Peter Thiel è tornato al centro del dibattito pubblico globale e italiano, ma non per una scoperta improvvisa. La sua figura, da anni al crocevia tra tecnologia, finanza e difesa, viene oggi osservata con sospetto e, in alcuni casi, con aperta ostilità. Il fondatore di Palantir, socio di Alexander Karp, rappresenta l’archetipo del tecnocrate contemporaneo, capace di influenzare dinamiche geopolitiche attraverso piattaforme di analisi dei dati utilizzate in ambito militare e di intelligence. La polemica che si è riaccesa attorno a Thiel non nasce dal nulla, ma si inserisce in una narrazione più ampia che vede le grandi aziende tecnologiche assumere un ruolo sempre più simile a quello degli Stati, soprattutto quando si tratta di gestione dei dati, sicurezza e guerra.
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Palantir e il potere dei dati nei conflitti contemporanei
Palantir non è una semplice azienda tecnologica. È una struttura che ha costruito la propria influenza sull’aggregazione e l’analisi in tempo reale di enormi quantità di dati, offrendo strumenti decisionali avanzati a governi, intelligence e apparati militari. Questo posizionamento ha inevitabilmente generato controversie. Le soluzioni sviluppate dalla società sono state impiegate in contesti bellici e operazioni sensibili, alimentando un dibattito etico che si è intensificato negli ultimi anni. Il punto centrale non è tanto l’esistenza di queste tecnologie, quanto il loro impatto concreto: chi controlla i dati controlla le decisioni. Ed è proprio questa dinamica che oggi spaventa una parte del mondo politico e mediatico. La percezione diffusa è che strumenti come quelli di Palantir possano trasformarsi in leve di potere autonome, difficili da regolamentare e potenzialmente superiori alla stessa capacità di controllo degli Stati.
Tecnocrazia e politica: il caso Thiel nell’era Trump
L’ascesa mediatica negativa di Peter Thiel si è intensificata durante l’era Trump. In quel contesto, il legame tra tecnologia e politica è diventato esplicito, mostrando come alcuni imprenditori digitali potessero influenzare direttamente le dinamiche di governo. Thiel incarna una visione chiara: una tecnocrazia funzionale agli interessi strategici, ma allo stesso tempo autonoma e dotata di una propria agenda anche esoterica in certe sue sfumature. Non è solo un fornitore di servizi, ma un attore che partecipa attivamente alla definizione delle politiche di sicurezza e intelligence. Questo modello era stato già anticipato anni fa da chi osservava con attenzione l’evoluzione del rapporto tra Stato e big tech: le aziende tecnologiche non si limitano più a supportare i governi, ma tendono a operare come entità parallele, con capacità operative e decisionali proprie.
I rapporti europei di Palantir tra intelligence e difesa
Uno degli aspetti più controversi riguarda la presenza di Palantir in Europa. L’azienda ha siglato accordi con diversi Paesi occidentali, inclusi ambiti legati alla difesa e all’intelligence italiana e tedesca. Questo elemento evidenzia una contraddizione evidente. Da un lato, il dibattito pubblico si mostra preoccupato per le ambizioni di Thiel e per il ruolo delle big tech nella gestione dei dati sensibili. Dall’altro, gli stessi governi occidentali continuano a stringere accordi con queste realtà, riconoscendone implicitamente l’utilità strategica. In Italia, il tema si intreccia con la questione della sovranità digitale, spesso evocata ma raramente applicata in modo coerente. L’adozione di tecnologie sviluppate da attori esterni pone interrogativi profondi sulla reale capacità del Paese di controllare le proprie infrastrutture critiche.
Il seminario riservato: giornalismo, potere e accesso alle informazioni
Nel silenzio generale, Peter Thiel ha organizzato un seminario ristretto, coinvolgendo una cerchia selezionata di giornalisti e imprenditori. Un incontro chiuso, vincolato da accordi di non divulgazione, che ha sollevato interrogativi sulla trasparenza e sul rapporto tra informazione e potere. Tra i partecipanti figurano nomi di primo piano come Andrea Capezzone, direttore de Il Tempo trumpiano di ferro, e Barbara Carfagna, giornalista del TG1 e volto noto della divulgazione tecnologica con la trasmissione Codice. La presenza di queste figure in un contesto riservato, dove le informazioni non possono essere condivise pubblicamente, evidenzia un punto critico:
chi controlla l’accesso alla conoscenza controlla anche il racconto mediatico. Questo episodio rappresenta un esempio concreto di come le dinamiche tra tecnologia, informazione e politica si stiano trasformando, creando nuove forme di influenza difficili da intercettare e analizzare.
Il contrasto con Paolo Benanti e il dibattito sull’etica dell’AI
La vicenda assume contorni ancora più divertenti se si considera il ruolo di Paolo Benanti, figura ambigua nel dibattito sull’etica dell’intelligenza artificiale in Italia. Da un lato, Benanti ha accelerato negli ultimi giorni le posizioni critiche nei confronti di Palantir, arrivando ad attribuire responsabilità indirette nelle dinamiche dei conflitti. Dall’altro, emerge un evidente contrasto con le consulenze che lo stesso francescano accumula con le BigTech statunitensi e che lo rendono di parte e l’aspetto ancor più grottesco riguarda la partecipazione di Barbara Carfagna agli incontri con Thiel, considerando che entrambi condividono percorsi professionali legati alla stessa trasmissione tv in RAI nel format Codice. Questa frattura mette in luce una tensione interna al mondo dell’informazione e della consulenza tecnologica: tra chi denuncia i rischi delle big tech e chi, invece, ne esplora le opportunità da vicino.
Il punto non è stabilire chi abbia ragione, ma comprendere come queste posizioni riflettano un sistema in cui i confini tra critica e collaborazione risultano sempre più sfumati.
Memoria corta e contraddizioni del sistema mediatico
Un altro elemento che emerge con forza è la memoria selettiva di parte del sistema mediatico. Durante il periodo del COVID, numerosi editorialisti e commentatori avevano sostenuto l’idea di una gestione centralizzata dei dati sanitari, anche attraverso modelli pubblico-privati come fu proposto dall’ala Renziana e ben accolta da docenti universitari con il tesserino di partito che sostenevano l’impossibilità di avere “server nelle caserme dei carabinieri“. Oggi, gli stessi ambienti criticano accordi come quello del Regno Unito con Palantir per la gestione dei dati sanitari. Una contraddizione che evidenzia come il dibattito sulla privacy e sulla cybersicurezza venga spesso adattato alle contingenze politiche del momento. Questo atteggiamento solleva una questione più ampia: la coerenza nel racconto pubblico della tecnologia. Senza una linea chiara, il rischio è quello di alimentare confusione e sfiducia, anziché contribuire a una comprensione reale dei fenomeni in corso.
Il nodo della sovranità digitale in Italia
Il caso italiano rappresenta un esempio emblematico di queste dinamiche. La collaborazione tra istituzioni nazionali e attori tecnologici stranieri, unita a episodi come la gestione del perimetro cibernetico su infrastrutture esterne all’Unione Europea, evidenzia una fragilità strutturale. L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) ha operato in un contesto complesso, spesso in collaborazione con partner internazionali. Tuttavia, alcune scelte hanno sollevato dubbi sulla reale capacità di mantenere il controllo sui dati strategici del Paese. In questo scenario, le dichiarazioni recenti del capo dell’Agenzia Frattasi sulla necessità di mantenere i dati all’interno dei confini nazionali assumono un significato particolare soprattutto per noi di Matrice Digitale che solletichiamo da tempo su questa materia quel carrozzone politico che ha dato incarichi e consulenze a soggetti che con il tempo hanno dimostrato di avere interessi diversi.
Non si tratta solo di una posizione tecnica, ma di una presa di posizione che intercetta un tema centrale per il futuro dell’Italia: chi deve controllare le infrastrutture digitali critiche.
Tecnologia, Stato e mercato: una linea sempre più sottile
Il quadro che emerge è quello di un sistema in cui i confini tra Stato, mercato e tecnologia diventano sempre più labili già noto e denunciato nel 2017 alla pubblicazione de la Prigione dell’Umanità, ma sottovalutato per molto tempo da chi aveva rapporti di favore con le piattaforme social media, chi ospitava vasi cinesi nelle sedi della Farnesina e chi credeva che la Sicurezza Nazionale italiana fosse un subappalto degli USA e di un’Europa inconcludente e sciacalla. Le grandi aziende digitali non sono più semplici fornitori, ma attori che partecipano attivamente alla definizione delle politiche di sicurezza e difesa. Questo equilibrio instabile genera tensioni e contraddizioni. Da un lato, gli Stati hanno bisogno delle competenze e delle tecnologie sviluppate dalle big tech. Dall’altro, rischiano di perdere il controllo su elementi fondamentali della propria sovranità. La questione non riguarda solo Peter Thiel o Palantir, ma un modello più ampio in cui il potere si distribuisce tra soggetti diversi, spesso con interessi divergenti e
se tutto ciò è possibile non è solo per i soldi che gli abbiamo consentito di guadagnare, ma per i loro facilitatori a cui consentiamo quotidianamente di cavalcare la scena anche attraverso incarichi pubblici.
Il rischio di una sovranità delegata
L’Italia, in questo contesto, si trova in una posizione particolarmente delicata. La dipendenza da tecnologie esterne, unita a una gestione spesso frammentata delle politiche digitali, espone il Paese al rischio di una sovranità delegata. Non si tratta solo di una questione tecnica, ma di una scelta strategica. Affidare la gestione dei dati e delle infrastrutture critiche a soggetti esterni significa accettare una riduzione della propria autonomia decisionale. Allo stesso tempo, il sistema interno appare segnato da dinamiche opache, in cui consulenze, incarichi e posizioni di potere si intrecciano con interessi che non sempre coincidono con quelli della collettività.
Tra opportunità e declino strategico
La figura di Peter Thiel, con tutte le sue contraddizioni, rappresenta un simbolo di questa fase storica. Non è solo un imprenditore, ma un indicatore di come il potere stia cambiando forma. Il vero nodo non è stabilire se Thiel sia un problema o una risorsa, ma comprendere perché il sistema politico e mediatico reagisca in modo così frammentato e incoerente alla sua presenza. Nel frattempo, il rischio più concreto è che l’Italia continui a muoversi senza una strategia chiara, oscillando tra apertura e chiusura, tra collaborazione e diffidenza, senza mai definire una posizione autonoma. E in questo scenario, il pericolo non è rappresentato dalle singole aziende, ma da un sistema che non riesce più a distinguere tra interesse nazionale e opportunità contingente, lasciando spazio a dinamiche che, nel lungo periodo, potrebbero compromettere la capacità del Paese di governare il proprio futuro digitale.
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