Le giornaliste e i giornalisti italiani sono arrivati al terzo sciopero nazionale per il rinnovo del contratto Fnsi-Fieg, con astensione proclamata per il 16 aprile 2026 dopo settimane di mobilitazione. In parallelo, i giornalisti di La7 hanno scioperato il 10 aprile per retribuzioni, applicazione del contratto e questione precariato; nelle stesse ore hanno aderito anche redazioni dell’area Mediaset, come Tgcom24 e SportMediaset, confermando che la crisi non riguarda solo i piccoli editori ma investe l’intera filiera dell’informazione italiana. È dentro questo scenario che il caso politico-mediatico di queste ore assume un valore enorme. Mentre la categoria protesta per salari, diritti, equo compenso e tenuta industriale del settore, una parte dell’ecosistema editoriale continua a offrire palco, sponda e legittimazione a chi rappresenta esattamente quel sistema di intermediazione piattaformica che ha contribuito a comprimere margini, traffico e autonomia del giornalismo. Il problema non è solo simbolico. È strutturale. È il riflesso di un’editoria che denuncia il declino ma continua a comportarsi come se il dominatore dell’ecosistema digitale fosse un interlocutore inevitabile, quasi naturale. Il fatto più evidente è il convegno organizzato da The Post Internazionale a Roma, richiamato pubblicamente dallo stesso sottosegretario all’editoria Alberto Barachini. In un post pubblicato su LinkedIn, Barachini ha spiegato di aver parlato all’evento “Publishing in the age of Intelligent machines” organizzato da TPI, sostenendo che esiste una “logica del discount” dell’informazione, che il 57% dei contenuti sul web sarebbe già modificato dall’intelligenza artificiale, che gli Over The Top si comportano da editori e che dunque dovrebbero avere “le stesse responsabilità e oneri”. Nello stesso passaggio, però, il sottosegretario ha sostenuto che occorra lavorare con loro per passare “dalla logica delle multe alla logica della partecipazione”.
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Il convegno TPI e il cortocircuito della partecipazione
Questo è il primo cortocircuito da mettere a verbale. Se gli Over The Top si comportano da editori, se incidono sulla distribuzione, sulla visibilità, sul copyright, sulla qualità della sfera pubblica e perfino sul rischio democratico legato a fake e deepfake, allora non possono essere trattati contemporaneamente come soggetti da responsabilizzare e come partner con cui ammorbidire il conflitto regolatorio. La formula della “partecipazione” suona bene in un panel, ma in un Paese dove l’editoria è economicamente in affanno diventa spesso il nome elegante della subalternità.

Il secondo elemento è ancora più esplicito, perché arriva direttamente dalla controparte. In un altro post LinkedIn, Diego Ciulli, responsabile di Google per gli affari governativi e le politiche pubbliche in Italia, ha ringraziato Barachini per il confronto e ha scritto che Google “è e resta un motore di ricerca”, che AI Overview non cambia questa natura, che Google “non è editore” e che semmai “organizza l’informazione e la rende accessibile”. Nello stesso post, Ciulli ha sostenuto che gli strumenti di opt-out dal motore e dall’addestramento sarebbero ormai standard usati dagli editori e che l’AI possa essere “uno straordinario alleato per il giornalismo”. Anche lui ha ringraziato TPI per la chiacchierata pubblica.

Ed è qui che la vicenda smette di essere una semplice cronaca da convegno. Perché non siamo davanti a due interventi casuali. Siamo davanti a due posizioni pubbliche che, accostate, fotografano perfettamente il rapporto di forza reale. Da un lato il rappresentante del governo ammette che le piattaforme agiscono di fatto come editori. Dall’altro il rappresentante di Google nega quella qualifica, rivendicando invece un ruolo di organizzatore dell’informazione.

In mezzo, sullo sfondo, c’è un evento organizzato da un giornale che si presenta come indipendente e che finisce per trasformarsi nel luogo in cui il conflitto tra piattaforma e sistema editoriale viene normalizzato, addomesticato, incorniciato come dialogo virtuoso.
La Fieg contro Google e il doppio binario dell’editoria italiana
Questa normalizzazione è grave perché arriva nel momento in cui gli editori italiani stanno contestando formalmente Google proprio sul terreno della sottrazione di traffico. Nell’ottobre 2025 la FIEG ha depositato un reclamo all’Agcom contro Google AI Overviews, sostenendo che la funzione si comporta come un “traffic killer”: le risposte generate dall’AI vengono mostrate direttamente nella pagina dei risultati e riducono l’incentivo al clic verso le fonti originali, con ricadute su visibilità, ricavi pubblicitari e sostenibilità dell’informazione. La contestazione italiana si è poi inserita in una pressione europea più ampia sullo stesso tema ed i protagonisti del tavolo istituzionale sull’editoria sono stati quelli che potremmo definire la BBC italiana dell’editoria Benanti, Barachini e Ciulli. Detto in modo brutale: mentre una parte dell’editoria denuncia Google all’autorità perché teme che le sintesi AI prosciughino il traffico verso le testate, un’altra parte dell’ecosistema continua a mettere Google sul palco come interlocutore legittimo del futuro dell’informazione. È il ritratto di un settore diviso, ricattabile, incapace di fare cartello vero contro il soggetto che domina l’accesso alla visibilità digitale. E allora la domanda politica diventa inevitabile:
a chi serve davvero questa convivialità istituzionale? Al pluralismo? O alla costruzione di prossimità con il potere che gestisce la distribuzione del pubblico?
Il punto non riguarda solo Google News, Search o AI Overview. Riguarda l’intera filiera della dipendenza. Chi controlla l’accesso alla visibilità controlla una parte decisiva del valore economico dell’informazione. Chi controlla l’interfaccia tra utente e notizia controlla anche il modo in cui la notizia viene percepita, scomposta, sintetizzata, banalizzata o saltata del tutto. E quando il giornalismo comincia a inseguire l’interfaccia invece di sfidarla, l’effetto non è innovazione: è riduzione progressiva dell’autonomia editoriale. Barachini, nel suo post, ha evocato il sostegno pubblico all’informazione di qualità, originale e non omologata. Ma se davvero il problema è la qualità non omologata, allora il primo nodo politico non è sedersi con i dominatori dell’ecosistema per dialogare in pubblico. Il primo nodo è chiedersi perché il sistema italiano continui a tollerare che la propria economia della visibilità, della pubblicità e della reperibilità delle notizie sia così dipendente da una piattaforma esterna. Finché quella dipendenza resta intatta, ogni discorso sulla qualità rischia di diventare una retorica vuota.
Google nelle università italiane: i 2 milioni che pesano più del valore nominale
A rendere il quadro ancora più duro, c’è l’altro asse della vicenda che mi hai chiesto di mettere in relazione con il convegno: il ruolo di Google dentro l’università italiana. Il 15 aprile 2026 Google Italy ha annunciato ufficialmente l’iniziativa “AI Works for Italy”, con uno stanziamento di 2 milioni di dollari per formare almeno 13.000 studenti universitari italiani e l’avvio di nuovi corsi per i lavoratori. Nel comunicato ufficiale, Google spiega che i fondi di Google.org passano attraverso le no-profit INCO e Chance, che il programma NewFutures:AI viene messo a disposizione “senza alcun costo” per gli atenei partecipanti e che le prime università coinvolte sono Roma Tre, Salerno e Sassari. Il comunicato aggiunge un dettaglio fondamentale, che in una lettura superficiale sembra solo accessorio ma invece è politicamente centrale: i percorsi sono pensati per studenti indirizzati verso i settori dove la domanda di competenze AI crescerebbe più rapidamente, cioè ICT, amministrazione, logistica, marketing e finanza. Inoltre Google lancia anche il corso intensivo Google AI Professional, con 90 giorni gratuiti di Google AI Pro per gli iscritti e accesso ai percorsi formativi ospitati su Coursera per chi riceve licenze attraverso università, aziende o enti associativi. Questa non è una semplice operazione filantropica. È una mossa di penetrazione sistemica presentata per di più sul principale media italiano con una intervista autoreferenziale a Melissa Ferretti Peretti presentata come statista pur essendo a libro paga di un’azienda strategica del governo USA.

Google entra contemporaneamente nel lavoro, nella formazione, nell’accademia e nel lessico professionale con cui una generazione di studenti imparerà a usare l’intelligenza artificiale. L’azienda non offre solo soldi. Offre standard, workflow, strumenti, abitudini cognitive, dipendenze tecnologiche future. In altre parole, offre l’infrastruttura culturale con cui il Paese dovrebbe imparare a stare dentro la trasformazione dell’AI. Nel linguaggio del comunicato aziendale tutto questo appare virtuoso. Google dice di voler dare a lavoratori e studenti strumenti per rendere l’AI “un motore di opportunità per l’intero Paese”, e rivendica di aver formato dal 2020 oltre 1 milione di persone in Italia su competenze digitali e AI. Ma è proprio qui che si apre il nodo politico più serio:
quando uno Stato e le sue università diventano tanto fragili da affidare la costruzione delle competenze critiche di domani alla piattaforma che già domina la visibilità di oggi, non siamo davanti a un progresso lineare. Siamo davanti alla privatizzazione morbida della formazione strategica.
Le università coinvolte e il problema della dipendenza accademica
Il punto, quindi, non è demonizzare le tre università coinvolte. Roma Tre, Salerno e Sassari operano in un contesto di finanziamento pubblico insufficiente, pressione competitiva e necessità di dare risposte rapide all’occupabilità degli studenti. Sarebbe perfino ingenuo non capire perché un’offerta “senza alcun costo” sia appetibile. Ma proprio questa appetibilità mostra il problema. Quando il sistema pubblico è indebolito, la multinazionale arriva come soluzione. E quando arriva come soluzione, ridefinisce anche il perimetro di ciò che viene considerato possibile, utile e immediatamente spendibile. Qui il discorso si intreccia perfettamente con il tuo testo cardine: l’impoverimento non è un incidente collaterale, ma il terreno su cui prospera la dipendenza. Se gli editori sono poveri, dipendono dal traffico. Se le università sono povere, dipendono dalla formazione sponsorizzata. Se la politica è povera di strategia industriale, dipende dal dialogo con le piattaforme. Se il lavoro giornalistico è povero di tutele, dipende da un sistema che ha già spostato altrove il valore. Tutti gli anelli della catena si tengono. In questo quadro, l’episodio TPI non è un inciampo mondano ma un sintomo. Perché mostra come una parte dell’editoria italiana, invece di alzare il livello dello scontro culturale e industriale con chi controlla gli snodi della distribuzione digitale, preferisca accreditarsi dentro il perimetro del potere, costruire relazioni, presidiare tavoli, mostrare prossimità. È una scelta che può perfino essere comprensibile sul piano tattico. Ma sul piano storico è una resa.
Perché trasforma il conflitto in protocollo, la critica in panel, la dipendenza in networking.
Google, fisco italiano e il rapporto con lo Stato
Del resto Google in Italia non è un attore neutrale nemmeno sul piano del rapporto con lo Stato. Nel febbraio 2025 la società ha accettato di pagare 326 milioni di euro per chiudere una controversia fiscale relativa al periodo 2015-2019, con i procuratori di Milano orientati a chiedere l’archiviazione del caso dopo l’accordo. Reuters ha ricordato che in precedenza all’azienda erano stati contestati fino a 1 miliardo di euro tra imposte e sanzioni, e che già nel 2017 Google aveva pagato 306 milioni di euro per un’altra controversia fiscale in Italia. Questo non significa che ogni iniziativa culturale o formativa di Google debba essere letta come mala fede. Significa però che la rappresentazione della multinazionale come benefattore neutrale è insostenibile. Parliamo di un soggetto globale che negozia con il fisco, presidia il rapporto con la politica, riscrive l’accesso alla conoscenza, entra nelle università, parla ai lavoratori, si propone come alleato del giornalismo e al tempo stesso viene contestato dagli editori per il rischio di sottrarre traffico alle fonti originali. Tutto insieme. Nello stesso momento. Dentro lo stesso Paese.
Il sistema italiano che si lascia occupare
La vera inchiesta, allora, non riguarda solo Google. Riguarda il sistema italiano che si lascia occupare in tutti i suoi snodi strategici. Un sistema editoriale che protesta ma invita. Un sistema politico che denuncia ma dialoga. Un sistema universitario che dovrebbe costruire sovranità cognitiva e invece accetta di importarla in outsourcing. Un sistema del lavoro intellettuale che non riesce più a distinguere tra cooperazione utile e colonizzazione morbida. Per questo Barachini, Ciulli, TPI e il programma universitario da 2 milioni di dollari non sono tre storie separate. Sono un’unica fotografia del presente. Da una parte ci sono i giornalisti che scioperano perché il contratto è scaduto da dieci anni e il settore non regge più. Dall’altra ci sono i luoghi del potere mediatico e istituzionale che continuano a trattare Google come partner di conversazione sul futuro della democrazia informativa. In mezzo c’è l’università, chiamata a formare il domani con soldi, strumenti e percorsi offerti dalla stessa multinazionale che ha già conquistato il presente.
Questa è la forma contemporanea della predazione: non il saccheggio rumoroso, ma la trasformazione della dipendenza in normalità pubblica.
Non la censura esplicita, ma l’addomesticamento progressivo dei soggetti che dovrebbero opporvisi. Non l’assalto frontale all’informazione, ma la sua integrazione dentro un ecosistema dove chi comanda la distribuzione, la formazione e una parte crescente dell’accesso alla conoscenza finisce sempre per sedere al tavolo come ospite d’onore.
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