📌 In Sintesi
- Google conferma adeguamenti di prezzo per Pixel 11 dopo l’aumento senza precedenti dei costi delle memorie RAM impiegate nei dispositivi.
- I leak indicano rincari di 100 dollari e memoria base da 256 GB, mentre alcuni modelli potrebbero ricevere meno RAM.
- Qualcomm aumenterà separatamente i prezzi degli Snapdragon da settembre, aggravando i costi dell’intero mercato Android ma non quelli del Tensor G6.
Google conferma che la serie Pixel 11 subirà adeguamenti di prezzo a causa della crisi globale delle memorie, dopo mesi di indiscrezioni su rincari e modifiche alle configurazioni hardware. I nuovi smartphone dovrebbero partire da 899 dollari, con aumenti vicini ai 100 dollari rispetto alla generazione precedente, compensati parzialmente dal passaggio a 256 GB di archiviazione. Il problema non riguarda direttamente Qualcomm, perché Pixel 11 utilizzerà il processore proprietario Tensor G6, ma il produttore degli Snapdragon prepara un aumento separato dei propri listini da settembre 2026. Google interviene anche sul software, riducendo i requisiti di memoria di Android, chiudendo il supporto a Marshmallow e gestendo nuovi disservizi nell’infrastruttura Google Home.
Cosa leggere
Google conferma gli aumenti per la famiglia Pixel 11
La divisione hardware di Google ha riconosciuto che l’intera gamma Pixel dovrà affrontare adeguamenti di prezzo determinati da una crisi delle memorie definita grave e dipendente dai fornitori. Shakil Barkat, vicepresidente della divisione Devices and Services, ha spiegato che l’azienda ha assorbito per quanto possibile le oscillazioni della supply chain, ma che l’economia dei prodotti è ormai cambiata in modo strutturale. Secondo i dati richiamati durante l’intervista, il costo industriale di 1 GB di RAM sarebbe passato da circa 2,80 dollari nel 2025 a 12 dollari nel 2026, con un incremento superiore a quattro volte e vicino a sei volte nelle rilevazioni più estreme. Google non ha comunicato i listini definitivi, attesi durante l’evento del 12 agosto 2026, ma ha confermato che gli aumenti saranno applicati dinamicamente in base alla disponibilità dei componenti. Le precedenti indiscrezioni avevano già mostrato Pixel 11 in nove colori con prezzi e specifiche della nuova gamma, indicando un prezzo iniziale statunitense di 899 dollari per il modello standard e 1.099 dollari per Pixel 11 Pro. Pixel 11 Pro XL dovrebbe partire da 1.299 dollari, mentre Pixel 11 Pro Fold potrebbe raggiungere 1.899 dollari. Il rincaro non riguarderà necessariamente soltanto i nuovi smartphone: Google ha lasciato intendere che le variazioni dei costi potrebbero coinvolgere anche dispositivi già sul mercato, compresi i modelli di fascia media.
I 256 GB attenuano soltanto in parte il rincaro
Google dovrebbe eliminare le configurazioni da 128 GB su una parte della gamma, portando l’archiviazione minima a 256 GB. La modifica rende il confronto diretto con Pixel 10 meno immediato, perché il prezzo iniziale cresce ma aumenta contemporaneamente lo spazio disponibile. Sul modello standard, il passaggio da 799 a 899 dollari sarebbe quindi accompagnato dal raddoppio della memoria interna, mentre Pixel 11 Pro manterrebbe a 1.099 dollari il prezzo già applicato alla versione da 256 GB del predecessore, eliminando però l’opzione più economica da 128 GB. Per Pixel 11 Pro XL e Pro Fold, invece, le indiscrezioni descrivono un aumento più netto di 100 dollari a parità di capacità. Il problema più delicato riguarda la RAM: alcune configurazioni di Pixel 11 Pro potrebbero scendere da 16 a 12 GB, segnale che Google non si limita a trasferire i rincari ai clienti ma modifica anche la distinta base. La società punta a mantenere competitive le varie fasce attraverso promozioni, permute e servizi inclusi, ma il prezzo di listino stabilirà comunque un nuovo livello per il marchio. Il cambiamento arriva mentre Google anticipa Pixel 11 Pro e amplia l’integrazione di Gemini nei flussi di Chrome, rafforzando il peso dell’intelligenza artificiale come elemento di differenziazione rispetto ai concorrenti.
Tensor G6 non dipende dagli aumenti degli Snapdragon
Il rincaro dei Pixel non deve essere attribuito direttamente a Qualcomm, perché la serie Pixel 11 utilizzerà Tensor G6, processore progettato da Google e prodotto da TSMC. Qualcomm ha però comunicato separatamente ai produttori Android che aumenterà i prezzi dei chip Snapdragon spediti dopo il 1° settembre 2026. L’incremento potrebbe raggiungere una percentuale a doppia cifra e deriverebbe dall’impossibilità di continuare ad assorbire i maggiori costi imposti dai fornitori. La società avrebbe cercato componenti alternativi, senza riuscire a neutralizzare completamente la pressione sulla supply chain. Le due notizie descrivono quindi lo stesso problema industriale, ma attraverso filiere differenti: Google è colpita soprattutto dalla crisi delle memorie, mentre i produttori che acquistano piattaforme Snapdragon dovranno sostenere anche il rincaro dei SoC Qualcomm. L’effetto potrà trasferirsi sui flagship Android lanciati tra la fine del 2026 e il 2027, ridurre i margini oppure spingere le aziende a scegliere chip meno costosi. Pixel 11 resta parzialmente protetto dalla dipendenza da Qualcomm, ma non dalla crescita dei costi di produzione di TSMC, delle memorie e degli altri semiconduttori. Il confronto tra Pixel 11 Pro XL e Galaxy S26 Ultra mostra già due strategie diverse: Google controlla direttamente Tensor, mentre Samsung alterna piattaforme proprietarie Exynos e chip Snapdragon acquistati esternamente.
Google vuole ridurre la quantità di RAM richiesta da Android
La risposta di Google alla crisi non si limita ai prezzi. L’azienda ha avviato un programma dedicato a ridurre la memoria necessaria per eseguire Android, le applicazioni e i modelli di intelligenza artificiale integrati nei dispositivi. L’obiettivo è permettere agli smartphone con meno RAM di mantenere un’esperienza fluida, evitando che ogni nuova generazione software richieda automaticamente quantità maggiori di memoria. Google può intervenire sul sistema operativo, sui servizi in background, sulla gestione dei processi e sugli strumenti forniti agli sviluppatori, ma dovrà evitare che l’ottimizzazione si traduca in applicazioni chiuse più frequentemente o in un maggiore ricorso all’elaborazione cloud. La strategia full stack, basata su hardware, software e modelli AI sviluppati all’interno dello stesso ecosistema, dovrebbe consentire a Tensor G6 di eseguire localmente funzioni avanzate con requisiti più contenuti. Il tema è particolarmente importante per i modelli Pro, dove la riduzione da 16 a 12 GB potrebbe sembrare un arretramento nonostante il prezzo superiore. Google dovrà dimostrare che la minore quantità di RAM non compromette multitasking, elaborazione fotografica e funzioni Gemini. L’azienda sta quindi trasformando un problema della supply chain in una revisione dell’architettura Android, con effetti potenziali anche sugli smartphone economici e sui dispositivi dei produttori partner.
Android 6 Marshmallow perde il supporto dei Play Services
Google ha terminato il supporto dei Google Play Services su Android 6.0 Marshmallow, innalzando il requisito minimo ad Android 7.0 Nougat. Marshmallow era stato distribuito nel 2015 e ha quindi ricevuto compatibilità con l’infrastruttura Google per quasi undici anni, un periodo eccezionalmente lungo per il settore mobile. Gli smartphone rimasti su Android 6 continueranno a effettuare chiamate, inviare messaggi e utilizzare le applicazioni ancora compatibili, ma non riceveranno le nuove versioni dei Play Services. Questa infrastruttura gestisce autenticazione, notifiche, localizzazione, API per le applicazioni e numerose funzioni che Google aggiorna indipendentemente dal sistema operativo. La fine del supporto produrrà quindi una progressiva perdita di compatibilità, anche se il telefono continua formalmente a funzionare. YouTube richiede ormai almeno Android 10 attraverso l’app ufficiale, mentre Gmail conserva ancora la compatibilità con Marshmallow. L’uscita di scena della versione 6.0 si inserisce nel percorso che ha portato Android 17 verso una maggiore integrazione tra interfaccia, desktop e ChromeOS, mostrando quanto sia aumentata la distanza tra i dispositivi moderni e quelli rimasti bloccati sulle vecchie release.
Google Home perde temporaneamente il controllo vocale dei Nest
Alcuni utenti di Google Home hanno segnalato l’impossibilità di controllare i termostati Nest tramite comandi vocali impartiti agli altoparlanti intelligenti. Il sistema rispondeva di non riuscire a raggiungere il termostato, anche quando lo stesso dispositivo continuava a funzionare normalmente attraverso l’applicazione Google Home. La differenza indica un problema nel collegamento server tra riconoscimento vocale, account dell’utente e servizio Nest, più che un guasto alla connessione locale o al termostato.

Per alcuni utenti la comunicazione è tornata disponibile il giorno successivo senza interventi sull’impianto, suggerendo un’anomalia temporanea nell’infrastruttura cloud. Google non aveva ancora fornito una spiegazione tecnica definitiva, ma il caso evidenzia il limite operativo delle abitazioni connesse: un dispositivo fisicamente raggiungibile può perdere una funzione essenziale quando uno dei servizi remoti che traducono il comando vocale non risponde. L’episodio arriva mentre Google amplia Android, salute e smart home insieme agli aggiornamenti di Chrome, Play Store e Photos, aumentando l’integrazione tra dispositivi domestici, smartphone e servizi cloud.
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