Magic Eden nasce nel 2021 come marketplace NFT e cresce rapidamente fino a diventare un nome centrale del boom crypto. Oggi, però, la piattaforma sceglie una traiettoria diversa: chiude i segmenti Bitcoin e multi-chain per concentrarsi su Solana e su una forma di intrattenimento cripto che mescola trading, token economy e iGaming. Nello stesso momento, il mondo bancario — con istituzioni come Morgan Stanley e Barclays — accelera sul fronte opposto: infrastrutture regolamentate, custodia, depositi tokenizzati e pagamenti, nel tentativo di rendere la crypto un’estensione compatibile del sistema finanziario tradizionale. È una convergenza apparentemente paradossale, ma coerente: la stessa tecnologia viene spinta verso due estremi complementari, entertainment ad alta frequenza e finanza a basso rischio regolatorio, creando un mercato dove la competizione non è più tra “crypto e banche”, ma tra modelli di integrazione.
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Magic Eden cambia pelle: meno chain, più focus, più intrattenimento
Il pivot di Magic Eden è netto e scandito da date operative. Il marketplace Bitcoin e Ordinals viene chiuso il 9 marzo 2025, le API Bitcoin il 27 marzo 2025 e il wallet multi-chain termina il supporto il 1 aprile 2025. La motivazione dichiarata è un tema tipico delle aziende in fase di maturità: ridurre la dispersione di costi. Secondo la lettura interna, l’80% delle spese finiva per sostenere prodotti che generavano solo il 20% dei ricavi. In un settore dove la liquidità si sposta rapidamente e le commissioni non sono più garantite, questa asimmetria diventa una zavorra. Magic Eden aveva raccolto circa 143 milioni di euro e nel 2022 era stata valutata attorno a 1,4 miliardi di euro. Nel periodo di massimo splendore degli Ordinals, arrivò a controllare circa l’80% del volume al picco e, più in generale, catturò oltre metà del trading dal lancio di marzo 2023. Nel racconto del pivot emerge però un dettaglio che pesa: gli asset Bitcoin nativi rappresentavano circa il 70% del volume totale. Rinunciare a quel flusso significa accettare un sacrificio nel breve periodo, ma anche liberarsi di una complessità operativa che, in multi-chain, tende a crescere più velocemente dei ricavi. Il CEO Jack Lu descrive questo cambio di rotta come l’ingresso in un’era in cui finance e entertainment si fondono. L’idea non è solo “tornare su Solana”, ma costruire prodotti che vivano in un ambiente dove la crypto viene usata non soltanto come asset finanziario, bensì come infrastruttura di gioco, scambio e engagement. In questo schema entra Dicey, piattaforma casino e betting in beta chiusa: circa 200 utenti e oltre 13 milioni di euro in scommesse elaborate in due mesi. I numeri, in assoluto, non sono giganteschi rispetto ai volumi globali, ma sono sufficienti per indicare una direzione: frequenza, retention, micro-transazioni, cioè ciò che spesso manca ai marketplace NFT tradizionali quando l’hype si spegne. Il pivot include anche la fine delle iniziative di buyback NFT e un riorientamento su prodotti legati al token $ME, con supporto esclusivo per asset Solana, inclusi Packs e servizi correlati. La scelta è anche una scommessa tecnica: Solana viene descritta come catena “più avanzata” per applicazioni ad alta intensità di transazioni, dove la latenza e i costi determinano la sostenibilità di interi modelli di business.
Solana contro Ethereum: la battaglia si sposta su scalabilità reale e GTM
La narrazione di Solana viene rinforzata da un argomento sempre più presente tra investitori e operatori: per app di trading e intrattenimento ad alta frequenza, la scalabilità non può essere solo promessa, deve essere una proprietà verificabile dell’esperienza utente. In questa prospettiva, le critiche rivolte a Ethereum non sono più ideologiche, ma operative: il modello L2 non “riporta valore” all’L1 in modo automatico, mentre le app orientate al trading cercano finalità e throughput che, secondo questa lettura, Ethereum fatica a garantire sull’L1. Tushar Jain, co-founder di Multicoin Capital, spinge un punto che ribalta il discorso classico: la tecnologia conta, ma nel breve termine contano ancora di più business development e go-to-market. Le stablecoin adottate da giganti Web2, o le infrastrutture costruite da banche e circuiti di pagamento, spostano la domanda molto più di qualunque disputa tra chain. Per Solana, però, la roadmap tecnica resta cruciale perché è proprio lì che si gioca la credibilità del “trading-grade”. In questo contesto vengono citati upgrade e progetti come Firedancer, pensato per aumentare performance e resilienza attraverso client validator alternativi, e Alpenglow, orientato a semplificare il consensus riducendo il time-to-finality. Il punto, nel racconto strategico, è chiaro: non basta dire “siamo veloci”, serve dimostrare che la rete regge carichi complessi senza compromettere integrità e decentralizzazione operativa.
Ethereum risponde con Project Odin: la guerra è anche sui public goods
Mentre Solana viene narrata come la catena dell’esecuzione e del throughput, Ethereum muove su un piano diverso: la sostenibilità dell’ecosistema open-source. La Ethereum Foundation avvia Project Odin, programma di 12 mesi per stabilizzare i team che mantengono i public goods, cioè strumenti e componenti infrastrutturali che non hanno un modello di ricavi immediato ma sono essenziali per la rete. Il caso pilota è la Foundation for Verified Software che mantiene Vyper, linguaggio legato a una quota importante di contratti e TVL, stimata in oltre 2,1 miliardi di euro su circa 8.000 contratti. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che i grant one-off non bastano: l’ecosistema ha distribuito circa 455 milioni di euro in grant, ma i team restano esposti quando i cicli di funding terminano. La logica di Odin è provare a costruire entrate ricorrenti, con advisor embedded che guidano le coorti verso modelli più stabili. Questa mossa racconta una tensione strutturale: Ethereum vuole restare la piattaforma “seria” dell’open-source e della sicurezza, ma deve trovare un modo per rendere sostenibile chi mantiene ciò che, per definizione, non è monetizzabile con facilità. Non è un tema laterale: se i public goods collassano, la sicurezza e l’affidabilità della rete diventano un rischio sistemico.
PayPal e PYUSDx: la stablecoin diventa “feature di app”
Sul fronte stablecoin, PayPal spinge un modello che parla la lingua del product: PYUSDx, un framework che consente agli sviluppatori di emettere token “branded” sostenuti da PYUSD senza doversi costruire da soli riserve e compliance. L’infrastruttura combina tecnologia di issuance M0 e strumenti operativi MoonPay, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il time-to-market a giorni. È un passaggio concettuale importante perché sposta l’adozione stablecoin dal livello “moneta” al livello “applicazione”. Non una stablecoin generica, ma una stablecoin purpose-built, legata a un ecosistema e a un flusso specifico. Il primo builder citato è USD.ai, protocollo DeFi su AI infrastructure. PYUSDx, però, resta distinto da PayPal USD: non è trasferibile via PayPal o Venmo, segnale che l’azienda sta separando nettamente l’uso consumer dall’uso “modulare” per developer. Nel frattempo, PYUSD cresce fino a circa 3,7 miliardi di euro in circolazione, elemento che rende plausibile l’espansione in casi d’uso più verticali. La traiettoria è coerente con il resto del mercato: le stablecoin non vengono più presentate come alternativa al denaro, ma come middleware per pagamenti, reward, settlement e servizi digitali.
Morgan Stanley: custodia regolamentata e infrastrutture interne
Sul versante bancario, la mossa di Morgan Stanley è un passo verso la piena istituzionalizzazione della crypto: richiesta di charter per una trust bank nazionale USA dedicata agli asset digitali, attraverso la struttura Morgan Stanley Digital Trust, National Association. L’obiettivo non è “fare crypto”, ma portare in-house custodia, trasferimenti e operatività per clienti che già detengono asset digitali su piattaforme esterne. La banca punta a un modello fiduciario che includa anche staking e servizi operativi, con governance e leadership definite. Il contesto regolatorio viene descritto come più favorevole e questo accelera iniziative che in passato avrebbero richiesto più cautela. Sul mercato si muovono anche competitor come BNY Mellon e State Street, segno che la custodia crypto sta diventando una commodity strategica: non porta margini enormi da sola, ma è la base per prestiti collateralizzati, prodotti yield e integrazione con wealth management. La logica sottostante è semplice: se la domanda esiste già, la banca preferisce che quei flussi avvengano dentro un perimetro regolamentato e controllabile, riducendo dipendenza da terze parti e aumentando la capacità di costruire prodotti sopra la custodia.
Barclays e i pagamenti tokenizzati: depositi, stablecoin e interoperabilità
Anche Barclays si sposta da prudenza a investimento attivo, valutando una piattaforma blockchain per pagamenti e depositi tokenizzati. Il piano prevede la selezione di un partner tecnologico entro aprile, con un’infrastruttura che includa stablecoin e tokenized deposits. Barclays si collega a un trend in accelerazione: banche e consorzi che cercano di emettere strumenti digitali ancorati a riserve e valute G7 per velocizzare e ridurre i costi dei pagamenti cross-border. L’investimento in Ubyx, citato come clearing globale per tokenized deposits e stablecoin regolamentate, mette al centro un concetto che sta diventando la parola chiave del settore: interoperabilità. In un mondo dove ogni grande attore può costruire la propria rete, il valore reale nasce dalla capacità di far dialogare sistemi diversi, senza perdere compliance e tracciabilità. Non è un dettaglio tecnico: è la condizione necessaria perché i depositi tokenizzati non restino progetti pilota isolati.
DOJ e pig butchering: 531 milioni sequestrati e il lato oscuro della crescita
Ogni accelerazione infrastrutturale porta con sé anche l’altra faccia. Il DOJ statunitense sequestra circa 531 milioni di euro in asset digitali collegati a scam di tipo pig butchering attribuiti a organizzazioni criminali transnazionali cinesi. La task force, creata a novembre, avrebbe recuperato 368 milioni di euro entro gennaio 2026, raggiungendo il totale in circa tre mesi. Lo schema è noto: contatto emotivo via social e messaggistica, spinta verso piattaforme di trading false, esfiltrazione progressiva. La geografia descritta — Sudest asiatico, Birmania, Cambogia, Laos — evidenzia un’industrializzazione della frode con compound dedicati. In alcuni paesi asiatici, i ricavi di queste attività vengono descritti come vicini a metà del PIL, un dato che, anche letto con cautela, rende l’idea della scala. Questa dimensione criminale è parte della ragione per cui le banche insistono su perimetri regolamentati: non solo per conformità, ma per ridurre il rischio reputazionale e operativo che oggi blocca l’adozione di massa.
UK e gambling crypto: regolamentazione come canale di “normalizzazione”
Nel Regno Unito, la UK Gambling Commission valuta la crypto come opzione di pagamento per scommesse regolamentate. L’idea è trovare un equilibrio tra innovazione e protezione consumatori, in coordinamento con l’oversight della Financial Conduct Authority e con un framework sui digital assets atteso per fine 2026, con enforcement più avanti.
Il punto di interesse non è tanto “accettare crypto”, ma spostare i flussi verso venue licensed e ridurre l’uso di siti illeciti. È un esempio di come la regolamentazione stia cambiando tono: non più solo divieti, ma tentativi di incanalare l’uso in ambienti controllati. In questo scenario, l’iGaming diventa un laboratorio naturale perché combina pagamenti, identità, rischio e tracciabilità, cioè gli stessi elementi che il sistema finanziario deve governare.
Il nuovo asse finance-entertainment e la partita vera sulle infrastrutture
Il quadro complessivo racconta una convergenza: Magic Eden spinge sulla crypto come intrattenimento e trading ad alta frequenza, mentre banche e big tech costruiscono infrastrutture tokenizzate con compliance e governance. In mezzo, le stablecoin diventano feature modulari e la regolamentazione prova a trasformare una zona grigia in un mercato formalizzato. Il punto non è scegliere tra Solana o Ethereum, tra marketplace o banche. Il punto è capire dove si concentra l’attrito reale: scalabilità e finalità per l’esperienza utente, sostenibilità dei public goods per la sicurezza, interoperabilità per la finanza e enforcement per ridurre la frode. La crypto non sta “entrando nella finanza”. Sta diventando un set di infrastrutture che, a seconda di chi le usa, può produrre casinò digitali o pagamenti istituzionali. E la competizione, ormai, è su chi riesce a costruire un modello che regga nel tempo, non su chi urla più forte nel ciclo rialzista.
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