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Ranucci, Lavitola, camorra e servizi: il caso scuote lo Stato

🛡️ Executive Summary

  • L’attentato contro Sigfrido Ranucci entra in una fase più delicata con l’indagine su Valter Lavitola come presunto mandante.
  • La pista degli esecutori campani apre il nodo della possibile manodopera criminale dentro una vicenda più ampia e opaca.
  • Il caso mostra la fragilità del confine tra giornalismo investigativo, fonti, apparati, potere politico e criminalità organizzata.

L’attentato contro Sigfrido Ranucci è uscito dal perimetro dell’intimidazione generica ed è entrato in quello, molto più scivoloso, della zona grigia tra criminalità organizzata, relazioni di potere, informazione e apparati. La sera del 16 ottobre 2025 un ordigno esplode davanti all’abitazione del conduttore di Report, a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, distruggendo la sua auto e quella della figlia, senza provocare feriti ma segnando un salto di qualità nelle minacce al giornalista. A fine giugno 2026 arrivano quattro arresti per i presunti esecutori materiali, con contestazioni legate all’uso dell’ordigno e al metodo mafioso. A luglio emerge la svolta più inattesa: Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista-editore, viene indagato dalla Procura di Roma come presunto mandante, viene perquisito e ascoltato dai magistrati; tramite il suo legale respinge l’impianto accusatorio e si dice sconvolto per una vicenda che coinvolge una persona con cui avrebbe avuto rapporti di amicizia. Dentro questa ricostruzione si inserisce anche il capitolo Massimo Giletti. Prima la polemica sulle chat tra Ranucci e Maria Rosaria Boccia, con il riferimento mediatico alla presunta “lobby gay” e la replica di Ranucci, che ha negato di aver accusato Giletti in quei termini e ha spostato il punto su un terreno giudicato da lui più grave: i rapporti con l’ex uomo dei servizi Marco Mancini. Poi il ritorno della pista camorristica rilanciata nel circuito televisivo e social attorno a Lo Stato delle Cose, con il riferimento agli attentatori provenienti dalla Campania e al nome in codice “Corrado”, ancora da trattare come elemento di racconto investigativo e non come prova pubblica definitiva.

Il caso Ranucci non è più solo un attentato a un giornalista

La vicenda Ranucci sorprende perché non procede secondo una linea semplice. All’inizio sembra il classico attentato contro un giornalista esposto: un ordigno, due auto distrutte, una famiglia colpita sotto casa, la libertà di stampa ferita nel suo punto più vulnerabile. Il bersaglio è un volto riconoscibile dell’inchiesta televisiva, un giornalista che negli anni ha raccolto minacce, pressioni, querele, campagne politiche e attacchi personali. La prima reazione pubblica è quasi automatica: cercare la matrice nella criminalità organizzata più direttamente toccata dalle inchieste, nelle reti mafiose tradizionali, nelle piste legate ai traffici, negli ambienti che possono vedere in Report non una trasmissione, ma un problema operativo. Poi la traiettoria cambia. Le indagini portano verso la camorra campana, o comunque verso soggetti riconducibili a quel perimetro criminale e geografico. Questo elemento sposta il baricentro del caso. Non perché la camorra non possa avere interesse a colpire un giornalista nazionale, ma perché l’attentato a Ranucci appare da subito troppo simbolico per essere letto solo come un regolamento intimidatorio locale. La domanda diventa allora un’altra:

chi ha avuto interesse a utilizzare manodopera criminale per colpire un giornalista che lavora su dossier sensibili?

È qui che il caso cambia natura. Non è più solo la storia di un ordigno rudimentale. Diventa la storia di una possibile committenza opaca, di un livello intermedio tra chi piazza materialmente la bomba e chi può trarre vantaggio dal messaggio prodotto da quella bomba. In questo spazio si muovono ipotesi, sospetti, nomi pesanti, vecchie ferite mediatiche e rapporti mai del tutto chiariti tra informazione, apparati, politica e criminalità.

La camorra come braccio operativo e il nodo romano

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Il dato più rilevante della pista camorristica non è solo l’origine campana dei presunti esecutori. È la possibilità che gruppi criminali storicamente radicati nel territorio napoletano abbiano agito dentro una partita romana. La camorra non è da tempo un fenomeno confinato alla Campania. È una rete economica, logistica e relazionale che si muove tra edilizia, droga, appalti, ristorazione, usura, intermediazioni e traffici. Roma, in questo quadro, non è una periferia: è una piattaforma. Il punto politico e investigativo è proprio questo. Se l’attacco a Ranucci nasce dentro un contesto romano ma viene eseguito da soggetti provenienti dall’area campana, allora la domanda non riguarda più solo l’identità degli esecutori. Riguarda il circuito di ingaggio.

Chi chiama chi? Chi garantisce cosa? Chi promette denaro, protezione, copertura o silenzio? E soprattutto: chi aveva interesse a produrre un attentato sufficientemente grave da spaventare, ma non necessariamente costruito con una firma criminale immediatamente leggibile?

Questa è la vera crepa del caso. La camorra, nella lettura che emerge dalla traccia investigativa e dal dibattito pubblico, può diventare una funzione. Non solo un soggetto criminale autonomo, ma un possibile braccio operativo usato da altri livelli. È una chiave delicata, perché non può essere trasformata in verità giudiziaria senza atti definitivi. Ma è anche una chiave inevitabile, perché l’attentato a Ranucci non appare come un episodio qualunque: colpisce un giornalista nazionale, in un momento complesso della sua carriera, mentre il suo ruolo in Rai è oggetto di pressioni e mentre il sistema informativo italiano è attraversato da una guerra permanente tra redazioni, potere politico, querele, apparati e dossier.

Report, la Libia e il traffico d’armi come sfondo sensibile

Dentro la vicenda ritorna anche il tema delle inchieste di Report su dossier internazionali e su possibili traffici d’armi. La Libia, in questo senso, non è un dettaglio laterale. È uno dei luoghi in cui si incrociano interessi italiani, guerra, sicurezza, forniture, intelligence, criminalità e intermediazioni private. Quando un’inchiesta giornalistica entra in quel territorio, non tocca solo un affare. Tocca equilibri. La Libia è un laboratorio permanente della confusione moderna tra politica estera, sicurezza energetica, controllo migratorio, traffici, milizie e sistemi di influenza. Ogni informazione su armi, commesse, navi, forniture o intermediazioni può diventare materiale esplosivo. Non necessariamente perché riveli un singolo reato, ma perché può mostrare la continuità tra interessi pubblici e circuiti privati. È in questo spazio che il giornalismo investigativo diventa pericoloso: non quando racconta ciò che tutti sanno, ma quando collega ciò che molti preferiscono mantenere separato. L’ipotesi che l’attentato possa essere maturato attorno a dossier sensibili, o comunque dentro un ambiente irritato da alcune inchieste, spiega perché il caso Ranucci abbia assunto subito una dimensione superiore. Non si tratta soltanto di un giornalista minacciato. Si tratta di un giornalista che lavora su reti di potere ibride, dove lo Stato non sempre appare come un blocco uniforme e dove settori pubblici, privati, criminali e para-istituzionali possono finire nello stesso campo di tensione.

Il paradosso Lavitola: amico, fonte, sospetto

La comparsa del nome di Valter Lavitola produce il vero cortocircuito narrativo. Lavitola non è un nome qualunque. È un personaggio che attraversa decenni di politica italiana, editoria, rapporti con il mondo socialista, vicinanza all’area berlusconiana, vicende giudiziarie, intermediazioni e relazioni internazionali. È stato direttore de L’Avanti!, uomo di relazioni, figura abituata a muoversi nei margini del potere più che nelle sue vetrine ufficiali. Il suo profilo pubblico è segnato da procedimenti e condanne, tra cui una vicenda di tentata estorsione a Silvio Berlusconi e altri filoni legati alla sua attività editoriale e politica. Ma nel caso Ranucci il paradosso è un altro. Lavitola non emerge come un nemico dichiarato del giornalista. Emerge, secondo le ricostruzioni, come una persona che avrebbe avuto con lui un rapporto di conoscenza, frequentazione e confidenza. Questo elemento rende la vicenda più inquietante, non meno. Perché nel giornalismo d’inchiesta le fonti non sono santi, non sono amici nel senso ordinario e non sono necessariamente soggetti limpidi. Spesso sono persone compromesse, attraversate da interessi, rancori, seconde intenzioni e memorie scomode.

Un giornalista investigativo non lavora con le anime belle: lavora con chi sa qualcosa.

Da questo punto di vista, il rapporto tra Ranucci e Lavitola non dovrebbe scandalizzare in sé. Dovrebbe scandalizzare solo chi finge di non sapere come funziona l’informazione investigativa. Una fonte può essere tossica, interessata, moralmente discutibile, perfino giudiziariamente segnata. Ma se possiede informazioni rilevanti, il problema professionale non è frequentarla o ascoltarla. Il problema è verificarla, incrociarla, proteggerla quando serve e non diventarne ostaggio. La domanda vera, allora, non è perché Ranucci conoscesse Lavitola. La domanda è se qualcuno abbia usato quel rapporto per costruire una trappola narrativa. Una trappola capace di trasformare una fonte in sospetto, un rapporto professionale in imbarazzo, una vicenda personale in un campo minato mediatico.

La pista della false flag e l’ombra del salvataggio mediatico

Una delle letture più forti circolate attorno al caso riguarda la possibilità di una false flag: un’operazione pensata per produrre un effetto diverso da quello apparente. In questa ipotesi, l’attentato non sarebbe solo un tentativo di intimidire Ranucci, ma un gesto costruito per generare conseguenze politiche, mediatiche o giudiziarie indirette. È una lettura estrema, ma non può essere ignorata come categoria analitica, soprattutto quando entrano in scena personaggi abituati a vivere nel sottobosco del potere. Secondo questa chiave, Lavitola avrebbe potuto muoversi non per eliminare Ranucci, ma per produrre un evento capace di rafforzarlo, salvarlo, rilanciarlo o proiettarlo in una dimensione diversa. La stessa idea, attribuita nelle ricostruzioni al rapporto tra Lavitola e Ranucci, secondo cui il conduttore di Report potesse essere visto come un possibile leader politico, appartiene a questa zona ambigua: un misto di suggestione, vanità, calcolo, mitologia personale e manipolazione. È una pista che va maneggiata con estrema cautela. Non perché sia irrilevante, ma perché è una pista che rischia di trasformare tutto in teatro. Eppure il caso Ranucci ha già una dimensione teatrale: l’attentato, gli arresti, la pista camorristica, il nome di Lavitola, le dichiarazioni di stupore, i messaggi social di Giletti, le allusioni ai servizi, le chat, le vecchie ferite. Tutto sembra muoversi su un doppio livello: l’indagine giudiziaria da una parte, la guerra della narrazione dall’altra. In questa guerra della narrazione, la false flag non è solo un’ipotesi investigativa. È una categoria politica. Serve a chiedersi se l’attentato sia stato pensato per produrre paura, consenso, caos, protezione, delegittimazione o pressione. E quando una bomba sotto casa di un giornalista può essere letta in così tanti modi, il problema non è solo la bomba. Il problema è il sistema che la rende interpretabile in così tanti modi.

Giletti, le chat e il ritorno di Mancini

Il capitolo Giletti è il più delicato perché mette insieme tre piani diversi: una polemica personale, una controversia mediatica e il ritorno del nome di Marco Mancini, ex numero due del Sismi, figura già finita al centro di passaggi molto controversi della storia recente italiana. La questione della presunta “lobby gay” appartiene al livello più rumoroso e più scivoloso della vicenda. È materiale da talk show, da titoli, da schermaglia televisiva. Ma sotto quella superficie c’è un punto più serio: il rapporto tra giornalisti, fonti e apparati. Ranucci ha respinto la lettura secondo cui avrebbe voluto accusare Giletti di appartenere a una lobby legata all’orientamento sessuale. Ha spostato invece il discorso su un terreno molto più pesante: la presunta vicinanza di Giletti e Tommaso Cerno a Mancini. È questo il passaggio che conta politicamente. Perché il nome di Mancini non arriva nel vuoto. Ritorna dopo anni in cui il rapporto tra apparati, politica e informazione è stato attraversato da episodi opachi, incluso il famoso incontro all’Autogrill con Matteo Renzi, portato all’attenzione pubblica anche da Report. L’Autogrill è una ferita simbolica perché mostra una cosa semplice: in Italia certi rapporti non si vedono finché qualcuno non li fotografa, li racconta o li manda in onda. Da quel momento non sono più solo relazioni. Diventano fatti politici. E ogni fatto politico, se tocca gli apparati, produce reazioni, risentimenti, allineamenti e vendette fredde. Il ritorno di Mancini, diretto o indiretto, esplicito o allusivo, dentro la cornice dell’attentato a Ranucci, produce quindi un effetto preciso: sposta il caso dal terreno criminale al terreno istituzionale. Anche se non prova nulla. Anche se non basta a dire che ci siano servizi dietro la bomba. Anche se Giletti stesso, nelle ricostruzioni più recenti, avrebbe ridimensionato la pista dei servizi come non attendibile. Il semplice fatto che quella pista venga evocata dimostra quanto il caso sia ormai uscito dalla cronaca nera ed entrato nella cronaca del potere.

Il nome “Corrado” e la guerra dei segnali

Dentro questa vicenda compare anche il riferimento a un nome, “Corrado”, trattato nel dibattito come possibile elemento cifrato, allusivo o comunque sensibile. Qui bisogna essere netti: un nome in codice non è una prova. Può essere una coincidenza, una suggestione, un depistaggio, un frammento reale o un’esca narrativa. Ma proprio per questo diventa interessante. Perché le vicende opache non si alimentano solo di prove: si alimentano di segnali. Il segnale, in un caso come questo, può valere quasi quanto un documento. Non sul piano giudiziario, ma sul piano politico-mediatico. Un nome lasciato filtrare, un riferimento ambiguo, una frase detta in televisione, un post pubblicato prima o dopo una svolta investigativa, un dettaglio rilanciato da chi conosce pezzi della storia: tutto contribuisce a costruire pressione. La spettacolarizzazione non arriva dopo l’indagine: spesso corre accanto all’indagine. È qui che il sistema mostra la sua debolezza. Se la partita sui mandanti dell’attentato a Ranucci viene combattuta anche a colpi di anticipazioni televisive, messaggi social e allusioni su apparati, allora significa che il segreto investigativo non basta più a contenere la vicenda. Il caso diventa pubblico prima ancora di essere chiuso. E quando accade questo, ogni attore prova a posizionarsi: chi per difendersi, chi per attaccare, chi per orientare la percezione, chi per intestarsi una verità prima che la magistratura la definisca.

Servizi e informazione: la continuità che non si può più fingere di non vedere

La conclusione più dura del caso Ranucci riguarda il rapporto tra servizi di sicurezza e informazione. Non perché vi sia oggi una verità giudiziaria che attribuisca l’attentato a un apparato dello Stato. Questo non può essere scritto. Ma perché la vicenda mostra una continuità sempre più visibile tra ambienti dell’intelligence, giornalisti, fonti, conduttori televisivi, politici, ex faccendieri e criminalità organizzata. Questa continuità non significa automaticamente complicità. Significa contatto. Significa scambio. Significa uso reciproco. Gli apparati possono usare i giornalisti come terminali di messaggi, di dossier, di guerre interne, di operazioni di pressione. I giornalisti possono usare gli apparati come fonti, come accesso a informazioni riservate, come chiave per entrare in stanze altrimenti chiuse. I politici possono usare entrambi. La criminalità può inserirsi dove il confine tra Stato e sottobosco diventa poroso. Il caso Ranucci diventa così una radiografia del Paese. Non mostra solo chi ha messo una bomba. Mostra quanto sia fragile il confine tra il giornalismo investigativo e la guerra tra poteri. Mostra che un’inchiesta televisiva può diventare terreno di scontro tra procure, ex apparati, conduttori, faccendieri, reti criminali e gruppi di influenza. Mostra che la libertà di stampa non viene minacciata solo dalla censura, ma anche dalla trasformazione del giornalista in pedina dentro giochi più grandi.

La camorra che prende le distanze e il problema della manodopera criminale

Un altro elemento da non sottovalutare è la narrazione secondo cui ambienti camorristici avrebbero preso le distanze dall’azione compiuta dai presunti esecutori. Questo passaggio, se confermato nelle sue implicazioni investigative, sarebbe molto rilevante. Perché indicherebbe una frattura tra manodopera criminale e strategia criminale. In altre parole: qualcuno può usare uomini legati a circuiti camorristici senza che l’intero clan, o l’intero sistema criminale di riferimento, abbia interesse a rivendicare quell’azione. Questo è un tratto tipico delle operazioni sporche. La manodopera serve proprio perché è spendibile, sostituibile, negabile. Chi esegue può essere arrestato. Chi ordina può restare coperto. Chi trae vantaggio può non comparire mai. È per questo che la domanda sui mandanti resta centrale. Arrestare gli esecutori è indispensabile, ma non basta. In un attentato contro un giornalista, il livello materiale è solo il primo strato. Il livello decisivo è quello della committenza. E qui la vicenda si fa ancora più politica. Perché se il mandante fosse un soggetto criminale ordinario, il caso avrebbe una sua gravità ma anche una sua leggibilità. Se invece il mandante fosse un intermediario con relazioni trasversali, il caso cambierebbe scala. E se quell’intermediario avesse agito per conto proprio, per conto di altri o dentro una rete di interessi più ampia, la domanda diventerebbe devastante:

quale pezzo di Paese aveva bisogno di una bomba sotto casa di Ranucci?

Rai, carriera di Ranucci e momento più buio

La bomba esplode in un momento delicato per Ranucci. Il conduttore di Report è da tempo al centro di pressioni politiche, polemiche editoriali, tensioni interne alla Rai e ipotesi di spostamento o uscita. Il suo nome viene accostato a scenari diversi, incluso un possibile futuro fuori da Viale Mazzini. Questo contesto conta. Non perché provi un movente, ma perché definisce il clima in cui l’attentato avviene e viene interpretato. Colpire Ranucci in quel momento significa colpire un giornalista già esposto, già discusso, già trasformato in bersaglio politico. Significa produrre un effetto su più tavoli: quello personale, quello familiare, quello professionale, quello aziendale e quello pubblico. Una bomba sotto casa non parla solo alla vittima. Parla a chi la guarda. Parla agli altri giornalisti. Parla alla Rai. Parla alla politica. Parla agli apparati. Parla alle fonti. È per questo che l’ipotesi di un attentato pensato anche come messaggio sistemico non può essere liquidata. L’atto intimidatorio serve sempre a comunicare. Ma qui la comunicazione è plurima. Può voler dire: fermati. Può voler dire: sei vulnerabile. Può voler dire: sappiamo dove vivi. Può voler dire: qualcuno ti sta usando. Può voler dire: nessuno è davvero protetto. O, nella lettura più paradossale, può perfino voler dire: ora sei più forte di prima.

Lavitola come archivio vivente del sottobosco politico

Valter Lavitola è una figura che appartiene a una categoria molto italiana: l’uomo che non comanda formalmente, ma conosce persone, storie, debolezze, segreti e intermediazioni. È l’ex direttore, l’ex editore, l’ex uomo vicino a pezzi del potere, il soggetto che attraversa la Prima e la Seconda Repubblica, il socialista craxiano di formazione, il frequentatore dell’area berlusconiana, l’uomo delle relazioni internazionali, dei fascicoli giudiziari, delle conversazioni che possono diventare materiale di scambio. In questo senso, Lavitola è più di un indagato. È un archivio vivente del sottobosco politico italiano. Ed è proprio questo che rende il suo ingresso nel caso Ranucci così pesante. Un soggetto del genere può essere fonte, intermediario, millantatore, bersaglio, depistatore o pedina. Può sapere cose vere e dire cose false. Può avere rapporti reali e raccontarli in modo interessato. Può essere usato mentre crede di usare altri. La reazione di Ranucci, che avrebbe espresso incredulità davanti alla pista Lavitola, è comprensibile proprio per questa ragione. Un giornalista può frequentare una fonte per anni senza immaginare che quella fonte venga poi indicata come presunto mandante di un attentato contro di lui. Ma il punto non è l’ingenuità. Il punto è la natura stessa del lavoro investigativo: chi entra nel sottobosco del potere accetta il rischio di essere contaminato dal suo fango.

La magistratura tra verità processuale e verità mediatica

La Procura di Roma si muove su un terreno difficilissimo. Da un lato deve ricostruire la catena materiale dell’attentato: esplosivo, spostamenti, contatti, pagamenti, esecutori, eventuali intermediari. Dall’altro deve capire se dietro l’azione ci sia un mandante riconoscibile e se quel mandante abbia agito da solo o per conto di altri. Ma mentre l’indagine procede, la verità mediatica corre più veloce della verità processuale. Questo è un problema enorme. Perché il caso Ranucci è già diventato racconto pubblico, duello televisivo, battaglia di posizionamento. Ogni nome che esce produce un effetto. Ogni smentita produce un altro effetto. Ogni anticipazione accende una pista e ne brucia un’altra. Il rischio è che la magistratura si trovi a indagare non solo su un attentato, ma su un campo narrativo già minato. Da qui nasce una domanda:

la spettacolarizzazione aiuta la verità o la indebolisce?

Nel caso Ranucci, la risposta non è semplice. Senza attenzione mediatica, forse alcune piste resterebbero marginali. Ma con troppa esposizione mediatica, ogni elemento può diventare strumento di pressione, vendetta, depistaggio o autopromozione. È il paradosso del giornalismo investigativo quando diventa esso stesso oggetto di indagine.

Il vero scandalo è la perdita del segreto

La parte più inquietante della vicenda non è soltanto che un giornalista sia stato colpito da una bomba. È che, attorno a quella bomba, il Paese abbia iniziato a vedere emergere pezzi di un sistema che dovrebbe restare coperto non per proteggere abusi, ma per tutelare funzioni essenziali dello Stato. Quando le dinamiche tra apparati, giornalisti, politici, ex faccendieri e criminalità diventano materia da talk show, qualcosa si rompe. Il segreto, in democrazia, è sempre pericoloso. Ma anche la sua dissoluzione totale lo è. Se tutto diventa spettacolo, anche l’intelligence smette di essere intelligence e diventa teatro. Se ogni allusione ai servizi finisce sui social, se ogni nome in codice diventa titolo, se ogni rapporto tra giornalisti e fonti viene trasformato in arma, allora non siamo davanti a maggiore trasparenza. Siamo davanti a una guerra di tutti contro tutti combattuta con frammenti di verità. Il caso Ranucci mostra proprio questo: la crisi di autorità del sistema. Lo Stato appare meno segreto, ma non per questo più limpido. Appare più esposto, ma non per questo più democratico. Appare attraversato da conflitti interni che non riescono più a restare confinati nelle sedi istituzionali e finiscono nel circuito mediatico, dove ogni cosa viene semplificata, deformata e rilanciata.

Una vicenda ancora aperta, ma già politicamente devastante

A oggi, la vicenda è ancora aperta. Gli esecutori materiali sono al centro dell’indagine, Lavitola respinge le accuse e la magistratura deve dimostrare l’eventuale catena di comando. Non esiste una verità definitiva sui mandanti. Non esiste una prova pubblica che consenta di attribuire l’attentato a pezzi dello Stato o a settori dei servizi. Ma esiste un dato politico:

nessuno riesce più a leggere il caso Ranucci come una semplice intimidazione mafiosa.

La camorra, Lavitola, Giletti, Mancini, le chat, la Rai, la Libia, i dossier, i servizi, la magistratura, i social e la televisione sono entrati nello stesso campo magnetico. Questo non significa che siano tutti collegati nello stesso disegno criminale. Significa però che il caso ha rivelato una rete di rapporti, sospetti e conflitti che il Paese preferisce spesso non guardare. Il punto finale è questo: l’attentato a Ranucci non parla solo della vulnerabilità di un giornalista. Parla della vulnerabilità del sistema informativo italiano quando incontra poteri opachi. Parla della difficoltà di distinguere una fonte da un manipolatore, un apparato da una corrente, una pista da un depistaggio, una verità da una vendetta. Parla di uno Stato in cui le informazioni circolano, ma non sempre illuminano. A volte bruciano. E in questa combustione, la bomba sotto casa di Ranucci diventa molto più di un fatto di cronaca. Diventa una crepa nello Stato. Una crepa da cui si vede ciò che normalmente resta nascosto: la continuità tra informazione, criminalità, apparati, politica e sottobosco del potere. Non una sentenza. Non ancora una verità giudiziaria. Ma una domanda enorme, destinata a restare:

chi aveva davvero interesse a trasformare Sigfrido Ranucci in un bersaglio oltre la criminalità organizzata?

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