Arrestato Lavitola per l’attentato a Ranucci: c’è l’accusa del metodo mafioso

Valter Lavitola è stato arrestato e portato in carcere il 10 agosto 2026 con l’accusa di essere il presunto mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report colpito la sera del 16 ottobre 2025 da un’esplosione davanti alla propria abitazione di Torvaianica, nel comune di Pomezia. La misura cautelare disposta dal Gip di Roma rappresenta il passaggio giudiziario più rilevante da quando il nome dell’ex direttore dell’Avanti! era entrato ufficialmente nell’inchiesta della Procura di Roma. Contestualmente è stato disposto un provvedimento restrittivo nei confronti di Clesio Tavares Gomes, cittadino camerunense indicato dagli inquirenti come l’intermediario tra Lavitola e il gruppo campano che avrebbe organizzato ed eseguito materialmente l’azione. Gomes risulta irreperibile e si troverebbe in Africa. L’arresto non costituisce naturalmente una sentenza di colpevolezza, ma modifica radicalmente il peso giudiziario di una vicenda che nelle ultime settimane aveva già superato la dimensione dell’attentato contro un giornalista per trasformarsi nell’indagine su una presunta catena di comando costruita attraverso rapporti personali, sopralluoghi successivi, comunicazioni riservate e una progressiva trasmissione dell’obiettivo dagli uomini più vicini alla vittima fino agli esecutori materiali. È questa catena, più ancora della bomba, a rappresentare oggi il cuore del caso.

L’arresto porta il presunto mandante dentro il carcere

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La novità del 10 agosto non consiste semplicemente nel fatto che un indagato già noto all’inchiesta sia stato raggiunto da una misura cautelare. L’arresto sposta il baricentro dell’indagine dagli esecutori verso la committenza. Lavitola non viene collocato dagli inquirenti ai margini della vicenda, né gli viene attribuito un ruolo secondario o meramente conoscitivo. L’impostazione accusatoria lo indica come il soggetto che avrebbe concepito il disegno dell’azione intimidatoria, demandando a Clesio Tavares Gomes il compito di individuare persone capaci di procurarsi l’esplosivo e di eseguire materialmente l’attentato. È la stessa struttura che l’inchiesta pubblicata da Matrice Digitale a luglio aveva individuato come il vero salto qualitativo del caso: non più soltanto quattro uomini campani da collocare intorno a un’automobile e a una bomba, ma una possibile architettura verticale nella quale ogni livello conosce soltanto quello immediatamente superiore o inferiore. Il quadro accusatorio era stato già reso pubblico nelle comunicazioni dell’Arma dei Carabinieri, che indicavano Clesio come collegamento tra il presunto mandante e gli esecutori. Con la decisione del Gip, quella ricostruzione investigativa acquisisce oggi un peso cautelare completamente diverso, pur restando fermo il principio secondo cui una misura restrittiva non equivale a un accertamento definitivo della responsabilità penale.

Dalla bomba alla ricerca di chi avrebbe dato l’ordine

L’esplosione avvenuta la sera del 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci aveva inizialmente imposto una domanda apparentemente semplice: chi aveva raggiunto Torvaianica, chi aveva portato l’esplosivo e chi lo aveva collocato? Le telecamere, gli spostamenti dei veicoli, gli accertamenti telefonici e le attività investigative avevano progressivamente consentito di isolare un gruppo di persone provenienti dalla Campania. Ma la ricostruzione dei movimenti precedenti all’attentato ha gradualmente cambiato il senso dell’indagine. Perché gli uomini arrivati la sera dell’esplosione conoscevano già il luogo, sapevano quale fosse l’abitazione, dove si trovassero il cancello e le automobili e non sembravano impegnati in una ricerca improvvisata dell’obiettivo. Da quel momento la domanda non era più soltanto chi avesse materialmente collocato l’ordigno, ma chi avesse trasferito agli esecutori le informazioni necessarie per arrivare esattamente davanti alla casa di Ranucci. La risposta costruita dagli investigatori passa attraverso almeno due sopralluoghi precedenti, effettuati da persone diverse ma legate tra loro, fino a disegnare una sequenza che parte dall’ambiente personale del giornalista e raggiunge progressivamente il gruppo operativo. È questa sequenza a sostenere l’ipotesi di una struttura a più livelli.

Gli esecutori e l’ultimo segmento della catena

Nel livello più basso della ricostruzione si trovano gli uomini ai quali viene attribuita l’esecuzione materiale o il contributo operativo all’attentato. Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino e Marika De Filippis emergono con ruoli differenti all’interno di una sequenza che comprende acquisizione dell’esplosivo, sopralluoghi, disponibilità di autovetture, trasferimenti tra Campania e Lazio e presenza nei luoghi di interesse investigativo. Passariello viene indicato come colui che avrebbe materialmente collocato l’ordigno, mentre Mutone avrebbe partecipato alle attività preparatorie e alla trasferta decisiva. D’Avino assume invece un ruolo particolarmente importante perché attraverso i suoi rapporti personali emerge il collegamento con Clesio. La posizione dei singoli dovrà essere definita giudiziariamente, ma per comprendere il livello superiore dell’inchiesta il dato decisivo è un altro: questi uomini non avrebbero agito isolatamente e non sarebbero stati gli ideatori originari dell’azione. La loro disponibilità operativa avrebbe costituito soltanto l’ultimo passaggio di una filiera più lunga.

Clesio Tavares Gomes diventa la cerniera dell’inchiesta

Clesio Tavares Gomes è il personaggio senza il quale la costruzione accusatoria difficilmente riuscirebbe a collegare Lavitola agli uomini campani. Il suo ruolo non nasce da un singolo contatto, ma dalla contemporanea appartenenza a due mondi relazionali differenti. Da una parte esiste un rapporto stretto e duraturo con Lavitola, per il quale Clesio avrebbe svolto attività lavorative anche all’estero e con il quale emerge un livello di fiducia che nelle conversazioni assume persino un linguaggio parafamiliare. Dall’altra Clesio conosce Pellegrino D’Avino da anni, mantiene con lui rapporti personali, compare in fotografie e conversazioni e rappresenta per D’Avino una persona alla quale rivolgersi anche per opportunità lavorative. Questa doppia appartenenza trasforma il camerunense nella possibile cerniera naturale tra un livello di committenza e un livello operativo. Secondo l’accusa sarebbe stato proprio lui a trasferire l’incarico, individuare gli uomini da impiegare, fornire informazioni e partecipare alle ricognizioni preparatorie. Il provvedimento restrittivo disposto contestualmente all’arresto di Lavitola conferma quanto la Procura consideri centrale la sua posizione. La circostanza che Clesio si trovi all’estero aggiunge un ulteriore elemento alla vicenda: l’uomo che secondo gli investigatori avrebbe collegato i due estremi della catena non è oggi a disposizione dell’autorità giudiziaria italiana.

Il 7 settembre e l’indirizzo fornito dallo stesso Ranucci

Per comprendere come l’obiettivo sarebbe entrato nella disponibilità della presunta catena operativa bisogna tornare al 7 settembre 2025. Lavitola e Ranucci hanno un rapporto personale consolidato e decidono di incontrarsi. Il giorno precedente Lavitola comunica all’amico che sarebbe stato nelle sue zone e chiede un appuntamento. Quando arriva il momento di raggiungere la casa, però, non conosce esattamente l’ubicazione e domanda indicazioni. Ranucci gli fornisce l’indirizzo e alcuni riferimenti utili a riconoscere l’abitazione, comprese indicazioni sulle automobili parcheggiate davanti alla proprietà. L’incontro si svolge normalmente e non contiene, di per sé, alcun elemento criminale. È la visita di un amico a un altro amico. Il significato cambia soltanto alla luce di ciò che avviene successivamente, perché le automobili indicate per riconoscere la villetta si trovano nella stessa zona nella quale poco più di un mese dopo verrà collocato l’ordigno. La visita del 7 settembre non dimostra quindi una preparazione dell’attentato, ma stabilisce un fatto cruciale per la ricostruzione: da quel momento Lavitola conosce personalmente e con precisione la localizzazione dell’abitazione di Ranucci, mentre prima aveva dovuto chiedere all’amico dove si trovasse.

Il 15 settembre Lavitola torna nella zona con Clesio

Otto giorni dopo si verifica il passaggio che gli investigatori considerano determinante. Il 15 settembre 2025 Lavitola e Clesio si trovano insieme a Roma e, nel primo pomeriggio, i rispettivi dispositivi si spostano progressivamente verso l’area di Pomezia e Torvaianica, fino a raggiungere una zona compatibile con quella dell’abitazione di Ranucci. La sosta è breve, nell’ordine di circa mezz’ora, e successivamente entrambi rientrano verso Roma. La differenza rispetto al 7 settembre è sostanziale: Ranucci quel giorno non risulta presente nella propria abitazione e non emergono contatti finalizzati a organizzare un incontro con lui. È questo elemento a trasformare la trasferta in qualcosa che l’accusa considera incompatibile con una normale visita amicale. Lavitola ha fornito spiegazioni alternative, richiamando precedenti permanenze nella zona e possibili interessi immobiliari, ma secondo gli accertamenti tali giustificazioni non sarebbero sufficienti a spiegare quella specifica presenza insieme a Clesio. Nella lettura accusatoria, Lavitola avrebbe mostrato personalmente al proprio uomo di fiducia la casa che Ranucci gli aveva consentito di individuare pochi giorni prima. È il passaggio sul quale si regge una parte essenziale dell’ipotesi di mandato.

Dal primo sopralluogo alla consegna dell’obiettivo

Se la ricostruzione accusatoria è corretta, il funzionamento della catena diventa estremamente lineare. Lavitola conosce direttamente il luogo attraverso Ranucci e successivamente trasferisce quella conoscenza a Clesio; Clesio, a sua volta, deve portare sul posto le persone che organizzeranno materialmente l’azione. La forza investigativa di questa ipotesi deriva dal fatto che non richiede necessariamente lunghe conversazioni esplicite nelle quali venga descritto l’attentato. L’informazione può essere trasmessa fisicamente. Una persona mostra il luogo alla successiva, che lo mostra a sua volta agli esecutori. Ogni passaggio riduce la necessità di lasciare comunicazioni compromettenti e mantiene separati i diversi livelli della presunta organizzazione. È precisamente questa struttura che trasforma i sopralluoghi in qualcosa di più importante dei singoli messaggi. Gli spostamenti diventano la grammatica dell’operazione: chi sa conduce chi deve sapere, mentre chi dovrà materialmente intervenire viene accompagnato sul posto prima della data fissata per l’esecuzione.

Il 10 ottobre arriva il gruppo dalla Campania

Il 10 ottobre 2025, sei giorni prima dell’esplosione, avviene la seconda ricognizione. Le conversazioni dei giorni precedenti mostrano Clesio in contatto con D’Avino e l’organizzazione di una trasferta per andare a vedere un luogo. D’Avino manifesta immediatamente un problema: la propria automobile non sarebbe sufficientemente affidabile. Viene quindi prospettata la possibilità di utilizzare un’altra vettura o di farsene procurare una. Ma il passaggio più importante riguarda la composizione del gruppo. D’Avino vuole che alla trasferta partecipi anche una delle persone che successivamente dovrà intervenire direttamente, perché chi tornerà per l’azione deve vedere prima il luogo, capire gli accessi e conoscere ciò che dovrà fare. Il 10 ottobre D’Avino, Mutone e De Filippis partono dalla provincia di Avellino e raggiungono Torvaianica. I movimenti telefonici descrivono un viaggio coordinato verso nord lungo l’autostrada e successivamente il ritorno in Campania. Non si tratta di una zona abitualmente frequentata: nel periodo precedente gli stessi dispositivi non mostrano una normale presenza nell’area di Pomezia. È precisamente questa anomalia a sostenere la lettura del viaggio come sopralluogo preparatorio.

La Renault e il telefono rimasto a casa

Un ulteriore elemento collega il secondo sopralluogo a Clesio. L’autovettura utilizzata per la trasferta sarebbe una Renault Megane riconducibile alla famiglia della compagna dell’uomo e normalmente nella sua disponibilità. Il mezzo compare lungo il percorso compatibile con il viaggio verso Roma. Il telefono di Clesio, invece, presenta un comportamento completamente diverso: durante la finestra temporale nella quale avviene il sopralluogo resta agganciato alle celle della zona della sua abitazione. Per gli investigatori questa anomalia non dimostra l’assenza di Clesio, ma può indicare esattamente il contrario, cioè la scelta di lasciare volontariamente il dispositivo a casa per non essere localizzato durante il viaggio. È una deduzione che dovrà essere sottoposta al vaglio processuale, ma viene affiancata da altri elementi: gli accordi precedenti con D’Avino, l’utilizzo dell’automobile riconducibile al suo nucleo familiare, il silenzio comunicativo durante la trasferta e le interazioni che precedono e seguono il viaggio. La Procura considera quindi Clesio non soltanto l’organizzatore del passaggio tra mandante ed esecutori, ma anche un partecipante diretto alla seconda ricognizione.

Il 16 ottobre gli uomini tornano davanti alla villa

Sei giorni dopo il secondo sopralluogo si arriva alla sera dell’attentato. Una Fiat 500X nera viene ricostruita lungo il tragitto verso Torvaianica attraverso una rete di immagini e accertamenti, fino ad arrivare nella zona dell’abitazione di Ranucci. L’esplosione avviene alle 22:17 del 16 ottobre 2025. L’ordigno danneggia le automobili e l’area esterna della proprietà senza provocare vittime, ma la sua collocazione in un contesto abitato rende l’azione enormemente più grave di un semplice danneggiamento. Secondo l’accusa, Passariello avrebbe materialmente posizionato l’esplosivo mentre Mutone avrebbe partecipato all’operazione. Ciò che interessa soprattutto il livello superiore dell’indagine è che gli uomini arrivati quella sera non hanno bisogno di cercare la casa né di comprenderne sul momento la conformazione, perché il luogo sarebbe stato già osservato il 10 ottobre e, prima ancora, trasferito da Lavitola a Clesio il 15 settembre. L’attentato diventa così l’ultimo passaggio di una sequenza iniziata almeno un mese prima.

Il messaggio “Tt ok” risale verso l’alto

La presunta catena, secondo gli investigatori, non funziona soltanto in discesa. Dopo l’esecuzione l’informazione torna verso il livello superiore. Alle 23:08:44, circa cinquantuno minuti dopo la deflagrazione, D’Avino invia a Clesio un messaggio formato da appena due parole abbreviate: “Tt ok”. La lettura investigativa considera quella comunicazione la conferma che l’azione prevista è stata completata. Poco dopo D’Avino tenta nuovamente di contattare il proprio interlocutore chiedendogli se stia dormendo, senza ottenere una risposta immediata. La mattina seguente i contatti riprendono e Clesio si sposta verso Roma, raggiungendo l’area di Monteverde, zona nella quale si concentra la vita personale e professionale di Lavitola. È questo percorso inverso a rafforzare l’immagine della catena: prima l’informazione scende dal presunto mandante attraverso l’intermediario fino agli esecutori; dopo l’attentato l’esito dell’operazione risale dagli uomini operativi verso Clesio e, secondo l’accusa, verso il livello che lo sovrasta.

Ranucci e Lavitola erano amici, ed è qui che il caso si complica

L’aspetto più difficile dell’intera vicenda continua a essere il rapporto tra il presunto mandante e la vittima. Lavitola e Sigfrido Ranucci non risultano essere nemici. Al contrario, hanno un rapporto di amicizia, si frequentano, si telefonano, discutono di politica e del futuro professionale del giornalista. Ranucci frequenta anche il ristorante legato a Lavitola e in diverse circostanze i due condividono informazioni e valutazioni sulle tensioni interne ed esterne alla Rai. Questo elemento rende il caso completamente diverso da una classica azione intimidatoria commissionata da qualcuno danneggiato da un’inchiesta giornalistica. Non emerge, almeno nel cuore della tesi oggi contestata a Lavitola, un movente costruito sull’odio personale o sulla necessità di vendicarsi di Report. È precisamente questo paradosso che aveva portato Matrice Digitale, nella successiva analisi sull’intrigo in Rai tra Ranucci, Lavitola e Giletti, a distinguere tra la ricostruzione materiale dell’attentato e il problema enormemente più complesso della sua finalità. Più la catena operativa sembra acquisire una propria logica, più il movente diventa difficile da spiegare.

Il progetto di portare Ranucci in politica

Le conversazioni tra i due aggiungono però un elemento destinato ad assumere una rilevanza investigativa particolare. Lavitola coltivava da tempo l’idea di convincere Ranucci a entrare in politica. Il tema compare già nel 2024, inizialmente attraverso battute e incoraggiamenti, per poi diventare progressivamente più concreto. Quando Ranucci parla degli ascolti televisivi, della partecipazione alle presentazioni del proprio libro e delle difficoltà incontrate dentro la Rai, Lavitola interpreta quei segnali come indicatori di una possibile popolarità politica. Arriva a prospettare per l’amico un futuro nazionale, fino a evocare la possibilità che possa diventare Presidente del Consiglio. Nel gennaio 2025 parla persino della volontà di commissionare un sondaggio sulla popolarità di alcuni personaggi pubblici. Questo materiale non dimostra che l’attentato sia stato concepito per favorire politicamente Ranucci, ma dimostra che l’idea di una candidatura non nasce dopo l’esplosione e non viene inventata quando l’inchiesta comincia ad avvicinarsi a Lavitola. Esiste già molto tempo prima.

Il possibile movente dell’attentato dimostrativo

È su questa premessa che viene costruita l’ipotesi più controversa dell’intera indagine: l’attentato avrebbe potuto avere una finalità dimostrativa e non omicidiaria, destinata a rafforzare l’immagine pubblica di Ranucci come giornalista sotto attacco e ad alimentare indirettamente il progetto politico immaginato da Lavitola. La natura paradossale della ricostruzione è evidente. Significherebbe sostenere che una persona abbia organizzato un attentato contro un proprio amico non per eliminarlo, ma per produrre intorno a lui un effetto mediatico capace di aumentarne il peso pubblico. È un’ipotesi che richiede un livello probatorio particolarmente elevato, perché il salto logico tra voler candidare una persona e organizzare una bomba davanti alla sua abitazione è enorme. L’esistenza del progetto politico rappresenta un fatto rilevante per il contesto; la sua trasformazione nel movente dell’attentato rappresenta invece una tesi accusatoria che dovrà essere dimostrata, e probabilmente sarà uno dei punti sui quali difesa e accusa si confronteranno maggiormente.

L’arresto rende decisivo il primo sopralluogo

Proprio per la difficoltà del movente, il passaggio del 15 settembre assume con l’arresto di Lavitola un’importanza ancora maggiore. Per sostenere che l’ex direttore dell’Avanti! non fosse soltanto un personaggio legato a Clesio o un amico di Ranucci, ma il soggetto dal quale sarebbe partita l’operazione, occorre infatti attribuire a quella trasferta un significato preciso. Se Lavitola porta Clesio davanti alla casa dopo averla individuata grazie a Ranucci, e Clesio porta successivamente gli uomini operativi nello stesso luogo, la trasmissione dell’obiettivo acquista una linearità evidente. Se invece il viaggio del 15 settembre trova una spiegazione lecita, autonoma e documentabile, uno degli anelli principali tra Lavitola e gli esecutori perde forza. La battaglia processuale è destinata quindi a concentrarsi non soltanto sulle conversazioni, ma sui minuti trascorsi a Torvaianica, sulle ragioni della presenza dei due uomini, sulle eventuali attività svolte nella zona e sull’assenza di contatti con Ranucci quel giorno.

Il mandato per Clesio apre il problema della sua irreperibilità

La misura disposta nei confronti di Clesio Tavares Gomes, oggi irreperibile, rende ancora più importante la ricostruzione dei suoi spostamenti nei mesi successivi all’attentato. L’uomo risulta avere interessi e attività in Camerun e la permanenza africana non costituisce di per sé un elemento illecito. Tuttavia, nel momento in cui gli investigatori iniziano ad avvicinarsi al gruppo operativo, il suo rientro in Italia viene progressivamente rinviato. Le conversazioni familiari mostrano anche le difficoltà prodotte dalla sua lunga assenza e l’incertezza sui tempi del ritorno. A questo si aggiunge un particolare che gli inquirenti considerano significativo: quando vengono adottate le misure nei confronti di alcuni uomini del gruppo, D’Avino pronuncia una frase nella quale chiede di “avvisare Gomes” affinché Gomes avvisi a sua volta un altro soggetto. Letta dentro l’intera architettura accusatoria, la frase sembra descrivere spontaneamente la stessa gerarchia ricostruita attraverso sopralluoghi e contatti: esecutori, intermediario, livello superiore. Oggi, con il provvedimento restrittivo a suo carico, la posizione del camerunense diventa decisiva anche per capire se e quando potrà essere sottoposto direttamente alle contestazioni formulate dalla Procura.

Il metodo mafioso e il rapporto con la manodopera campana

Nell’inchiesta viene contestato anche il metodo mafioso, elemento che amplia ulteriormente il perimetro giuridico e investigativo della vicenda. Questo non significa automaticamente che l’attentato sia stato deliberato da un clan di camorra o che Lavitola venga descritto come appartenente a un’organizzazione mafiosa. La contestazione riguarda le modalità attraverso le quali l’azione sarebbe stata realizzata e il contesto criminale di alcuni dei soggetti coinvolti. È un passaggio che Matrice Digitale aveva già analizzato nel primo approfondimento su Ranucci, Lavitola, camorra e servizi: la disponibilità di uomini provenienti da ambienti criminali può rappresentare una forma di manodopera per una committenza esterna senza implicare necessariamente che l’intera organizzazione di appartenenza abbia deliberato l’azione. È una distinzione essenziale. Il livello criminale può fornire capacità operative, conoscenze, esplosivi o persone disponibili, mentre il movente e la committenza possono nascere altrove. Proprio questa eventuale separazione rende il caso molto più difficile da leggere attraverso le categorie tradizionali.

Gli avvocati, il sostegno economico e la protezione dopo l’azione

Le conversazioni successive alla diffusione delle prime notizie sull’indagine mostrano inoltre una forte preoccupazione per ciò che potrebbe accadere agli esecutori. Viene prospettata la possibilità di allontanarsi temporaneamente dall’Italia, ricevere denaro, utilizzare strumenti di pagamento dedicati ed evitare dispositivi telefonici facilmente tracciabili. Emergono anche indicazioni su legali ai quali rivolgersi in caso di arresto. Il punto investigativamente rilevante non riguarda naturalmente l’attività degli avvocati, che esercitano una funzione costituzionalmente garantita e non possono essere coinvolti per il semplice fatto di assistere un indagato. Ciò che interessa alla Procura è il percorso attraverso il quale alcuni nominativi arrivano agli uomini del gruppo e il tentativo, attribuito ai livelli superiori, di impedire che eventuali arresti consentano agli investigatori di risalire alla committenza. In questo quadro vengono letti anche i successivi consigli di Lavitola a Clesio di parlare esclusivamente con i legali e di evitare conversazioni dirette che possano apparire come un coordinamento delle versioni. Dal punto di vista difensivo può trattarsi di una cautela perfettamente comprensibile; dal punto di vista accusatorio viene inserita in una sequenza molto più ampia di comportamenti successivi all’attentato.

La reazione di Lavitola quando l’inchiesta si avvicina

Quando il livello operativo dell’indagine viene colpito dalle prime misure, Lavitola mostra immediatamente la consapevolezza di poter diventare un obiettivo investigativo. Organizza spostamenti, valuta una partenza per l’Africa e discute delle conseguenze che un eventuale arresto potrebbe produrre sulla propria attività economica e familiare. Anche questi comportamenti, isolatamente, non dimostrano una responsabilità: una persona che scopre di essere sospettata per un fatto di enorme gravità può legittimamente temere un arresto, organizzare i propri affari e preparare una strategia difensiva. Il valore attribuito dagli inquirenti nasce ancora una volta dalla convergenza temporale con altri elementi: la presenza di Clesio in Camerun, i rapporti tra i due, le conversazioni sul procedimento e il progetto di raggiungere il continente africano proprio quando il livello operativo dell’inchiesta comincia a essere colpito. Con l’arresto del 10 agosto quella sequenza entrerà inevitabilmente nel confronto sulla sussistenza e sulla lettura complessiva degli indizi.

Il problema di Ranucci trasformato da vittima in imputato mediatico

La crescita dell’inchiesta ha prodotto parallelamente un effetto mediatico anomalo. Ranucci è la persona offesa dell’attentato, ma una parte del racconto pubblico ha progressivamente spostato l’attenzione sui suoi rapporti, sulle sue fonti e sulle frequentazioni personali, fino a creare un processo mediatico parallelo nel quale il giornalista viene interrogato quasi quanto gli indagati. Matrice Digitale aveva già analizzato questo cortocircuito nell’approfondimento da vittima dell’attentato a “imputato” mediatico. Il rapporto con Lavitola è certamente rilevante per comprendere la vicenda perché consente di spiegare l’accesso alle informazioni personali, gli incontri e il possibile movente. Ma frequentare una persona che successivamente viene accusata di aver organizzato un attentato non trasferisce sulla vittima alcuna responsabilità. Il problema giornalistico può riguardare il rapporto tra Report e le sue fonti, la possibilità che soggetti con interessi propri abbiano cercato di orientare inchieste o informazioni e la permeabilità della redazione a determinati circuiti relazionali. È un tema legittimo, ma diverso dal procedimento penale sull’esplosione.

La zona grigia tra giornalismo, faccendieri e criminalità

Il caso conserva tuttavia una caratteristica che supera le singole posizioni giudiziarie: la sovrapposizione tra ambienti che normalmente vengono raccontati come separati. Giornalisti, imprenditori, faccendieri, uomini provenienti da circuiti criminali, professionisti, fonti e persone capaci di muoversi tra Italia e Africa finiscono nello stesso reticolo senza necessariamente appartenere a una struttura comune. È questa la zona grigia nella quale una relazione personale può diventare un canale informativo, un rapporto professionale può garantire l’accesso a un intermediario e un ambiente criminale può offrire la disponibilità di uomini per attività che hanno un’origine completamente diversa. Non serve necessariamente una cabina di regia onnipotente. Può essere sufficiente una successione di rapporti fiduciari. Il presunto mandante conosce l’intermediario; l’intermediario conosce chi può trovare gli uomini; gli uomini conoscono chi può reperire l’esplosivo; il bersaglio viene mostrato personalmente per evitare comunicazioni esplicite. È proprio questo modello a rendere l’indagine sull’attentato a Ranucci un caso molto più complesso della semplice identificazione di chi ha materialmente acceso una miccia.

Cosa deve ancora dimostrare l’accusa

L’arresto di Lavitola rafforza proceduralmente la posizione della Procura, ma non elimina i punti che dovranno essere provati nel processo. Il primo è il mandato: bisognerà dimostrare che tra Lavitola e Clesio non esistesse soltanto un rapporto personale e professionale, ma che sia realmente intervenuta una richiesta specifica di organizzare l’attentato. Il secondo è il sopralluogo del 15 settembre: occorrerà escludere in modo convincente le spiegazioni alternative per la presenza dei due nell’area di Torvaianica. Il terzo è il movente: il progetto politico relativo a Ranucci è documentabile come contesto, ma deve essere dimostrato il passaggio tra quell’idea e la decisione di ricorrere a un ordigno esplosivo. Il quarto riguarda Clesio: la sua posizione come intermediario deve essere ricostruita distinguendo ciò che emerge direttamente dalle comunicazioni da ciò che viene dedotto dall’incrocio degli spostamenti e dei comportamenti. È su questi punti che l’inchiesta dovrà trasformare una sequenza estremamente suggestiva in una prova capace di resistere al contraddittorio.

Cosa cambia realmente con l’arresto di Lavitola

Fino al 10 agosto il nome di Lavitola rappresentava il livello superiore di una ipotesi investigativa ancora raccontata soprattutto attraverso perquisizioni, tabulati, intercettazioni e ricostruzioni degli inquirenti. Con la custodia cautelare in carcere la situazione cambia. Il Gip ritiene evidentemente che gli elementi presentati dalla Procura siano sufficienti per adottare la più grave tra le misure cautelari personali, mentre la contemporanea decisione nei confronti di Clesio mostra che l’autorità giudiziaria considera i due ruoli strettamente collegati nella ricostruzione dell’attentato. Non cambia però la natura fondamentale del procedimento: Lavitola resta da considerare innocente fino a sentenza definitiva, e la ricostruzione accusatoria dovrà essere verificata contro le spiegazioni della difesa. Quello che cambia è il livello della domanda. Non si discute più soltanto se l’ex direttore dell’Avanti! abbia avuto rapporti con persone finite nell’inchiesta. La domanda giudiziaria diventa se abbia ordinato l’azione e utilizzato Clesio per trasformare quell’ordine in una catena operativa capace di arrivare fino agli uomini della bomba.

Una catena che parte dall’amicizia e arriva all’esplosivo

Il paradosso finale è anche quello che rende l’intera storia così difficile da ridurre a una formula. La catena ricostruita dagli investigatori partirebbe da un rapporto di amicizia. Ranucci permette a Lavitola di individuare la propria abitazione perché si fida di lui. Lavitola, secondo l’accusa, trasferisce quella conoscenza a Clesio. Clesio organizza il passaggio successivo verso D’Avino e il gruppo campano. Gli uomini effettuano il sopralluogo e, sei giorni dopo, alcuni di loro tornano davanti alla villetta. L’ordigno esplode. D’Avino comunica a Clesio che è tutto a posto. Clesio il giorno successivo raggiunge Roma. Se questa sequenza sarà confermata, la conoscenza privata di un luogo sarà diventata progressivamente un’informazione operativa attraverso una catena di fiducia. Se invece uno degli anelli centrali verrà meno, soprattutto il sopralluogo attribuito a Lavitola e il mandato affidato a Clesio, l’intero impianto dovrà essere riletto.

Il vero processo comincia adesso

L’arresto non chiude quindi il caso Ranucci. Lo porta nella sua fase più importante. La materialità dell’attentato può essere ricostruita attraverso automobili, celle telefoniche, telecamere, spostamenti e conversazioni. Molto più difficile sarà stabilire il significato di quei movimenti, il motivo per cui furono compiuti e il rapporto tra i diversi protagonisti. È qui che un’indagine tecnicamente complessa diventa un processo sulla committenza, sul movente e sulla struttura stessa dell’azione. Il carcere di Lavitola e il mandato nei confronti di Clesio rendono oggi impossibile considerare l’ipotesi del livello superiore come una semplice suggestione giornalistica, ma non la trasformano automaticamente in verità giudiziaria. Sarà il contraddittorio a stabilire se il percorso ricostruito dalla Procura – Ranucci, Lavitola, Clesio, D’Avino, gli esecutori e infine la bomba – descriva realmente la catena di comando dell’attentato oppure se alcuni passaggi abbiano una spiegazione differente. Il punto centrale resta quello che Matrice Digitale aveva individuato fin dalle prime fasi dell’inchiesta: non basta sapere chi ha materialmente portato l’esplosivo a Torvaianica. Bisogna capire chi ha trasformato un indirizzo conosciuto grazie a un rapporto di fiducia nell’obiettivo di un’azione criminale. Con l’arresto di Valter Lavitola, è precisamente questa domanda a entrare oggi in carcere insieme al presunto mandante.

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