newsletter 27 giugno

Lo Stato digitale trema tra cyber, privacy e AI – NEWSLETTER

Puntuale, non come la trasparenza delle istituzioni digitali italiane.

Questa settimana su Matrice Digitale abbiamo raccontato quello che molti preferiscono lasciare tra le righe, nei corridoi o nei comunicati scritti con il sonnifero istituzionale.

Lo Stato digitale trema tra cyber, privacy e AI.

E non trema per colpa degli hacker russi, dei cinesi cattivi o dell’ennesimo adolescente con Kali Linux.

Trema perché dentro lo Stato italiano si sta giocando una partita molto più seria: chi comanda davvero sulla cybersicurezza nazionale?

L’ACN rischia di essere svuotata mentre la Difesa avanza sul dominio cyber. La resilienza civile può diventare catena militare. Il DIS può tornare centrale. Gli apparati si riposizionano. I dipendenti dell’Agenzia guardano il futuro con più domande che certezze.

E mentre tutti parlano di “coordinamento”, la domanda vera resta lì:

chi decide quando un incidente informatico diventa minaccia alla sicurezza nazionale?

Poi c’è AGID.

L’Agenzia che detta le regole digitali alla pubblica amministrazione si ritrova con un concorso annullato perché non riesce a dimostrare fino in fondo la correttezza della propria procedura digitale.

Firma digitale? Data certa? Codice sorgente? Tracciabilità? Fornitore? Privacy?

Tutti concetti bellissimi quando bisogna spiegarli agli altri.

Molto meno quando bisogna applicarli a casa propria.

E non bastasse, arriva pure il Garante privacy con una sanzione da 55.000 euro per la gestione dell’INAD. Provvedimento pubblicato, poi sparito per alcune ore, poi riapparso.

Una roba che, se la facesse un piccolo comune, partirebbero webinar, linee guida, audit, task force e prediche sulla cultura digitale.

Quando succede ai piani alti, invece, si chiama “vicenda complessa”.

Poi abbiamo raccontato Tim Cook.

Non il santino da keynote. Non il manager illuminato con il maglione nero e la coscienza ambientale pronta per la stampa.

Abbiamo raccontato Sir Cook, il grande amministratore dell’eredità Apple: profitti immensi, ecosistema blindato, privacy usata anche come vantaggio competitivo, diritti civili buoni per la comunicazione occidentale e filiere globali dove la poesia finisce molto prima della confezione dell’iPhone.

Apple ha fatto soldi. Tantissimi.

Ma sull’intelligenza artificiale è arrivata tardi. E quando è arrivata, ha dovuto bussare alla porta dei concorrenti.

La nuova Siri che pensa con modelli altrui è l’immagine perfetta dell’era Cook: interfaccia Apple, cervello in affitto.

Infine, la bolla dell’intelligenza artificiale.

Quando tutti vendevano l’AI come miracolo gratuito, Matrice Digitale chiedeva già: chi paga davvero questa macchina?

Data center, energia, acqua, chip, HBM, reti elettriche, infrastrutture, miliardi immobilizzati.

L’AI non è una nuvola.

È industria pesante con un’interfaccia gentile.

E siccome il mercato consumer non basta a ripagare tutto, la direzione è chiara: AI di Stato.

Difesa, intelligence, cyberwar, sanità, pubblica amministrazione, sorveglianza, deterrenza.

Non è più solo tecnologia.

È potere.

Questa settimana abbiamo messo insieme ACN, AGID, Apple e intelligenza artificiale non per fare un minestrone digitale, ma perché il filo è lo stesso:

la tecnologia non è neutrale quando decide chi controlla, chi paga, chi sorveglia e chi obbedisce.

Gli altri raccontano la superficie.

Noi andiamo sotto.

Anche quando puzza.

Soprattutto quando puzza.

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