La presenza di Giorgia Meloni nel podcast di Fedez non è stata una semplice ospitata. Non è stata neppure una banale apertura della politica ai linguaggi del presente, come si è affrettato a raccontare una parte del vociare italiano, sempre pronto a scambiare una mossa di convenienza per un’intuizione storica. È stata invece un’operazione chirurgica, costruita dentro un equilibrio di potere che unisce politica, piattaforme, branding personale e crisi dell’editoria. E soprattutto ha mostrato una verità che in molti fingono di non vedere: oggi il rapporto tra il potere e i grandi intermediari digitali non è più conflittuale, ma organico.In questa vicenda non c’è nulla di spontaneo. C’è una presidente del Consiglio che sente il bisogno di uscire dai circuiti tradizionali, perché quelli tradizionali non bastano più o non garantiscono più il tipo di immunità comunicativa che serve in una fase politicamente delicata. C’è Fedez, che negli anni è passato dalla postura dell’oppositore pop a quella dell’interlocutore credibile, appetibile, ormai perfettamente compatibile con il sistema che un tempo criticava. E c’è soprattutto YouTube, dunque Google, che non ospita soltanto il contenuto ma controlla l’infrastruttura, la distribuzione, la visibilità e quindi, in larga parte, anche il valore politico dell’operazione. Chi continua a raccontare questa comparsa come il trionfo della modernità applicata alla politica o non ha capito nulla oppure fa finta di non capire. Perché qui non si tratta di una leader che “va sui podcast”.
Si tratta di una leader che sceglie accuratamente il luogo in cui andare, il format da occupare, il pubblico da intercettare e soprattutto il sistema tecnologico dentro cui tutto questo prende forma. È una differenza enorme.
Cosa leggere
Il nuovo ruolo di Fedez nel sistema mediatico
Per comprendere fino in fondo il significato politico dell’operazione bisogna partire da Fedez. La sua evoluzione negli ultimi anni è stata evidente. Dopo la fase del personaggio costruito intorno al clash permanente, all’intrattenimento e al protagonismo da piattaforma, il rapper-imprenditore ha progressivamente alzato il livello della propria produzione. Il suo nuovo progetto podcast ha smesso di essere soltanto una cassa di risonanza per il personaggio, per gli smalti da uomo, e si è trasformato in un prodotto editoriale più strutturato, più preparato, più competitivo. Questo salto di qualità è reale. Sarebbe sbagliato negarlo per pregiudizio o per antipatia. Fedez oggi riesce a stare nello spazio pubblico con una professionalità diversa da quella di qualche anno fa. Intercetta temi di attualità, attira ospiti forti, costruisce attenzione. In altre parole, si è guadagnato una centralità che lo rende utile alla politica. Ma proprio qui nasce il problema. Quando un prodotto del genere cresce dentro una piattaforma che non è un semplice mezzo tecnico ma il principale arbitro della visibilità online, la sua affermazione non può essere letta come un fatto neutro. Perché mentre un giornale risponde a una linea editoriale e a una responsabilità pubblica riconoscibile, una piattaforma risponde a logiche industriali, commerciali e algoritmiche. E dunque una trasmissione di successo su YouTube non è mai soltanto una trasmissione di successo. È anche il risultato di un ecosistema che seleziona, premia, amplifica.
Meloni non entra quindi nel “salotto di Fedez” in senso tradizionale. Entra in uno spazio già reso legittimo, potente e spendibile da una piattaforma globale che da anni governa il mercato dell’attenzione.
La favola della politica che scopre i podcast
Molti hanno raccontato questa mossa come una svolta: Giorgia Meloni che apre la politica istituzionale ai podcast, che parla ai giovani, che capisce il presente meglio degli avversari. È la solita narrazione costruita per esaltare il vincitore del momento, senza guardare ai meccanismi reali. In verità, qui non siamo davanti a una pioniera, ma a una leader che si adatta con lucidità a un contesto in cui la televisione non basta più e la stampa conta sempre meno. La politica italiana non ha scoperto i podcast per amore del pluralismo. Li ha scoperti perché i podcast, quando si appoggiano alle grandi piattaforme, consentono un grado di controllo narrativo superiore. Il tono è più disteso, la scenografia meno istituzionale, il confronto meno aggressivo, l’asimmetria più favorevole all’ospite forte.
È il formato perfetto per chi deve evitare i filtri del giornalismo senza rinunciare alla patina di una conversazione “autentica”.
Questa operazione, dunque, non va letta come una prova di coraggio comunicativo. Va letta per quello che è: una forma avanzata di disintermediazione protetta. Apparentemente informale, in realtà estremamente calcolata.
Google, Diego Ciulli e il potere che non si vede
Dentro questo quadro, il ruolo di Google diventa centrale. Ed è qui che il racconto pubblico comincia a diventare ipocrita. Perché la stessa area politica che per anni ha denunciato lo strapotere delle big tech, una volta arrivata al governo ha iniziato a convivere molto meglio del previsto con quel potere, anzi a utilizzarlo quando conveniente.

Figure come Diego Ciulli, da tempo punto di riferimento di Google nelle relazioni istituzionali in Italia, sono il simbolo di questa saldatura tra piattaforme e palazzi. Non c’è bisogno di evocare trame oscure o fantasie da retroscena permanente. Basta osservare come si costruiscono le legittimazioni reciproche, come si distribuiscono i riconoscimenti, come si consolidano i rapporti tra chi governa la visibilità e chi governa le istituzioni. Matrice digitale prova una grande ammirazione per il dott. Ciulli. Soprattutto per i suoi post su LinkedIn che sono oro colato al pari dei pesci piccoli della criminalità organizzata o di grandi sistemi di potere che i magistrati e gli investigatori lasciano sempre in giro perché sanno che farà danni e sanno che mostrerà il vero volto del potere. Ciulli, nel suo ottimo post su LinkedIn, parla di una piattaforma che gestisce l’algoritmo di giornali e televisioni sulle superficie video, audio e della rete, come migliore per rendimento dell’intero settore editoriale italiano che è costretto dai suoi algoritmi. E Ciulli nasconde abilmente i sistemi di censura che YouTube applica ai media non solo con algoritmi opachi, ma anche con ban che nulla hanno a che fare con la democrazia e nemmeno con il primo emendamento, essendo lui un dipendente di una azienda americana.

Quando Tommaso Longobardi, figura legata alla comunicazione meloniana, viene premiato in contesti pubblici riconducibili all’universo YouTube, dal lobbista dell’azienda di Mountain view incaricato di frequentare i palazzi istituzionali, il dato politico è evidente. Non significa necessariamente un patto occulto, ma mostra una prossimità, una convergenza, una reciproca utilità. E questo, in democrazia, dovrebbe bastare a sollevare più di una domanda. Perché il punto non è se esista una cospirazione. Il punto è che esiste una interdipendenza.
La politica ha bisogno della piattaforma per raggiungere il pubblico fuori dai vecchi circuiti. La piattaforma ha bisogno della politica per consolidare la propria centralità come infrastruttura inevitabile della sfera pubblica. È una relazione squilibrata, ma perfettamente funzionante.
L’editoria lasciata morire mentre la piattaforma detta legge
Il passaggio più brutale di questa vicenda riguarda però l’editoria. La scelta di portare una presidente del Consiglio dentro un podcast ospitato su una piattaforma che decide ogni giorno che cosa mostrare, a chi mostrarlo e in quale misura mostrarlo, rappresenta un messaggio spietato verso il sistema giornalistico italiano. Il messaggio è semplice: gli editori possono aspettare. Possono inseguire gli algoritmi, partecipare ai programmi di finanziamento, farsi spiegare da Google come diventare “più sostenibili”, e poi essere comunque aggirati nel momento decisivo. Quando la politica ha bisogno di impatto, immediatezza e protezione, non sceglie la redazione. Sceglie il formato ibrido, la piattaforma, il creator già certificato dal sistema. Qui si consuma una delle grandi ipocrisie del nostro tempo. Per anni si è raccontato che le piattaforme avrebbero democratizzato l’accesso all’informazione. In realtà hanno costruito un ambiente in cui i produttori di contenuti dipendono da regole che non controllano, mentre il soggetto che possiede l’infrastruttura può trasformarsi esso stesso in attore editoriale, senza assumersi fino in fondo gli obblighi dell’editoria. Il risultato è devastante. Le testate indipendenti competono in un mercato in cui le regole cambiano continuamente, la visibilità è instabile e la distribuzione dipende da criteri opachi. Intanto, quando serve, la stessa piattaforma che arbitra la contesa può valorizzare i propri prodotti o i propri ambienti di riferimento. Non è libero mercato. È un sistema in cui l’arbitro gioca, incassa e decide pure il risultato.
Meloni, Mediaset e la necessità di un canale autonomo
C’è poi un altro livello, più italiano e più politico. Giorgia Meloni ha bisogno di costruire un proprio spazio di legittimazione che non dipenda completamente dall’universo Mediaset. Il rapporto con la galassia berlusconiana è sempre stato utile, ma mai privo di rischi. In un contesto in cui il peso di Marina Berlusconi può diventare politicamente rilevante e in cui il sistema Mediaset continua a rappresentare un polo di influenza autonomo, affidarsi solo a quella sfera sarebbe per Meloni un errore strategico. La scelta di approdare in un ambiente come quello di Fedez, veicolato da YouTube, consente invece di aprire un secondo asse. Un asse più giovane, meno istituzionale, meno legato alle mediazioni della vecchia televisione commerciale. Anche per questo l’operazione è importante. Perché segnala che il centro della comunicazione del potere non passa più soltanto dai grandi studi televisivi, ma dalle architetture digitali statunitensi. A rendere il quadro ancora più significativo c’è la presenza, sullo sfondo, di figure come Andrea Giambruno, a lungo interno all’universo Mediaset. Anche qui il punto non è il gossip o la biografia privata, ma la geografia del potere mediatico. Meloni conosce benissimo quel mondo, sa quali vantaggi offre e quali limiti impone. Per questo cerca un presidio ulteriore. E YouTube glielo fornisce.
Francesco Nicodemo, Longobardi e la continuità tra vecchi e nuovi spin doctor
Un altro dettaglio politico non trascurabile riguarda la circolazione delle figure della comunicazione. Il fatto che Tommaso Longobardi sia comparso nello stesso ecosistema di Francesco Nicodemo, storico spin doctor dell’area progressista, dice molto più di quanto sembri. Mostra che le piattaforme sono diventate il terreno comune in cui vecchi mondi apparentemente opposti si ritrovano a operare con linguaggi, strumenti e finalità sempre più simili.
Destra e sinistra si combattono in superficie, ma sotto si muovono entrambe dentro lo stesso habitat: quello della piazza virtuale del discorso pubblico. Cambiano i volti, cambiano gli slogan, ma il quadro resta identico. Si accetta che il centro della mediazione democratica non sia più il giornale, non sia più il confronto pubblico regolato, ma l’ecosistema proprietario di multinazionali che non rispondono agli interessi nazionali bensì a strategie globali.
E allora il vero problema non è neppure Fedez. Il vero problema è che la politica italiana, quasi tutta, ha smesso di pensare alle piattaforme come a un nodo da regolare e ha iniziato a considerarle come un alleato tattico.
Il referendum come occasione e il prezzo democratico dell’operazione
Che questa mossa sia maturata in piena battaglia referendaria rende tutto ancora più chiaro. La presenza di Giorgia Meloni nel podcast di Fedez serve a parlare a un pubblico diverso, più giovane, più fluido, meno fidelizzato ai canali tradizionali. Serve a ridare slancio a una campagna che ha mostrato crepe, indecisioni e limiti comunicativi. Serve a spostare la narrazione dal terreno dell’argomentazione a quello della prossimità emotiva. È un’operazione intelligente, certamente. Ma il fatto che sia intelligente non significa che sia sana per il sistema democratico. Anzi. Più è efficace, più diventa necessario interrogarsi sul suo costo pubblico. Perché ogni volta che la politica sceglie la piattaforma invece del giornalismo, ogni volta che preferisce il format amico al confronto ostile, ogni volta che accetta di muoversi dentro un ambiente governato da algoritmi e da interessi industriali esterni, perde un pezzo di autonomia democratica e lo fa perdere anche al Paese.
Alla fine, il punto è tutto qui. Giorgia Meloni non ha soltanto accettato la centralità di Google e YouTube. L’ha certificata. Fedez non ha soltanto ottenuto un successo personale. Ha consolidato il proprio ingresso nel circuito della legittimazione politica alta. E gli editori non sono stati soltanto scavalcati. Sono stati avvertiti: il nuovo tavolo del potere non è più il loro.
In questa storia non ci sono innocenti, ma ci sono vincitori e sconfitti. Tra i vincitori ci sono la piattaforma, il leader politico che la usa e il creator che ne diventa il volto spendibile a maggior ragione se è stato attivo dall’altra parte delle barricate. Tra gli sconfitti c’è l’idea stessa che l’informazione debba passare da regole trasparenti, arbitri riconoscibili e responsabilità pubbliche chiare. Ecco perché questa non è una semplice ospitata. È una fotografia brutale del presente. Un presente in cui la politica che prometteva di sfidare le big tech finisce per sedersi alla loro tavola. E nel farlo non modernizza la democrazia: la rende più dipendente, più fragile e molto più manipolabile.
Iscriviti alla Newsletter
Non perdere le analisi settimanali: Entra nella Matrice Digitale.
Matrice Digitale partecipa al Programma Affiliazione Amazon EU. In qualità di Affiliato Amazon, ricevo un guadagno dagli acquisti idonei. Questo non influenza i prezzi per te.









