Il PNRR italiano è arrivato alla fase in cui la propaganda non basta più. La Commissione europea ha dato una valutazione positiva alla nona richiesta di pagamento dell’Italia, pari a 12,8 miliardi di euro, dopo una richiesta presentata il 30 dicembre 2025. Il dato, preso da solo, può sembrare la prova di una macchina amministrativa che procede. Ma il punto politico è un altro: mentre le rate avanzano, restano aperti i nodi materiali che avrebbero dovuto segnare il salto di qualità del Paese. Rete digitale, infrastruttura idrica, costo dell’energia e capacità industriale sono ancora il banco di prova vero della trasformazione italiana. Il Piano italiano vale 194,4 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti, una cifra leggermente inferiore alla formula giornalistica dei “200 miliardi”, ma abbastanza vicina da rendere il giudizio politico ancora più severo. Il Consiglio dell’Unione europea ha ricordato che il piano iniziale italiano è stato approvato il 13 luglio 2021, poi modificato più volte, anche con l’inserimento del capitolo REPowerEU nel 2023. Questo significa che il PNRR non è più un progetto appena partito, né una promessa da campagna istituzionale. È un programma entrato nella sua fase conclusiva, con obiettivi, scadenze, responsabilità e risultati ormai misurabili. Il governo in carica non può più rifugiarsi nella formula comoda dell’eredità ricevuta. I problemi italiani vengono da lontano, questo è evidente. La fragilità delle reti, la lentezza della pubblica amministrazione, il ritardo digitale, la dipendenza energetica e la frattura Nord-Sud non nascono nel 2022. Ma dopo quasi quattro anni di gestione politica della fase attuativa, la responsabilità non può restare sospesa in un limbo amministrativo. Se un piano strategico finanziato con risorse europee, prestiti pubblici e debito nazionale non riesce a correggere le traiettorie più critiche, la domanda non è più chi abbia creato il problema. La domanda è chi avrebbe dovuto governarlo e non lo ha fatto fino in fondo.
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Italia a 1 Giga, il dossier che misura la distanza tra carta e territorio
Il caso più delicato è il Piano Italia a 1 Giga, perché qui il PNRR tocca la vita quotidiana di famiglie, imprese, scuole, studi professionali, comuni interni e aree produttive. Secondo Infratel, il piano mette in campo circa 3,5 – 3,8 miliardi di euro di risorse PNRR per portare connessioni ad almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload alle unità immobiliari non coperte da una rete capace di garantire almeno 300 Mbit/s in download sulla base della mappatura 2021. Il perimetro originario riguarda quasi 6,8 milioni di civici e 15 lotti geografici, con un modello a incentivo pubblico fino al 70% e almeno il 30% a carico del beneficiario. La strategia ufficiale era ambiziosa: garantire entro il 2026 una connessione fissa ad almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload sull’intero territorio nazionale, anticipando l’obiettivo europeo della Gigabit Society fissato al 2030. Il percorso amministrativo è noto: approvazione della strategia per la banda ultralarga nel 2021, notifica alla Commissione europea, gara avviata nel gennaio 2022, aggiudicazione nel maggio 2022, contratti sottoscritti nel luglio 2022 e completamento previsto entro il 30 giugno 2026. Qui si apre il punto politico dell’inchiesta. Un piano da miliardi non può essere giudicato solo dalla procedura di gara, dalla firma dei contratti o dall’esistenza di dashboard tecniche. Deve essere giudicato civico per civico, strada per strada, comune per comune.
Chi è stato collegato davvero?
Chi è stato dichiarato coperto ma non può attivare un servizio?
Chi è rimasto fuori?
Quali abitazioni e quali imprese sono state escluse per ragioni tecniche, economiche o progettuali?
Quali aree sono state oggetto di variante?
Quali ritardi sono imputabili agli operatori, quali agli enti locali e quali alla stessa architettura del piano?
La mappatura 2025 di Infratel ha reso il quadro ancora più duro. Il Dipartimento per la trasformazione digitale ha incaricato Infratel di mappare la copertura fissa ultrabroadband di 707.092 civici dichiarati non collegabili entro il 30 giugno 2026 dall’operatore beneficiario Open Fiber nell’ambito del Piano Italia a 1 Giga. L’esito ufficiale indica 437.951 civici non coperti entro il 2030 o coperti con tecnologie non abilitate a velocità di picco superiori a 300 Mbit/s. Questo numero è il cuore del problema. Non siamo davanti a un dettaglio marginale, né a una frizione fisiologica di cantiere. Oltre quattrocentomila civici che restano fuori da una copertura adeguata significano cittadini, imprese e territori che non entrano nella promessa digitale del PNRR. Significano aree interne che continuano a dipendere da collegamenti instabili. Significano comuni dove parlare di intelligenza artificiale, telemedicina, cloud pubblico, industria 4.0 e lavoro da remoto diventa retorica se prima non arriva una rete affidabile. Matrice Digitale ha già seguito questo fronte nel dossier su OLAF e Procura europea e i fondi per Italia a 1 Giga, utile come aggancio interno per ricostruire il tema delle verifiche sui fondi, delle criticità operative e del ruolo degli operatori nella realizzazione dei piani pubblici.
Secondo l’analisi di Dario Denni su RegTech News, il bando Invitalia Fondo Nazionale per la Connettività (FNC), chiuso l’11 maggio 2026, mette sul piatto circa 700-733 milioni di euro per estendere la banda ultralarga nelle aree a fallimento di mercato rimaste scoperte dopo lo stralcio di oltre 700 mila civici dal Piano Italia 1 Giga. Il provvedimento fissa un target obbligatorio di 402.896 civici, a cui si possono aggiungere fino a 368.186 civici facoltativi, per un massimo teorico di circa 771.000 unità immobiliari. Un numero che appare però sottodimensionato rispetto al bacino potenziale indicato dalle mappature Infratel, pari a circa 1,8 milioni di indirizzi ancora privi di copertura adeguata su un totale di 4,5 milioni. Pubblicato il 9 aprile dopo una consultazione lampo a febbraio, il bando ha costretto gli operatori a presentare progetti complessi con poca chiarezza sugli esiti della consultazione. Nonostante il cambio di governance da Infratel a Invitalia, permangono le criticità già note: mappature imprecise, risorse ritenute insufficienti, costi in crescita e burocrazia locale, con un cronoprogramma ambizioso che prevede la realizzazione entro il 2030. Tutto ciò rischia di replicare le difficoltà già incontrate con i precedenti interventi PNRR, mettendo a rischio l’obiettivo della Gigabit Society soprattutto nelle aree più periferiche del Paese.
Il nodo Open Fiber, FiberCop e la trasparenza che manca
La questione industriale non può essere liquidata con una riga tecnica. Nel dibattito sul dossier Italia a 1 Giga emerge una domanda precisa: sono state valutate soluzioni alternative per salvare i civici non collegati nei lotti dove l’operatore beneficiario non riusciva a completare? La questione FiberCop va posta in questo modo, non come indiscrezione da trasformare automaticamente in prova, ma come domanda istituzionale da portare agli atti. Se un altro operatore era disponibile a intervenire su porzioni non completate, il governo, il Dipartimento per la trasformazione digitale, Infratel e gli organi competenti devono spiegare se questa ipotesi sia stata formalmente valutata, con quali criteri, con quali pareri, con quali vincoli europei e con quale esito. Se invece non è stata valutata, devono spiegare perché. In un piano finanziato con soldi pubblici, la tutela del cittadino connesso deve venire prima della tutela dell’equilibrio industriale del concessionario o del beneficiario.
Il punto non è costruire una guerra nominale tra Open Fiber e FiberCop. Il punto è stabilire se lo Stato abbia esercitato fino in fondo la propria funzione di regia.
Perché quando un piano pubblico accumula ritardi, varianti, civici non collegabili e nuove necessità di intervento, l’amministrazione non può limitarsi a prendere atto della situazione. Deve decidere, correggere, sostituire se serve, applicare penali se previste, rendere pubblici i motivi delle scelte e dimostrare che ogni euro aggiuntivo serva a risolvere un problema nuovo, non a coprire un’inadempienza precedente.
I 95 milioni del backhaul e il rischio del doppio finanziamento
Il secondo nodo riguarda il backhaul, cioè la rete di raccolta e trasporto che collega le reti di accesso alla dorsale principale. Infratel ha pubblicato nel gennaio 2025 la consultazione sul piano “Rafforzamento reti di backhaul aree bianche”. L’avviso ufficiale indica che il Comitato interministeriale per la transizione digitale, nella riunione del 7 agosto 2024, ha deliberato il finanziamento del piano attraverso fondi del Piano nazionale complementare di competenza del Dipartimento per la trasformazione digitale, per un importo complessivo di 95 milioni di euro. Lo stesso avviso precisa che il piano è sottoposto a consultazione pubblica, sarà attuato in regime di esenzione dalla notifica e si basa anche sulla mappatura delle reti di backhaul conclusa il 31 gennaio 2024. La cifra di 95 milioni non è irrilevante. È appena sotto la soglia psicologica e amministrativa dei 100 milioni, e in un dossier già attraversato da ritardi, varianti e civici non collegati impone un chiarimento pubblico rigoroso. La domanda non è se il backhaul serva. Il backhaul può essere essenziale, perché senza raccolta e trasporto adeguati la rete di accesso rischia di restare un’infrastruttura zoppa. La domanda è un’altra:
questi 95 milioni finanziano esclusivamente elementi di rete nuovi, distinti e non già coperti da altri interventi, oppure possono produrre un beneficio indiretto su infrastrutture che avrebbero dovuto essere già realizzate con fondi precedenti?
Se le nuove risorse servono davvero a rafforzare tratte di raccolta non finanziate prima, allora il governo deve pubblicare una matrice chiara: aree interessate, stato della rete esistente, ragione del fallimento di mercato, beneficiari finali, criteri di selezione, obblighi di accesso wholesale, tempi, controlli, penali e coerenza con gli orientamenti europei sugli aiuti di Stato. Se invece quelle risorse finiscono per rendere utilizzabile, completabile o sostenibile una rete di accesso già oggetto di finanziamento pubblico, allora il rischio politico diventa enorme: lo Stato potrebbe pagare due volte pezzi della stessa infrastruttura funzionale. La consultazione Infratel parla di 578 aree oggetto del piano. Anche questo dato va reso leggibile al pubblico, non solo agli addetti ai lavori. In un Paese serio, una famiglia esclusa dalla fibra, un’impresa collocata in un’area produttiva periferica o un sindaco di un comune interno devono poter capire perché il proprio territorio è fuori, dentro o parzialmente coperto da un intervento finanziato con risorse pubbliche. La trasparenza non può essere una cartella tecnica scaricabile. Deve diventare tracciabilità civica della spesa.
La mappa digitale mostra un’Italia che migliora ma non cambia struttura
Il paradosso italiano è che alcuni indicatori migliorano, ma la struttura del ritardo resta visibile. Nel rapporto Digital Decade 2025, la Commissione europea riconosce progressi nella connettività in fibra fino ai locali, con copertura FTTP al 70,7%, in linea con la media europea. Ma nello stesso quadro ufficiale emergono le debolezze di sistema: solo l’8,2% delle imprese italiane adotta intelligenza artificiale, il sistema delle startup resta sottodimensionato rispetto alla grandezza dell’economia nazionale e solo il 45,8% della popolazione possiede competenze digitali di base. Gli specialisti ICT rappresentano il 4% dell’occupazione, sotto la media europea. Questo è il punto che smonta la narrazione celebrativa. L’Italia può avere più fibra sulla carta, più servizi pubblici digitali, più wallet, più SPID, più piattaforme e più cloud, ma se cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni non trasformano queste infrastrutture in produttività, competenze e autonomia tecnologica, il PNRR resta un grande programma di modernizzazione amministrativa senza piena ricaduta industriale. La Commissione stima che 46,8 miliardi di euro del PNRR italiano contribuiscano alla trasformazione digitale del Paese, ma la distanza tra risorsa allocata e capacità effettiva resta il vero problema politico. Qui il discorso si collega anche alla questione dei data center, dell’intelligenza artificiale e della sovranità digitale. Matrice Digitale ha già affrontato il tema nel pezzo sul decreto Data Center, energia e sicurezza e nella riflessione su Walter Veltroni, Claude e la dipendenza dalle Big Tech. Senza rete, energia, competenze, capacità di calcolo e filiera, la sovranità digitale resta una formula da convegno.
Acqua, l’altra infrastruttura dimenticata dal racconto digitale
Il PNRR non doveva servire solo a portare fibra, piattaforme e servizi digitali. Doveva incidere sulle infrastrutture fisiche che rendono possibile la competitività. Tra queste, la più sottovalutata è l’acqua. I dati ufficiali dell’Istat mostrano un Paese che disperde una quantità enorme di risorsa idrica: nel 2022 le perdite totali nella distribuzione comunale sono pari a 3,4 miliardi di metri cubi, cioè il 42,4% dell’acqua immessa in rete, abbastanza da soddisfare il fabbisogno idrico annuo di 43,4 milioni di persone. Questa non è solo una questione ambientale. È una questione industriale, sanitaria, agricola, energetica e tecnologica. Un Paese che perde quasi metà dell’acqua immessa nelle reti non può presentarsi come piattaforma avanzata per data center, manifattura intelligente, agroindustria resiliente e sviluppo del Mezzogiorno senza affrontare il tema come infrastruttura strategica nazionale. Il PNRR destina al settore idrico risorse rilevanti: Italia Domani indica 4,3 miliardi di euro per il comparto, con obiettivi che includono qualità dell’acqua, nuove reti di distribuzione e fognature; l’investimento sulla riduzione delle perdite punta a realizzare almeno 45.000 chilometri di nuove reti per la distribuzione dell’acqua potabile e a ridurre le perdite, soprattutto nel Mezzogiorno. Eppure i dati Istat continuano a raccontare criticità strutturali. Nel 2023, misure di razionamento dell’acqua sono state adottate in un terzo dei capoluoghi di provincia e città metropolitana del Mezzogiorno. Nel sistema della depurazione, il quadro resta disomogeneo: l’Istat segnala 18.118 impianti di depurazione in esercizio e 261 comuni senza servizio pubblico di depurazione delle acque reflue urbane, con circa 1,2 milioni di abitanti coinvolti. Il cortocircuito è evidente. L’Italia parla di cloud, intelligenza artificiale, quantum computing, industria data-driven e poli di innovazione, ma una parte del Paese continua a convivere con reti idriche fragili, depurazione incompleta, razionamenti e qualità percepita dell’acqua molto diseguale. La transizione digitale non può reggersi su infrastrutture fisiche del Novecento. Se il PNRR non riduce questo divario, la modernizzazione resta una pellicola tecnologica stesa sopra un sistema materiale non risolto.
Energia, il costo che annulla la competitività
Il terzo nodo è l’energia. Qui il PNRR incrocia la crisi geopolitica, la fine della dipendenza dal gas russo, il costo dell’elettricità, la transizione verde, l’industria e i redditi. Il problema italiano non è solo produrre energia più pulita. È produrla, trasportarla e venderla a costi compatibili con la sopravvivenza industriale del Paese. Se il costo dell’energia resta alto, il vantaggio competitivo fondato su salari più bassi, filiere flessibili e capacità esportatrice viene progressivamente eroso. I dati europei confermano che la crisi dei prezzi non è rientrata nel mondo precedente. Eurostat segnala che nella seconda metà del 2025 il prezzo medio dell’elettricità per le famiglie europee resta sopra i livelli precedenti alla crisi energetica, mentre per le utenze non domestiche il prezzo medio UE nella stessa fase è pari a 0,1837 euro/kWh. Sul gas, l’Italia compare tra i Paesi con prezzi domestici più elevati nella seconda metà del 2025, con 14,81 euro per 100 kWh, dietro Svezia e Paesi Bassi. Questo dato pesa sulla promessa del PNRR perché ogni trasformazione digitale consuma energia. Le reti consumano energia. I data center consumano energia. L’intelligenza artificiale consuma energia. La manifattura avanzata consuma energia. L’elettrificazione dei consumi richiede reti robuste, accumuli, produzione distribuita e capacità di pianificazione. Senza una strategia energetica credibile, il Paese rischia di digitalizzarsi aumentando la propria dipendenza strutturale oppure di sviluppare programmi nucleari agli squali dell’AI internazionali che stanno dissipando risorse idriche ed energetiche in altri Paesi. La domanda politica è semplice:
i fondi e le riforme hanno modificato davvero la posizione industriale dell’Italia oppure hanno solo attenuato l’urto della crisi?
Il capitolo REPowerEU ha dato una cornice europea alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili russi e alla sicurezza energetica, ma l’Italia resta davanti a una sfida molto più materiale: rendere l’energia un fattore di competitività e non un moltiplicatore di fragilità. Parlare di data center nazionali, AI italiana e sovranità digitale senza affrontare il costo dell’energia significa costruire un discorso senza fondamenta.
ZES unica, l’unica leva che può correre più veloce del PNRR
Nel quadro più cupo, la ZES unica per il Mezzogiorno resta una delle poche leve che possono ancora produrre un effetto industriale visibile. Il decreto-legge n. 124/2023 ha istituito dal 1° gennaio 2024 la Zona economica speciale per il Mezzogiorno, comprendendo Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, e sostituendo le precedenti ZES frammentate. La Struttura di missione ZES, ad oggi sotto il Dipartimento per il Sud sotto la Presidenza del Consiglio dei Ministri, gestisce anche risorse connesse alla Missione 5, Componente 3 del PNRR, dedicata agli interventi speciali per la coesione territoriale. La ZES unica è importante perché prova a fare ciò che il PNRR spesso non è riuscito a fare: semplificare, concentrare, rendere leggibile il rapporto tra investimento e territorio. Il credito d’imposta per gli investimenti nella ZES unica 2026, secondo l’Agenzia delle Entrate, riguarda investimenti realizzati dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026, entro i limiti previsti dalla disciplina agevolativa. Ma anche qui il rischio è evidente.
La ZES può attrarre investimenti, semplificare procedure e dare una spinta al Sud solo se trova infrastrutture coerenti. Un’area produttiva agevolata senza rete veloce, senza energia a prezzo competitivo, senza acqua affidabile e senza logistica efficiente diventa una promessa dimezzata. Il credito d’imposta può spingere l’investitore a guardare il Mezzogiorno, ma non può da solo sostituire ciò che manca sotto il terreno, nei cavi, nelle condotte e nelle cabine elettriche.
Per questo la ZES non deve diventare il nuovo alibi. Non può essere presentata come il miracolo amministrativo che cancella il fallimento infrastrutturale. Può funzionare soltanto se agganciata a un piano serio su banda ultralarga, acqua, energia, porti, ferrovie, competenze e pubblica amministrazione. In caso contrario, anche la ZES finirà nel catalogo italiano delle riforme giuste sulla carta e insufficienti nella realtà.
Il problema non è spendere, ma dimostrare che la spesa cambia il Paese
La grande illusione del PNRR italiano è stata confondere l’avanzamento contabile con la trasformazione reale. Ottenere una rata, rispettare una milestone, pubblicare una dashboard o chiudere una procedura non equivale automaticamente a cambiare il Paese. Significa solo che una parte del percorso formale è stata riconosciuta. La trasformazione vera si misura altrove: nei civici collegati davvero, nelle perdite idriche ridotte davvero, nei prezzi energetici compatibili davvero, nelle imprese che adottano tecnologia davvero, nelle competenze che crescono davvero, nella pubblica amministrazione che smette di essere collo di bottiglia. È qui che il PNRR mostra la sua debolezza politica.
Il piano è stato presentato come occasione irripetibile, ma in troppi casi sembra aver agito come ammortizzatore amministrativo e finanziario più che come leva di discontinuità. Ha alimentato bandi, consulenze, formazione, piattaforme, procedure, missioni, unità operative e investimenti diffusi. Alcuni interventi sono necessari, altri hanno prodotto effetti positivi, ma il punto resta: dove sono i cambiamenti strutturali che avrebbero dovuto rendere l’Italia più competitiva, più autonoma e meno fragile?
Nel digitale, la fibra cresce ma centinaia di migliaia di civici restano problematici. Nell’acqua, gli investimenti ci sono ma le perdite restano enormi. Nell’energia, la crisi ha imposto correzioni ma il costo resta un vincolo. Nelle competenze, il Paese continua ad avere una quota troppo bassa di cittadini con competenze digitali di base e una presenza insufficiente di specialisti ICT. Nelle imprese, l’adozione dell’intelligenza artificiale resta minima rispetto alla retorica pubblica sull’innovazione.
Le domande che il governo deve mettere agli atti
Sul dossier Italia a 1 Giga, il governo deve pubblicare una ricostruzione completa dei civici non collegati, distinguendo tra civici eliminati, civici non collegabili, civici coperti da tecnologie alternative, civici oggetto di nuova mappatura e civici rinviati a interventi successivi. Deve indicare chi avrebbe dovuto realizzarli, per quale importo, con quali tempi, con quali controlli e con quali eventuali penali. Deve chiarire se siano state valutate alternative operative per i lotti in difficoltà e perché non siano state adottate.
Sul backhaul, il governo deve spiegare in modo pubblico perché il piano vale 95 milioni, quali aree copre, quali soggetti potranno beneficiarne, quale rapporto abbia con le reti di accesso già finanziate e quali garanzie impediscano forme dirette o indirette di doppio finanziamento. La distinzione tra rete primaria, rete secondaria, accesso e trasporto deve essere comprensibile anche fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, perché i soldi sono pubblici e il fallimento ricade sui cittadini.
Sull’acqua, il governo deve dimostrare che gli investimenti non restano intrappolati tra gestori frammentati, reti obsolete, ritardi autorizzativi e incapacità progettuale. Le perdite non sono un indicatore ambientale astratto: sono un costo economico, un rischio sanitario, un limite industriale e una debolezza strategica. Un Paese che vuole attrarre data center e manifattura avanzata non può trattare l’acqua come una variabile locale.
Sull’energia, il governo deve smettere di parlare soltanto di emergenza e costruire una metrica industriale della competitività: quanto costa produrre in Italia rispetto ai concorrenti europei? Quanto incide l’energia sulle imprese esportatrici? Quanto costa alimentare la nuova economia digitale? Quanta capacità rinnovabile, rete, accumulo e flessibilità servono per sostenere davvero cloud, AI e manifattura?
Sulla ZES unica, infine, il governo deve impedire che la semplificazione resti una promessa isolata. La ZES può diventare l’unica vera accelerazione del Sud solo se viene collegata a infrastrutture misurabili. Non basta autorizzare più in fretta. Bisogna rendere conveniente produrre, connettersi, esportare, assumere e innovare.
Una modernizzazione senza alibi
Il PNRR doveva essere la grande occasione per chiudere tre fratture: la frattura digitale, la frattura infrastrutturale e la frattura territoriale. Oggi, arrivati alla nona rata, il bilancio non può limitarsi alla formula “abbiamo rispettato gli impegni”. Gli impegni europei non coincidono sempre con la percezione materiale del Paese reale. Un obiettivo può essere formalmente completato e lasciare comunque cittadini fuori dalla fibra, imprese esposte a costi energetici alti, territori con reti idriche fragili e amministrazioni che faticano a trasformare la spesa in risultato. Non è colpa del destino. Non è colpa della geografia. Non è colpa soltanto del passato. Il passato pesa, ma la fase attuativa è responsabilità di chi governa, controlla, autorizza, corregge e rendiconta. Se il PNRR diventa un flusso di rate senza un salto strutturale, il Paese non avrà perso solo un’occasione finanziaria. Avrà trasformato il più grande programma di investimento della sua storia recente in una gigantesca operazione di manutenzione incompleta. Il dossier Italia a 1 Giga è il simbolo perfetto di questa contraddizione: una promessa nazionale, fondi pubblici, obiettivi europei, operatori industriali, civici non collegati, nuove mappature, nuovi interventi, nuove risorse e una domanda finale che resta intatta.
A cosa sono serviti quasi 200 miliardi se, alla prova delle infrastrutture essenziali, l’Italia continua a scoprire che tutto è cambiato perché troppo poco cambiasse davvero?
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