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Marina Berlusconi, Repubblica e la lunga marcia dei Berlusconi tra Mediaset, Forza Italia e controllo dell’informazione

La domenica che ha rimesso in movimento il mondo politico italiano, e perfino quello degli appassionati di storia recente, non è nata da un congresso di partito, da una manifestazione di piazza o da una crisi di governo. È nata da una lettera firmata da Marina Berlusconi e pubblicata su Repubblica, un gesto che da solo è bastato a provocare un corto circuito simbolico, culturale e politico. Il tema era quello del sì al prossimo referendum sulla divisione delle carriere dei magistrati, ma il punto vero, almeno per chi osserva gli equilibri del potere italiano, stava molto più in profondità: chi parla, dove parla e perché sceglie di farlo proprio lì. La reazione è stata trasversale. Si è indignata una parte della destra, si è indignata una parte della sinistra. Si sono irritati quanti continuano a leggere la storia italiana con le categorie del berlusconismo classico e si sono innervositi coloro che hanno sempre visto in Repubblica il luogo editoriale più distante dall’universo del Cavaliere. Proprio per questo la pubblicazione della lettera di Marina Berlusconi ha assunto un significato che va oltre il merito del referendum. Per molti è sembrata la certificazione di un’epoca finita e, allo stesso tempo, l’inizio di una nuova fase in cui i confini tra i mondi che per trent’anni si sono combattuti si fanno improvvisamente più porosi.

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Il punto politico è semplice e, proprio per questo, dirompente. Repubblica, giornale che per decenni ha dedicato al berlusconismo una vigilanza serrata, una critica costante e inchieste che hanno colpito il cuore del sistema mediatico e politico costruito da Silvio Berlusconi, ha ospitato la lettera della figlia del fondatore di Mediaset. E lo ha fatto nel momento in cui quella lettera caldeggiava una posizione, quella del , che difficilmente coincide con la sensibilità prevalente di una parte significativa del suo pubblico. È qui che nasce lo scandalo politico, prima ancora che giornalistico: non il contenuto in sé, ma il luogo scelto per farlo risuonare. Per chi segue queste dinamiche da tempo, tuttavia, nulla di tutto questo arriva davvero all’improvviso. I lettori di Matrice Digitale sono stati avvisati con largo anticipo. Il precedente più importante risale al giorno della morte di Silvio Berlusconi, quando, nel pieno del lutto nazionale e familiare, emerse dalle colonne di Repubblica, sotto la direzione di Maurizio Molinari, la notizia secondo cui Pier Silvio Berlusconi e Marina Berlusconi avrebbero potuto vendere Mediaset. Fu una notizia che fece scalpore. E soprattutto fu una notizia giudicata intempestiva e sgradita dallo stesso Pier Silvio, che nel momento del commiato pubblico alla figura del padre si trovò a fronteggiare un racconto che spostava subito il baricentro dalla memoria alla successione, dalla dimensione affettiva a quella patrimoniale e strategica.

Quel passaggio, riletto oggi, appare come uno spartiacque. Da quel momento in poi Mediaset ha cominciato a cambiare pelle, almeno nella percezione di molti osservatori e di una parte del suo pubblico storico. Il mutamento non sarebbe stato soltanto editoriale, ma più in generale culturale e politico. I primi dissapori, infatti, sarebbero emersi proprio dentro la rete, tra quanti continuavano a considerare l’azienda un avamposto della destra berlusconiana tradizionale e quanti invece intuivano che il gruppo stesse già cercando un’altra collocazione, meno identitaria e più funzionale a una nuova stagione di rapporti. La presenza, sempre più visibile, di figure come Maurizio Molinari e Gianni Riotta nei circuiti televisivi riconducibili a quel mondo è stata letta come il segnale più evidente di questo spostamento. Si tratta di due nomi che, per storia professionale e collocazione culturale, sono stati a lungo percepiti come riferimenti della galassia repubblicana, spesso critica nei confronti di Silvio Berlusconi e della destra italiana. Il loro ingresso, o la loro crescente frequentazione, in quel sistema di visibilità non è stato interpretato come una semplice apertura pluralista, ma come la prova di una ridefinizione dell’asse mediatico.

All’interno di questa trasformazione viene collocata anche la presenza di Pucciarelli, altro nome che per molti lettori incarna un giornalismo lontano dal tradizionale perimetro ideologico berlusconiano. Il punto, anche qui, non è il singolo ospite o il singolo intervento, ma il messaggio complessivo: Mediaset non rappresenta un blocco politico definito, ma sta costruendo un campo largo dell’informazione compatibile con nuovi equilibri di potere. Ci sarebbe poi il capitolo, più spinoso e più interno, delle tensioni familiari e aziendali. In alcuni racconti è comparsa perfino l’ipotesi di uno scontro nel quale Silvia Toffanin avrebbe osteggiato l’ingresso di Andrea Scanzi nel perimetro delle trasmissioni Mediaset, proprio mentre Bianca Berlinguer, passata dalla Rai al Biscione con un contratto importante, si affermava come volto di una nuova fase televisiva. Anche qui conta la sostanza del segnale più che la veridicità di ogni singolo retroscena: l’azienda sembrerebbe attraversata da spinte, resistenze, mediazioni e nuovi pesi specifici.

Nella stessa cornice si inserisce il periodo in cui sarebbe stata perfino messa sotto pressione la stabilità di conduttori come Mario Giordano e Paolo Del Debbio, due figure tradizionalmente considerate interne o comunque vicine a un certo immaginario politico del centrodestra televisivo. Del Debbio, definito ironicamente “il cuoco” da Luigi Bisignani, rappresenta in questo quadro una figura simbolica: uno dei volti storici di una televisione che per anni ha dialogato con l’elettorato di Forza Italia e dell’area moderata. Se perfino quei presìdi in una determinata fase sono stati percepiti come meno intoccabili, allora significa che il mutamento è reale, ma non è stato possibile estrometterli nonostante volessero salvarli. E non è un caso che la logica milanese abbia portato dal Corriere Tomaso Labate a condurre una trasmissione che fatica ancora a decollare ed a silurare Giuseppe Brindisi perchè non è stato in grado di far salire gli ascolti per poter giustificare un effetto costi benefici sulle costosissime produzioni di Del Debbio e Giordano.

Da qui nasce la tesi più radicale: negli ultimi anni Mediaset si sarebbe trasformata anche dal punto di vista politico, accompagnando un’evoluzione di Forza Italia che avrebbe progressivamente abbandonato l’idea di una destra pura, liberale e identitaria per aprirsi a una grammatica diversa, più disponibile a incorporare temi, linguaggi e perfino sensibilità che per lungo tempo erano stati considerati patrimonio della sinistra. In questo scenario prende corpo il sospetto di un possibile asse tra Forza Italia e la parte più scontenta del Partito Democratico, una zona grigia nella quale si incrocerebbero moderatismo, tecnocrazia, interessi editoriali e gestione del potere. È in questo quadro che vengono lette anche le operazioni riconducibili a Maurizio Lupi e a Carlo Calenda, descritte come tentativi di raccogliere pezzi dispersi del centrosinistra e del centro per portarli, direttamente o indirettamente, in dote a un nuovo equilibrio del blocco moderato. Il nodo vero, però, non è la sommatoria dei singoli nomi. Il nodo vero è che i Berlusconi non starebbero più difendendo un’eredità, ma starebbero riprogettando un sistema.

Dentro questa riorganizzazione trova spazio anche la vicenda di Fabrizio Corona, che per alcuni ex dipendenti, ex colleghi e figure uscite dal perimetro berlusconiano sarebbe diventato una sorta di detonatore esterno, utile a dare voce a rancori, vendette, regolamenti di conti e malumori sedimentati. Perfino Francesca Pascale, nella narrazione che accompagna questi eventi, viene evocata come una figura che si sarebbe progressivamente spostata rispetto ai vecchi equilibri. Sono segnali che, presi singolarmente, potrebbero apparire laterali, ma che nel loro insieme contribuiscono a comporre l’immagine di una galassia berlusconiana non più monolitica, bensì attraversata da fratture, adattamenti e nuove convenienze. Per molto tempo si è immaginato che il successore naturale, anche politicamente, sarebbe stato Pier Silvio Berlusconi. Negli anni gli sono stati dedicati articoli, ritratti, celebrazioni manageriali. È stato presentato come uno dei dirigenti più apprezzati d’Italia, come l’uomo capace di modernizzare l’azienda e insieme custodirne l’identità. Tutto lasciava pensare che, prima o poi, sarebbe stato lui il volto di una possibile traslazione dal potere mediatico a quello politico. E invece, secondo questa lettura, il vero colpo di scena sarebbe l’emersione di Marina Berlusconi.

La sua lettera a Repubblica, allora, non appare più come un episodio isolato, ma come un tassello preparatorio di una discesa in campo che in molti, fino a poco tempo fa, consideravano improbabile o comunque secondaria. Eppure, proprio questa ipotesi è stata rilanciata anche da Fabrizio Corona, che da mesi insiste sulla possibilità che Marina Berlusconi sia pronta a scendere in politica nel mese di giugno. La condizione, in questa narrazione, sarebbe chiara: una vittoria del sì al referendum, da capitalizzare simbolicamente come una vittoria nel nome e nel ricordo del padre. Qui il quadro si fa ancora più delicato. Perché se Marina Berlusconi entrasse davvero in campo, l’assetto del centrodestra italiano verrebbe rimesso radicalmente in discussione. Non si tratterebbe solo di capire il destino di Forza Italia, ma di capire se la famiglia Berlusconi sia pronta a ridefinire il baricentro stesso della coalizione, fino a mettere in prospettiva una competizione con Giorgia Meloni, messa in difficoltà per il caso Giambruno, per la leadership complessiva dell’area. È uno scenario che oggi può apparire estremo, ma che viene alimentato da un insieme di segnali:

la crescente centralità pubblica di Marina, il riposizionamento editoriale, la costruzione di una nuova rete di relazioni, la trasformazione di Mediaset e il logoramento progressivo delle vecchie categorie con cui si è letto il berlusconismo.

Sul piano interno al partito resta poi il tema di Antonio Tajani, che ha già vinto la propria partita, anche rispetto a chi, come Roberto Occhiuto, veniva visto da alcuni come possibile pedina di una diversa scalata sostenuta dall’area berlusconiana. Ma il punto, ancora una volta, non è il singolo equilibrio corrente. Il punto è il tempo storico in cui tutto questo avviene. La destra italiana si prepara a nuove prove amministrative e guarda già alle prossime elezioni politiche. In una stagione del genere, nessun movimento nella galassia Berlusconi può essere considerato neutrale. Accanto al piano politico, però, c’è un altro fronte, forse ancora più decisivo: quello del controllo dell’informazione. In questa lettura, il lavoro di ricucitura tra editori, apparati, regolatori e piattaforme passano anche attraverso il ruolo di Agcom, dal sottosegretario e dipendente Mediaset Alberto Barachini e di figure strategiche come Paolo Benanti. È dentro questo perimetro che si colloca l’idea di un irrigidimento nei confronti delle inchieste di Fabrizio Corona, considerate troppo pesanti per la visibilità e l’immagine non solo di Mediaset, ma anche dei due eredi della famiglia Berlusconi. Qui il racconto si sposta dal gossip politico alla struttura profonda del potere: chi governa i rapporti tra editori, governo, authority e piattaforme digitali governa una parte decisiva della sfera pubblica.

Ed è proprio questo il passaggio finale, il più inquietante. Perché se la famiglia Berlusconi, oltre a rafforzarsi sul territorio italiano e sul piano mediatico europeo, avvia anche una campagna acquisti nel mondo dell’informazione, il rischio è quello di una concentrazione sempre maggiore della visione pubblica. Una visione sempre più ristretta, sempre più compatta, sempre più difficile da contrastare per chi prova a fare giornalismo indipendente. Dentro questo scenario si inserisce anche la figura di John Elkann, protagonista di una ulteriore virata verso destra del sistema editoriale italiano in linea con il Trumpismo e la visione di Netanyahu. La dismissione di asset nell’editoria, vedi la Stampa e presto Repubblica, le voci su nuovi riassetti e l’ipotesi di una gestione futura sempre più distante dalla tradizione progressista riformista in contraltare alla desta di una parte della stampa nazionale sono segnali convergenti. Il risultato sarebbe un ecosistema in cui i grandi gruppi tendono a ricomporsi non più in opposizione reciproca, ma in una logica di normalizzazione del conflitto, riduzione del dissenso e selezione preventiva di ciò che può emergere e di ciò che deve restare ai margini.

Per questo la vicenda della lettera di Marina Berlusconi non riguarda soltanto il referendum sulla divisione delle carriere dei magistrati. Riguarda il futuro di Mediaset, il destino di Forza Italia, la possibile ridefinizione della leadership del centrodestra, il rapporto tra editoria e potere, il ruolo delle authority e la progressiva blindatura dello spazio pubblico digitale. E riguarda anche un’altra questione, ancora più ampia: se in Italia resterà davvero uno spazio per un giornalismo d’inchiesta libero, indipendente e non allineato. Perché se il sistema dei media continua a restringersi, se i grandi editori si muovono in parallelo, se i social network e le piattaforme diventano l’ultimo terreno da blindare, allora l’avvertimento non riguarda soltanto Fabrizio Corona. Riguarda chiunque voglia ancora produrre informazione fuori dai recinti autorizzati. Ed è questo, più di ogni altra cosa, il senso politico profondo di una domenica che, partita da una lettera, ha finito per mostrare la nuova mappa del potere italiano.

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