Giornalisti in sciopero ancora una volta. Una mobilitazione che arriva dopo mesi di tensioni e che affonda le sue radici in una questione ormai strutturale: il mancato rinnovo del contratto nazionale di lavoro, fermo da oltre dieci anni. Un dato che, da solo, basterebbe a descrivere la profondità della crisi che attraversa il settore dell’informazione in Italia. Ma dietro lo sciopero non c’è soltanto una rivendicazione economica o contrattuale. C’è qualcosa di più complesso, più stratificato, più scomodo da raccontare: il declino di una categoria che ha progressivamente perso il proprio ruolo storico di controllo del potere. Un tempo il giornalismo rappresentava una delle professioni più ambite del Paese. Non solo per il prestigio sociale, ma anche per una serie di privilegi concreti: agevolazioni nei trasporti, accesso facilitato a eventi, convenzioni e una posizione che spesso sfiorava quella delle élite politiche e istituzionali. In alcuni casi, la professione giornalistica è stata utilizzata come strumento di collocamento, un ponte tra apparati pubblici, intelligence, politica e comunicazione. Una funzione ibrida che ha contribuito a costruire un sistema chiuso, autoreferenziale, difficilmente penetrabile dall’esterno. Oggi quel sistema non esiste più. O meglio, esiste ancora nelle sue strutture formali, ma è completamente svuotato nella sostanza. Il giornalismo italiano si trova a fare i conti con una realtà completamente diversa, in cui la precarietà è diventata la norma e il potere si è spostato altrove, nelle mani delle piattaforme tecnologiche e degli algoritmi.
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Il contratto fermo e la crisi strutturale della professione
Il mancato rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti non è un incidente di percorso. È il sintomo più evidente di una crisi che dura da anni e che coinvolge tutti gli attori del sistema: editori, sindacati, ordini professionali e istituzioni. La Federazione nazionale della stampa italiana, insieme all’Ordine dei giornalisti, ha gestito per anni una fase di transizione senza mai affrontare realmente il nodo centrale: la trasformazione radicale del modello economico dell’informazione. Le redazioni si sono svuotate, i contratti stabili sono stati sostituiti da collaborazioni precarie, e il lavoro giornalistico è stato progressivamente svalutato e vi abbiamo dato prova di come uno scoop giornalistico nazionale venga pagato dalle piattaforme tecnologiche: editori, edicole e agenti pubblicitari del nuovo secolo. In questo contesto, lo sciopero appare come un gesto tardivo. Una reazione che arriva dopo anni di immobilismo e che fatica a rappresentare una categoria ormai frammentata. Da una parte ci sono i giornalisti con contratti consolidati, spesso legati a grandi gruppi editoriali che hanno svenduto la professione alla visibilità algoritmica; dall’altra una massa crescente di professionisti precari, freelance, collaboratori sottopagati che non si riconoscono più nelle strutture sindacali tradizionali.
Ordine dei giornalisti e sindacati: una rappresentanza svuotata
Uno degli aspetti più critici riguarda il ruolo dell’Ordine dei giornalisti e delle organizzazioni sindacali. Negli anni, queste istituzioni hanno progressivamente perso credibilità, trasformandosi agli occhi di molti in strumenti di gestione del potere interno piuttosto che in organi di tutela della categoria. Le dinamiche interne sono state spesso caratterizzate da contrapposizioni ideologiche, guerre di posizione e logiche di appartenenza politica. Giornalisti divisi tra schieramenti, più impegnati a difendere equilibri interni che a costruire una visione strategica per il futuro della professione. Il risultato è stato uno svuotamento progressivo del ruolo dell’Ordine, percepito sempre più come un organismo distante dalla realtà quotidiana di chi lavora sul campo. Una struttura che ha finito per rappresentare soprattutto i giornalisti più visibili, lasciando ai margini una parte significativa della categoria.
Dal giornalismo dei social al dominio degli algoritmi
Negli ultimi dieci anni, il giornalismo ha subito una trasformazione radicale. Il passaggio dal modello tradizionale a quello digitale ha modificato profondamente le dinamiche di produzione e distribuzione delle notizie. In una prima fase, i social network hanno rappresentato un’opportunità. Piattaforme come Facebook e Twitter hanno consentito una diffusione più ampia dei contenuti, permettendo ai giornalisti di raggiungere direttamente il pubblico. Ma questa apparente democratizzazione dell’informazione ha avuto un prezzo. Progressivamente, il controllo della visibilità è passato dalle redazioni agli algoritmi. In particolare, il ruolo di Google è diventato centrale. La visibilità delle notizie non dipende più dalla qualità del contenuto, ma dalla capacità di intercettare le logiche dell’algoritmo. Questo ha generato una competizione esasperata tra testate, tutte impegnate a inseguire le metriche di traffico e le regole imposte dalle piattaforme. Il risultato è stato un progressivo abbassamento della qualità dell’informazione e una perdita di autonomia editoriale.
Fact-checking e censura: il cortocircuito del sistema
In questo scenario si inserisce anche il tema del fact-checking, spesso presentato come uno strumento di tutela dell’informazione. In realtà, in molti casi, si è trasformato in un meccanismo di controllo. Le stesse strutture giornalistiche che hanno promosso il fact-checking hanno finito per legittimare un sistema in cui la verifica delle informazioni è diventata anche un filtro per la loro diffusione. Un cortocircuito che ha portato a situazioni paradossali, in cui contenuti giornalistici vengono limitati o rimossi in base a criteri opachi. Il problema non è la verifica delle notizie, ma il fatto che questa funzione sia stata delegata, in larga parte, a soggetti esterni alle redazioni e spesso legati alle stesse piattaforme che controllano la distribuzione dei contenuti con la compiacenza degli stessi rappresentanti di categoria che oggi invocano allo sciopero.
Il silenzio sui casi di censura e il nodo della solidarietà
Uno degli elementi più controversi riguarda la mancanza di solidarietà all’interno della categoria. Negli ultimi anni, diversi giornalisti indipendenti hanno denunciato episodi di censura, chiusura di canali e limitazione della visibilità. Eppure, in molti casi, le istituzioni di categoria sono rimaste in silenzio e Matrice Digitale è tra questi, in attesa di una risposta dall’Ordine nazionale dei Giornalisti di una risposta alla PEC di novembre dove denunciava la censura totale su Facebook. Un silenzio che pesa, soprattutto se confrontato con la retorica della difesa della libertà di stampa. Il caso di realtà editoriali penalizzate dalle piattaforme, senza alcun intervento da parte dell’Ordine o dei sindacati, rappresenta un punto di rottura. Una frattura tra giornalismo istituzionale e giornalismo indipendente che appare sempre più profonda.
Il ruolo della politica e le figure chiave del sistema
Il rapporto tra giornalismo e politica resta uno degli elementi più delicati. Negli ultimi anni, sono emerse figure che incarnano questa intersezione tra informazione, istituzioni e tecnologia. Tra queste, il sottosegretario Alberto Barachini ha assunto un ruolo centrale nelle politiche per l’informazione. Parallelamente, la presenza di Paolo Benanti nelle commissioni legate all’intelligenza artificiale e all’etica dell’informazione non ha sollevato interrogativi sulla rappresentanza effettiva della categoria giornalistica, anzi, ha evidenziato silenziose messe scalze dei padroni dell’informazione. Nessuno, all’interno delle strutture professionali, ha sollevato con forza il tema dei conflitti di ruolo e delle ambiguità legate a incarichi multipli e ben remunerati. Un altro segnale di una categoria che fatica a esercitare un controllo critico su se stessa.
Intelligenza artificiale e giornalismo: una falsa narrazione
Spesso si tende ad attribuire la crisi del giornalismo all’avvento dell’intelligenza artificiale. Una narrazione comoda, che sposta l’attenzione su un fattore esterno. In realtà, la crisi del giornalismo è iniziata molto prima dell’AI. Le dinamiche che hanno portato alla situazione attuale sono legate a scelte precise: la dipendenza dalle piattaforme, la mancanza di una strategia industriale, l’incapacità di difendere l’autonomia della professione.
L’intelligenza artificiale rappresenta solo l’ultimo passaggio di un processo già in atto. Un’accelerazione, non la causa originaria.
Scioperare oggi ha ancora senso?
Alla luce di questo quadro, la domanda diventa inevitabile: ha ancora senso scioperare oggi? Lo sciopero rappresenta uno strumento legittimo di protesta. Ma rischia di perdere significato se non è accompagnato da una riflessione profonda sulle responsabilità interne alla categoria. Chi oggi scende in piazza per difendere i diritti dei giornalisti è, in molti casi, parte di quel sistema che ha contribuito a indebolirli. Una contraddizione che rende difficile credere nella reale efficacia della mobilitazione.
Il giornalismo tra passato e futuro: una battaglia persa?
Il giornalismo italiano si trova di fronte a un bivio. Da una parte c’è la possibilità di ripensare radicalmente il proprio ruolo, recuperando la funzione originaria di controllo del potere. Dall’altra il rischio di continuare su una strada già tracciata, fatta di compromessi, dipendenze e perdita di credibilità. La sensazione è che una parte della battaglia sia già stata persa. Non per colpa delle tecnologie o dei cambiamenti del mercato, ma per l’incapacità di una categoria di difendere se stessa quando ne aveva ancora la forza. Chi oggi paga il prezzo più alto sono i giornalisti che continuano a lavorare in condizioni difficili, esposti a pressioni economiche, politiche e criminali. Professionisti che, nonostante tutto, cercano di mantenere viva l’essenza del giornalismo: raccontare la realtà, anche quando è scomoda.
E proprio da qui dovrebbe ripartire qualsiasi riflessione sul futuro della professione. Non dagli scioperi, non dalle dichiarazioni di principio, ma da una presa di coscienza collettiva che, finora, è mancata.
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