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Intrigo in Rai: il caso Report diventa uno scontro totale tra Ranucci, Lavitola e Giletti tra bombe, dossier e fonti opache

Lo scontro tra Sigfrido Ranucci, Valter Lavitola e i detrattori del giornalista di Report è entrato in una fase nuova. Non siamo più soltanto davanti all’indagine sull’attentato del 16 ottobre 2025 a Pomezia, quando un ordigno esplose davanti all’abitazione del conduttore Rai distruggendo la sua auto e quella della figlia. Siamo davanti a una vicenda che ha cominciato ad assumere i toni della querelle estiva, ma con un contenuto politico, giudiziario e mediatico molto più pesante. La Procura di Roma indica Lavitola come possibile mandante dell’attentato, mentre gli inquirenti hanno sequestrato materiali, dispositivi e appunti nella sua disponibilità; Ranucci ha respinto l’idea che Report sia stato condizionato dall’ex direttore dell’Avanti!, mentre la Rai ha sospeso le repliche estive del programma definendo la scelta cautelativa. Dentro questa cornice si è inserito Massimo Giletti, che ha rivendicato pubblicamente di aver seguito da tempo la pista campana dell’attentato, parlando dei presunti esecutori arrivati dalla Campania, della camorra e di un possibile “colpo di scena” sulle motivazioni. Nello stesso intervento, Giletti ha usato parole durissime su Lavitola e ha richiamato il rapporto con Marcello Dell’Utri, figura a sua volta tornata al centro della cronaca giudiziaria per il processo milanese sulle somme ricevute da Silvio Berlusconi e sugli obblighi patrimoniali legati alla legge Rognoni-La Torre. Il punto è che la vicenda, nata come attentato a un giornalista, sta diventando un gigantesco regolamento di conti narrativo. Ranucci e Lavitola, un tempo legati da un rapporto di amicizia e frequentazione, oggi comunicano a distanza in un clima di sospetto, difesa e attacco. Ranucci, intervistato da Esperia, ha difeso la natura del rapporto con Lavitola e lo ha definito una sorta di “scatola nera del Paese”, cioè un uomo capace di custodire relazioni, retroscena, informazioni, memorie e passaggi opachi della storia italiana recente.

La querelle estiva che copre un autunno di problemi

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A prima vista, qualcuno potrebbe liquidare il caso come il classico tormentone estivo: una vicenda da talk, una polemica tra giornalisti, una storia di ex amici, fonti opache, apparati, vecchi faccendieri e conduttori televisivi che si contendono il racconto. Sarebbe un errore. Perché questa querelle arriva in un momento in cui l’autunno politico e giudiziario promette di essere pesante, e perché il caso Ranucci-Lavitola non è una semplice lite personale. È un caso che tocca almeno quattro piani: l’attentato materiale, il rapporto tra giornalista e fonte, la lotta interna al sistema mediatico Rai e la guerra dei retroscena tra politica, apparati e vecchi circuiti berlusconiani. La sua forza non sta solo in ciò che è accaduto, ma in ciò che il caso lascia intravedere. Il meccanismo è evidente. Appena il nome di Lavitola entra nella vicenda come presunto mandante, il bersaglio mediatico non è più soltanto l’indagine sull’attentato. Diventa anche Ranucci. Perché la domanda si sposta:

come può un giornalista sotto scorta, simbolo dell’inchiesta televisiva, frequentare un uomo come Lavitola? Come può una fonte diventare amico? Come può un personaggio attraversato da processi, relazioni politiche e sottobosco istituzionale stare dentro il perimetro relazionale di un conduttore che racconta il potere?

Queste domande sono legittime. Ma diventano ambigue quando vengono usate non per capire il metodo del giornalismo investigativo, bensì per delegittimare il giornalista. Il rapporto tra Ranucci e Lavitola è una domanda giornalistica, non una condanna morale automatica. Il problema non è frequentare una fonte opaca. Il problema è farsi condizionare da quella fonte. Ed è proprio su questo punto che Ranucci ha alzato il muro: nessuna inchiesta di Report, sostiene, sarebbe stata condizionata da Lavitola.

La scatola nera del Paese

La formula usata da Ranucci è potente: Lavitola come scatola nera del Paese. Non significa assolverlo. Non significa santificarlo. Non significa trasformarlo in vittima. Significa riconoscere una cosa molto più scomoda: in Italia esistono figure che non ricoprono necessariamente ruoli istituzionali decisivi, ma che per anni accumulano contatti, informazioni, passaggi laterali, relazioni con politici, imprenditori, apparati, giornali e poteri economici. Lavitola appartiene a questa categoria. Non è semplicemente “l’uomo di qualcuno”. È un operatore del sottobosco. Un soggetto che ha attraversato il craxismo, l’area socialista, il berlusconismo, l’editoria, le relazioni internazionali, i voli di Stato, i rapporti con ambienti del potere e le vicende giudiziarie. Ridurlo a comparsa, a semplice terminale di un altro protagonista, è probabilmente un errore di lettura.

Qui sta il punto politico più interessante. Quando Giletti richiama Dell’Utri per collocare Lavitola dentro un’area di relazioni pesanti, compie un’operazione narrativa chiara: costruisce un ponte tra Lavitola, Dell’Utri, il mondo berlusconiano e il paradosso di Ranucci, giornalista sotto scorta e paladino dell’inchiesta antimafia, che avrebbe avuto rapporti di amicizia con un uomo accusato oggi di essere il presunto mandante dell’attentato contro di lui.

È un ponte narrativo molto forte. Ma proprio perché è forte va maneggiato con attenzione. Lavitola non è semplicemente un uomo di Dell’Utri. Può avere avuto rapporti, incroci, convergenze, contatti e interessi con quell’area. Ma il suo profilo storico suggerisce qualcosa di diverso: Lavitola è stato spesso un soggetto autonomo, capace di muoversi non sotto un padrone unico, ma tra più livelli di potere.

Lavitola non è l’uomo di Dell’Utri: è un nodo autonomo

Definire Lavitola “uomo di Dell’Utri” può servire a creare un effetto mediatico, ma rischia di essere una semplificazione. Lavitola, nella storia politica degli ultimi decenni, ha mostrato una capacità di movimento propria. Ha frequentato ambienti altissimi senza avere sempre un ruolo formale proporzionato alla sua presenza. È stato vicino a Berlusconi, ma non è stato soltanto un gregario. È stato interlocutore, mediatore, fonte, operatore, talvolta problema. La sua storia racconta l’Italia dei personaggi che non siedono sempre al tavolo principale, ma passano dalla cucina, dai corridoi, dagli ingressi laterali. In certi momenti questi personaggi contano più dei ministri, perché conoscono le fragilità del sistema. Sanno chi deve un favore a chi. Sanno quali dossier possono bruciare. Sanno quando parlare, quando tacere e quando far capire di poter parlare.

In questa chiave, Lavitola non appare inferiore ai collaboratori storici del Cavaliere. Appare diverso. Dell’Utri è stato il braccio politico-organizzativo, il fondatore, il custode di una parte decisiva dell’universo berlusconiano. Lavitola è stato invece una figura mobile, un soggetto capace di entrare nelle pieghe del potere, nelle relazioni estere, nelle intermediazioni, nei punti sporchi dove politica, affari e informazione si toccano.

È anche per questo che il rapporto con Ranucci diventa tanto delicato. Perché se Lavitola è davvero una scatola nera, allora non sorprende che un giornalista investigativo voglia ascoltarlo. Sorprenderebbe semmai il contrario. Un cronista d’inchiesta non cerca solo fonti pure: cerca fonti informate. La purezza non è una categoria del giornalismo investigativo. La verifica sì.

Il problema della frequentazione e la trappola morale

Le critiche mosse a Ranucci sulla frequentazione di Lavitola hanno un fondamento apparente: un giornalista che indaga il potere dovrebbe mantenere distanza dalle fonti più compromesse. Ma questa lettura, se applicata rigidamente, cancellerebbe metà del giornalismo investigativo. Le grandi inchieste non nascono quasi mai da fonti immacolate. Nascono da documenti, rancori, vendette, confessioni interessate, ex amici, ex soci, ex collaboratori, funzionari scontenti, intermediari bruciati, personaggi opachi che decidono di parlare.

Il punto non è se Ranucci abbia conosciuto Lavitola. Il punto è se Lavitola abbia condizionato Report. È una differenza enorme. La prima domanda riguarda la biografia relazionale di un giornalista. La seconda riguarda l’indipendenza editoriale di una trasmissione del servizio pubblico.

È per questo che la sospensione delle repliche estive di Report apre un fronte ulteriore. Se la Rai sospende le repliche per tutelare il prodotto editoriale, formalmente compie un atto cautelativo. Ma nel clima attuale quella scelta può apparire come un segnale politico. Può sembrare che il sospetto sul rapporto Ranucci-Lavitola venga usato per congelare, anche solo simbolicamente, una trasmissione che da anni rappresenta un problema per molti governi, molte aziende, molti apparati e molti mondi di potere. Da qui nasce l’effetto più pesante: Ranucci passa da vittima di un attentato a soggetto sotto processo mediatico. È una trasformazione micidiale. Il giornalista colpito dalla bomba diventa il giornalista chiamato a spiegare le sue fonti, le sue amicizie, le sue cene, le sue conversazioni e i suoi rapporti. Non è illegittimo chiedere chiarimenti. Ma è politicamente enorme che ciò avvenga mentre l’indagine sul mandante è ancora aperta.

Giletti e il ruolo da protagonista laterale

Massimo Giletti, in questa vicenda, assume un ruolo singolare. Non appare come un nemico diretto di Ranucci. Anzi, nelle sue dichiarazioni riconosce che Ranucci, Santoro e altri lo avrebbero difeso in momenti difficili. Ma allo stesso tempo Giletti entra nel caso con una forza narrativa impressionante: rivendica di aver individuato la pista campana, parla dei presunti esecutori arrivati dalla Campania, richiama la camorra, annuncia un possibile colpo di scena e soprattutto attacca Lavitola.

È qui che il suo ruolo diventa interessante. Giletti sembra spostare il fuoco da Ranucci a Lavitola. Non dice semplicemente: “Ranucci deve spiegare”. Dice: “Come hai fatto ad avere un rapporto di amicizia con una persona del genere?”. È una domanda che contiene già una tesi. Non accusa formalmente Ranucci di complicità, ma lo mette davanti a una contraddizione morale e professionale.

Il problema è che Giletti non è un osservatore neutro. È un conduttore Rai, è un giornalista che ha avuto una storia complessa con La7 e Mediaset, è un volto televisivo che ha lavorato su mafia, potere e intrattenimento politico, ed è un soggetto che in questa vicenda rivendica conoscenze e anticipazioni. Quando dice di essere “dentro questa storia da tempo”, non fa solo una dichiarazione giornalistica. Rivendica una posizione nel campo. E il campo, ormai, non è più soltanto giudiziario. È mediatico. È politico. È personale. È aziendale. Giletti appare come un attore laterale che vuole diventare centrale. E lo fa nel momento in cui la sua trasmissione Lo Stato delle Cose è in pausa estiva, ma promette implicitamente nuovi sviluppi quando ripartirà la stagione televisiva. La vicenda giudiziaria diventa così anche palinsesto futuro.

Il fantasma Mediaset e le voci di corridoio

Dentro questa partita circolano anche retroscena non verificati, che vanno trattati come tali. Uno dei più interessanti riguarda l’ipotesi, raccontata come voce di corridoio, secondo cui Lavitola avrebbe avuto un ruolo, diretto o indiretto, in passaggi ostili a Giletti negli ambienti televisivi e berlusconiani con dell’Utri come promotore ispirato da Lavitola per epurarlo. In questa lettura, l’attacco duro di Giletti contro Lavitola non nascerebbe solo da una valutazione morale, ma anche da una storia pregressa di attriti, dossier, pressioni e memorie personali. Non è possibile trasformare queste voci in fatti. Ma è possibile leggerle come sintomo. Il caso Ranucci-Lavitola sta tirando fuori vecchie ruggini. Sta riaprendo il rapporto tra Rai, Mediaset, La7, mondo berlusconiano e giornalismo d’inchiesta televisivo. Sta riportando in superficie la domanda su chi decide davvero le carriere televisive, chi può fermare un conduttore, chi può far circolare informazioni e chi può usare un dossier come arma. Giletti conosce bene questo territorio. La sua uscita da La7, le tensioni attorno ai suoi programmi, i rapporti con Cairo, il ritorno in Rai e la sua immagine di conduttore fuori dagli schemi fanno parte della sua identità pubblica. Per questo il suo intervento su Ranucci e Lavitola non può essere letto come una semplice opinione. È un atto di posizionamento.

Quando un conduttore televisivo entra così dentro un’indagine in corso, rivendicando anticipazioni e annunciando possibili colpi di scena, il sistema dell’informazione smette di raccontare il caso e comincia a partecipare al caso. La televisione non è più finestra: diventa attore.

Dell’Utri, Berlusconi e la memoria del potere

Il richiamo a Marcello Dell’Utri è uno dei passaggi più pesanti. Dell’Utri non è un nome neutro. È il cofondatore di Forza Italia, l’uomo condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, il custode di una parte cruciale della storia berlusconiana. Il suo nome, ogni volta che riemerge, riporta con sé il rapporto tra politica, impresa, mafia, denaro e protezione. Il processo sui fondi ricevuti da Berlusconi, con il dibattito sulle somme transitate, sulle donazioni, sugli obblighi patrimoniali e sulla legge Rognoni-La Torre, rende il contesto ancora più sensibile. Non perché quel processo spieghi automaticamente il caso Ranucci. Ma perché riporta nello stesso spazio simbolico tre parole che in Italia non smettono mai di tornare: Berlusconi, Dell’Utri, mafia.

Quando Giletti collega Lavitola a Dell’Utri, crea quindi una cornice precisa. Dentro quella cornice, Ranucci non appare più soltanto come il giornalista sotto attacco, ma come il giornalista che ha frequentato un uomo che Giletti colloca in prossimità di un mondo segnato da condanne, processi, denaro e potere. È una cornice molto efficace sul piano televisivo. Ma proprio per questo va smontata analiticamente.

La domanda non è se Lavitola abbia conosciuto Dell’Utri. La domanda è se quel rapporto basti a spiegare la sua funzione nel caso Ranucci. Probabilmente no. Lavitola è più ampio del singolo collegamento. È un pezzo di quella galassia di intermediari che hanno vissuto al confine tra politica, editoria, relazioni estere e apparati informali. Ridurlo a satellite di Dell’Utri significa forse renderlo più comprensibile al pubblico, ma meno aderente alla sua natura.

La Rai nel mezzo: servizio pubblico o campo di battaglia?

La Rai entra in questa vicenda in modo pesante. Da un lato è l’azienda di Ranucci, il contenitore di Report, il servizio pubblico che dovrebbe proteggere il giornalismo d’inchiesta quando viene minacciato da una bomba. Dall’altro lato è la stessa azienda che sospende le repliche estive del programma in un momento in cui il conduttore è già sotto pressione. Questa doppia posizione è esplosiva. Perché la Rai non può essere soltanto arbitro. È parte del conflitto. È il luogo in cui Ranucci lavora. È il luogo in cui Giletti è rientrato. È il luogo in cui si decidono palinsesti, repliche, approfondimenti, spazi, tempi e segnali politici. In una vicenda come questa, anche una scelta apparentemente tecnica diventa un messaggio. La sospensione delle repliche può essere spiegata come prudenza. Ma in politica editoriale la prudenza non è mai neutra. Soprattutto se arriva dopo esposti, polemiche e pressioni. Il rischio è che la Rai finisca per apparire non come il servizio pubblico che difende il proprio giornalismo d’inchiesta, ma come un campo di battaglia dove ogni scelta viene letta in rapporto agli equilibri di maggioranza, alle correnti interne, ai rapporti con il governo e alle ostilità verso Report.

È qui che il caso supera la figura di Ranucci. La domanda non è più solo cosa ha fatto Lavitola. La domanda è cosa vuole fare la Rai con Report. Proteggerlo, congelarlo, ridimensionarlo, isolarlo o usarlo come prova di autonomia?

La politica dovrebbe scegliere, ma preferisce osservare

A questo punto la politica non può fingere di essere esterna. Il caso Ranucci-Lavitola non è una lite tra giornalisti. È un fatto che coinvolge il servizio pubblico, un attentato con esplosivo, una Procura, i Carabinieri, la scorta di un giornalista nelle mani della Polizia, il rapporto tra fonti e inchieste, un ex direttore dell’Avanti!, un conduttore Rai e una galassia di nomi che rimandano alla storia profonda del potere italiano.

Eppure la politica sembra muoversi nel modo più prevedibile: chi ha interesse a indebolire Report usa il caso per chiedere chiarezza; chi difende Ranucci parla di attacco alla libertà di stampa; chi vuole evitare di sporcarsi aspetta che siano le carte a parlare. Ma l’effetto finale è che nessuno affronta il punto strutturale.

Il punto strutturale è questo: il giornalismo investigativo vive di fonti opache, ma il servizio pubblico deve garantire che quelle fonti non diventino padroni dell’informazione. La politica dovrebbe pretendere entrambe le cose: protezione del giornalismo minacciato e trasparenza sui processi editoriali. Invece il rischio è che scelga una sola delle due, secondo convenienza. Se Report dà fastidio, il rapporto con Lavitola diventa un’arma. Se Ranucci è visto come simbolo della libertà di stampa, ogni domanda sulle sue fonti diventa un attacco. Entrambe le posizioni sono comode. Entrambe sono insufficienti. La verità sta nel punto più difficile: difendere Ranucci dall’attentato e verificare senza sconti l’autonomia di Report.

La scorta, gli apparati e il corto circuito operativo

C’è poi un livello meno visibile ma molto importante: quello della sicurezza. Ranucci è sotto scorta. La sua protezione è un dispositivo dello Stato. Se un uomo sotto scorta subisce un attentato sotto casa, il problema non riguarda solo il movente. Riguarda anche la capacità dello Stato di prevenire, leggere e gestire la minaccia. La frequentazione con Lavitola, alla luce dell’indagine, può produrre un effetto inevitabile: un monitoraggio più stretto dei movimenti, dei contatti, delle relazioni e delle comunicazioni attorno a Ranucci. Non perché Ranucci sia colpevole di qualcosa, ma perché ogni elemento relazionale diventa potenzialmente rilevante per ricostruire la catena dell’attentato. Questo può generare attriti tra apparati diversi, tra chi indaga e chi protegge, tra chi deve garantire la sicurezza e chi deve acquisire elementi utili all’indagine.

Qui il caso diventa ancora più delicato. Perché quando un giornalista sotto scorta diventa anche nodo investigativo indiretto, la separazione tra protezione e controllo si assottiglia. Lo Stato deve proteggerlo, ma allo stesso tempo deve capire chi lo frequenta, chi lo avvicina, chi lo influenza, chi lo minaccia e chi potrebbe averlo usato come bersaglio o come strumento.

È un corto circuito operativo. E dentro questo corto circuito si inserisce anche la differenza tra corpi, apparati, scorte, uffici investigativi e canali informali. Ogni informazione può diventare sensibile. Ogni fuga può diventare arma mediatica. Ogni anticipazione può produrre sospetto.

Lavitola in tv e la forza residua dell’influenza

Uno degli aspetti più sorprendenti della vicenda è lo spazio mediatico ottenuto da Lavitola dopo l’emersione del suo nome nell’inchiesta. Nonostante la gravità dell’accusa ipotizzata, Lavitola riesce a parlare, a far arrivare la sua versione, a occupare spazio sui giornali e perfino nei telegiornali. Questo dato, più ancora delle sue parole, dice molto. Dice che Lavitola non è un soggetto finito. Dice che conserva ancora accesso, interesse mediatico, capacità di interlocuzione. Dice che una parte del sistema continua a considerarlo notiziabile, ascoltabile, spendibile. E questo, nel momento in cui viene indicato come possibile mandante di un attentato contro un giornalista, è un fatto politico prima ancora che televisivo.

Un uomo senza rete non ottiene spazio. Un uomo senza memoria non interessa. Un uomo senza potere residuo viene bruciato in silenzio. Lavitola invece parla. E quando parla, costringe tutti gli altri a rispondere. Ranucci risponde. Giletti risponde. La Rai reagisce. I giornali inseguono. La politica osserva.

Questo è il segno della sua funzione. Lavitola non conta perché comanda. Conta perché sa, perché ha attraversato, perché può raccontare, perché può alludere. Ed è proprio questo che rende il caso così instabile. Un indagato ordinario può difendersi. Una scatola nera, quando viene aperta, può fare rumore.

Le valigie per l’Africa e il nodo della fuga mancata

Tra gli elementi più suggestivi circolati nella ricostruzione mediatica c’è quello delle valigie e del possibile spostamento verso l’Africa. È un dettaglio che va trattato con cautela, perché ogni elemento di questo tipo può essere sovraccaricato. Preparare una partenza non significa automaticamente voler fuggire. Ma dentro un’indagine così grave, quel dettaglio assume inevitabilmente un significato narrativo.

Se Lavitola si aspettava un intervento degli inquirenti, la sua condotta precedente diventa materia interpretativa. Se un suo assistente si sarebbe effettivamente mosso verso l’estero, anche questo elemento diventa parte del clima. Non prova da solo una responsabilità. Ma alimenta la percezione di un uomo che sapeva di essere entrato in una fase pericolosa.

La difesa, naturalmente, può leggere tutto diversamente: normali spostamenti, viaggi programmati, contesto frainteso, nessuna fuga. Ed è giusto ricordarlo. Ma la politica della percezione non segue sempre la grammatica del processo. Nel racconto pubblico, una valigia può pesare quanto un’intercettazione. Una partenza mancata può diventare simbolo. Una coincidenza può diventare sospetto. Questo è il problema di un caso ormai trasformato in teatro nazionale: ogni dettaglio viene consumato come indizio morale prima ancora di diventare prova giudiziaria.

Il vero cuore della vicenda: chi usa chi?

Alla fine, la domanda centrale non è se Ranucci conoscesse Lavitola. Lo conosceva. Non è se Giletti abbia un ruolo mediatico nella vicenda. Lo ha. Non è se Dell’Utri sia un nome pesante. Lo è. Non è se la Rai sia in difficoltà. Lo è. La domanda centrale è un’altra: chi sta usando chi?

Lavitola ha usato Ranucci come canale di legittimazione, fonte di protezione, interlocutore o schermo?

Ranucci ha usato Lavitola come fonte senza farsi condizionare?

Giletti sta usando il caso per riaprire una partita televisiva e politica più ampia?

La Rai sta usando l’indagine per sospendere Report senza assumersi apertamente la responsabilità di uno scontro editoriale?

La politica sta usando il caso per regolare i conti con una trasmissione scomoda? Gli apparati stanno usando la stampa per far circolare messaggi che non possono essere depositati negli atti?

Queste domande non hanno ancora risposta definitiva. Ma spiegano perché il caso Ranucci-Lavitola sia diventato così rilevante. Non è una storia lineare. È una storia in cui ogni attore può essere contemporaneamente soggetto e strumento. Vittima e pedina. Fonte e bersaglio. Giornalista e protagonista. Indagato e archivio. Conduttore e parte della scena.

È questa ambiguità a renderla una vicenda profondamente italiana.

Una guerra tra fonti, palinsesti e potere

Il caso Ranucci-Lavitola-Giletti non è più soltanto un’indagine sull’attentato a un giornalista. È diventato una guerra tra fonti, palinsesti e potere. Una guerra in cui il confine tra cronaca, politica, televisione e apparati si è fatto sottilissimo. Ranucci prova a difendere Report e il proprio metodo, sostenendo che la frequentazione con Lavitola non abbia condizionato il lavoro editoriale. Lavitola prova a difendersi dall’accusa più grave, quella di essere il possibile mandante dell’attentato. Giletti entra nella vicenda come voce informata e protagonista televisivo laterale, attaccando Lavitola e interrogando pubblicamente Ranucci. La Rai sospende le repliche e trasforma una scelta di palinsesto in un segnale politico. La politica osserva, interviene, allude e prova a sfruttare il caso secondo convenienza. Tutto questo avviene mentre la domanda originaria resta ancora aperta: chi ha davvero voluto la bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci? E perché?

La risposta giudiziaria arriverà senza dubbio visto che la Procura di Roma ed i ROS sono motivati nel chiuderla. Ma la risposta politica è già davanti agli occhi. L’attentato ha aperto una frattura. Da quella frattura esce il materiale più scomodo del Paese: fonti opache, vecchi faccendieri, giornalisti sotto scorta, conduttori in competizione, apparati che filtrano, politica che preme, Rai che arretra e memoria berlusconiana che ritorna.

Per questo la vicenda non può essere derubricata a pettegolezzo estivo. È il contrario: è un anticipo d’autunno. Un autunno in cui la Rai dovrà chiarire che cosa vuole fare con Report, la magistratura dovrà chiarire chi ha ordinato l’attentato, Ranucci dovrà difendere il confine tra fonte e condizionamento, Giletti dovrà dimostrare se i suoi annunci corrispondono a fatti o a pressione televisiva, e Lavitola dovrà spiegare perché, ancora una volta, il suo nome compare nel punto in cui il potere italiano smette di essere lineare e diventa sottobosco. Il caso non è chiuso. È appena entrato nella sua fase più pericolosa: quella in cui non si combatte più soltanto per accertare i fatti, ma per decidere chi avrà il diritto di raccontarli.

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