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Report torna sul Garante Privacy: Ghiglia reggerà all’urto e l’Autorità eviterà l’azzeramento?

Il ritorno di Report sul dossier del Garante per la protezione dei dati personali non è soltanto l’annuncio di una nuova puntata televisiva. È la riapertura di una frattura istituzionale che in questi mesi non si è mai davvero richiusa. Sigfrido Ranucci ha anticipato che la trasmissione tornerà a occuparsi del Garante, dell’incontro tra Agostino Ghiglia e Arianna Meloni nei giorni precedenti alla sanzione inflitta al programma, delle circostanze emerse sulla gestione di concorsi interni e multe, oltre che del ruolo di Meta durante le competizioni elettorali. Non è un dettaglio editoriale: è il segnale che la partita si è spostata dal piano mediatico a quello apertamente politico e istituzionale.

Il ritorno di Report non riapre solo una polemica televisiva

La novità vera è che il Garante non si trova più davanti una semplice contestazione giornalistica, ma un fronte di crisi molto più largo. La sanzione da 150 mila euro contro la Rai per il caso Sangiuliano è stata annullata dal Tribunale di Roma, che ha riconosciuto la legittimità del diritto di cronaca nell’ambito del giornalismo d’inchiesta e ha rilevato anche profili problematici nei tempi dell’azione amministrativa dell’Autorità. A questo si è aggiunto il 17 gennaio 2026 il passo indietro di Guido Scorza, formalizzato con le sue dimissioni dal collegio. E il 20 marzo è arrivato un altro colpo pesante: il Tribunale di Roma ha annullato anche la multa da 15 milioni di euro inflitta a OpenAI. Messa così, la vicenda non parla più soltanto di un ente sotto pressione, ma di un’Autorità che ha perso l’aura di intangibilità con cui aveva provato a difendersi. Da qui nasce il punto politico che conta davvero. Per mesi il racconto pubblico ha cercato di circoscrivere la vicenda a una bufera giudiziaria, a un incidente di percorso, a un problema personale di singoli membri del collegio. Ma il ritorno di Report suggerisce l’opposto: che il tema non sia affatto chiuso e che, anzi, la parte più esplosiva debba ancora arrivare. Perché se la sanzione al programma è stata uno spartiacque, adesso il nodo non è più soltanto capire se quella decisione fosse sbagliata. Il nodo è capire perché sia maturata in quel modo, in quel contesto e con quali relazioni attorno.

L’inchiesta penale si allarga e il nome di Lazzerini cambia il peso del dossier

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Il fatto nuovo che cambia ulteriormente il quadro è l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex amministratore delegato di Ita Airways, Fabio Lazzerini, nel procedimento che coinvolge i vertici del Garante. La Procura di Roma gli contesta la corruzione, mentre la Guardia di finanza ha acquisito documenti negli uffici della compagnia sul capitolo delle tessere Volare executive, indicate dagli inquirenti come utilità contestate ai componenti del collegio. Secondo l’impostazione accusatoria riportata negli atti giornalistici, il cuore del sospetto è che a fronte di irregolarità riscontrate nella gestione dei dati e delle comunicazioni, la società avrebbe ricevuto un trattamento sanzionatorio meramente formale o comunque blando. È un passaggio centrale, perché introduce nel caso Garante un nome esterno all’Autorità ma collegato a una vicenda concreta, aziendale, documentale e potenzialmente verificabile in sede processuale. Questo passaggio pesa anche sul piano simbolico. Fino a ieri il dossier poteva essere letto come una miscela di note spese, rapporti impropri, opacità e conflitti. Oggi entra con più forza un’ipotesi molto più grave, cioè quella di uno scambio tra potere sanzionatorio e utilità ricevute. Naturalmente sarà la magistratura a stabilire se questa ipotesi reggerà o crollerà. Ma giornalisticamente il punto è già devastante: se nel fascicolo compare anche Fabio Lazzerini, allora la crisi del Garante non è più confinabile in un problema interno di reputazione. Diventa il sospetto che una delle poche Autorità chiamate a difendere davvero i dati dei cittadini italiani abbia agito in un contesto permeabile a interessi e pressioni.

Il caso Aldilapp mostra un’altra crepa: i provvedimenti del Garante non sembrano più intoccabili

A rendere ancora più fragile l’immagine dell’Autorità c’è poi il caso Aldilapp. Il provvedimento del 12 febbraio 2026 relativo alla piattaforma è stato temporaneamente rimosso dal sito del Garante perché pende un giudizio di opposizione. Nel frattempo il Tribunale di Milano ha disposto in sede cautelare la sospensione delle prescrizioni contenute nel provvedimento, fissando l’udienza di merito per l’11 giugno 2026. Non si tratta di una decisione definitiva sul merito, e sarebbe scorretto presentarla come tale. Ma resta un dato politico e giudiziario rilevante: un altro atto del Garante è stato fermato da un giudice mentre l’Autorità attraversa la sua fase più esposta degli ultimi anni. Qui il punto non è trasformare Aldilapp in una sentenza anticipata contro il Garante. Il punto è che ogni nuovo inciampo giudiziario si somma a una crisi di credibilità già avanzata. Quando un’Autorità conserva prestigio, i ricorsi fanno parte del paesaggio. Quando invece quell’Autorità è già travolta da indagini, dimissioni, annullamenti e sospetti di politicizzazione, anche una sospensione cautelare diventa il tassello di un racconto più ampio: quello di un organismo che non riesce più a imporsi come arbitro neutrale, ma viene percepito come parte del problema.

Il problema politico ha un nome preciso: Agostino Ghiglia

Nel cuore di questa nuova stagione, Agostino Ghiglia è il nome che più di ogni altro concentra la tensione tra piano istituzionale e piano politico. Non perché sia l’unico protagonista della vicenda, ma perché il ritorno di Report punta esattamente lì: sull’incontro con Arianna Meloni, sui testimoni che avrebbero parlato in procura, sulle circostanze precedenti alla sanzione contro la trasmissione e fu una voragine apertasi internamente a Fratelli d’Italia dopo la sonora sconfitta al Referendum. Anche se queste anticipazioni dovranno essere misurate sui fatti che emergeranno in onda e fuori dall’onda, il solo fatto che il baricentro narrativo si sposti su Ghiglia dice già tutto. Significa che il caso Garante non viene più letto come una questione burocratica o soltanto disciplinare. Viene letto come un possibile nodo di relazione tra Autorità indipendente e potere politico. Ed è qui che l’inchiesta torna a interessare davvero Matrice Digitale. Perché la questione non riguarda solo l’ennesimo scandalo romano, né solo la tenuta personale di alcuni commissari. Riguarda l’uso del potere amministrativo dentro una fase in cui la privacy, i dati, la moderazione dei contenuti, la gestione delle piattaforme e persino la dinamica elettorale si intrecciano in modo sempre più fitto. Se il Garante è percepito come organo inclinato verso equilibri politici o rapporti impropri, il danno non è limitato al collegio. Il danno investe l’idea stessa che in Italia possa esistere un presidio terzo capace di opporsi tanto agli abusi del potere pubblico quanto a quelli delle grandi aziende tecnologiche.

Scorza si è dimesso, ma il Garante non si è azzerato

Il punto giuridico, però, va tenuto distinto dal punto politico. Dopo le dimissioni di Guido Scorza, il collegio è rimasto composto da Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina Feroni e Agostino Ghiglia. Sul piano regolamentare, questa composizione non determina automaticamente l’invalidità degli atti: secondo quanto ricostruito sulla base del regolamento interno, il collegio è regolarmente insediato se sono presenti tre componenti, tra cui il presidente, e può assumere decisioni valide. Inoltre, allo stato, manca un vero meccanismo di revoca immediata dei membri residui. Questo significa che l’azzeramento non può essere dato per scontato solo perché il clima è diventato irrespirabile e dimenticato dalla politica. Ma proprio qui si apre la contraddizione più feroce. Legalmente operativo non significa politicamente legittimato. Un conto è dire che il Garante possa continuare a deliberare. Un altro è sostenere che possa farlo con la stessa autorevolezza di prima, o che i suoi provvedimenti non verranno letti, da qui in avanti, come atti di un’istituzione monca, contestata e attraversata da una crisi che non è né episodica né cosmetica. Ogni nuova multa, ogni nuova istruttoria, ogni nuova presa di posizione verrà misurata non solo sulla base del diritto, ma sulla base della fiducia residua che l’Autorità riuscirà a conservare. E quella fiducia, oggi, è il bene più scarso.

Può essere Report a far cadere Ghiglia e a svuotare il Garante?

La risposta secca è no, almeno non da sola. Report non scioglie collegi, non firma decadenze, non sostituisce il Parlamento e non emette sentenze. Però può fare qualcosa che in Italia spesso pesa quasi quanto un atto formale: può spostare il punto di rottura. Può produrre materiale giornalistico e documentale capace di aumentare la pressione politica, alimentare il dibattito pubblico, rafforzare il lavoro della magistratura o rendere insostenibile la permanenza di chi oggi prova a resistere.

In questo senso la domanda corretta non è se Ranucci possa “dimettere” Agostino Ghiglia. La domanda corretta è se la nuova inchiesta possa rendere indifendibile la sua permanenza.

Ed è esattamente questo il bivio che si apre ora. Se il programma porterà elementi nuovi, il caso Garante uscirà definitivamente dalla fase difensiva e entrerà in quella terminale, dove non si discute più della singola contestazione ma della sopravvivenza dell’intero assetto. Se invece il materiale annunciato non cambierà il quadro, i tre membri rimasti proveranno a consolidare la linea della continuità amministrativa, tenendo in piedi l’istituzione finché la politica non deciderà di intervenire o di continuare a non farlo. Ma anche in quel caso resterà una verità difficile da rimuovere: il Garante privacy italiano, che dovrebbe rappresentare la massima autorità di tutela dei dati, oggi appare come uno dei luoghi più fragili, contestati e politicamente esposti dell’intero sistema pubblico. Per questo il ritorno di Report non è semplice televisione d’inchiesta. È l’ennesimo test di realtà imposto a un’Autorità che, dopo annullamenti giudiziari, dimissioni, indagini e sospensioni cautelari, continua a stare in piedi più per inerzia istituzionale che per vera forza. E a quel punto la domanda del titolo non è più provocatoria. Diventa quasi inevitabile: Ghiglia reggerà all’urto oppure il caso Garante finirà per travolgere tutto il collegio?

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