizzativa, il rischio è che il Paese diventi un terreno di installazione. Se invece la delega riesce a tenere insieme procedure, energia, sostenibilità, sicurezza e formazione, allora il decreto data center può diventare un dispositivo di posizionamento strategico. La delega ora sposta tutto sui decreti legislativi. È lì che si vedrà se l’Italia costruisce una corsa governata o una corsa conflittuale: tempi certi senza scorciatoie opache, pubblica utilità senza compressione automatica delle tutele, energia e acqua trattate come vincoli reali e non come postille, cybersecurity intesa come requisito strutturale. Il decreto data center, più che un punto di arrivo, apre un corridoio: la direzione è tracciata, ma il modo in cui verrà percorso determinerà il costo politico e industriale della trasformazione digitale del Paese.
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