C’è un dettaglio curioso nel memorandum con cui Donald Trump ha deciso di coinvolgere società private statunitensi nelle operazioni contro il cybercrime transnazionale: per capire dove sarebbe la rivoluzione bisogna prima dimenticare almeno cinque anni di cybersecurity. Il documento del 12 agosto 2026 crea un programma federale che consente ad aziende selezionate di svolgere, sotto controllo di Department of Justice e Department of Homeland Security, attività di cyber surveillance e cyber effects contro organizzazioni criminali straniere. Non contro “il nemico” in senso geopolitico, non contro qualunque infrastruttura ostile, ma contro organizzazioni criminali transnazionali cyber-enabled che non siano parte istituzionale di un governo straniero. La novità normativa esiste. La sorpresa, molto meno.
Cosa leggere
Il privato combatte il cybercrime da anni
Chi oggi racconta l’ingresso delle aziende private come una svolta epocale dovrebbe forse aggiornare i preferiti del browser. Microsoft possiede da anni una Digital Crimes Unit che non si limita a pubblicare report eleganti: ottiene provvedimenti giudiziari, sequestra domini, identifica infrastrutture e lavora con forze dell’ordine, provider e società di sicurezza. Nel 2025 Matrice Digitale raccontava il caso RaccoonO365, quando Microsoft contribuì a disarticolare un servizio phishing-as-a-service attraverso il sequestro di 338 siti e la cooperazione con Cloudflare, mentre HUMAN interveniva contro l’ecosistema SlopAds. Nel marzo 2026 Microsoft ed Europol hanno colpito Tycoon2FA, altra piattaforma PhaaS specializzata nel furto delle identità e nel superamento dell’autenticazione multifattore. A giugno, nell’operazione contro Outsider Enterprise, l’FBI ha lavorato con Google e Black Lotus Labs contro una rete industriale di phishing che disponeva di oltre un milione di URL fraudolenti. Matrice Digitale aveva già raccontato Operation Riptide e il ruolo assunto da Google nella collaborazione tecnica e legale. Google non era lì a portare i caffè agli agenti federali: forniva telemetria, intelligence e capacità tecnologiche indispensabili per interrompere una struttura criminale distribuita. Persino OpenAI, che qualcuno continua a immaginare come una biblioteca digitale con il pulsante “genera”, ha già chiuso reti di account criminali, condiviso indicatori con aziende e autorità e introdotto misure per ostacolarne la ricostituzione. Matrice Digitale lo ha documentato pochi giorni fa con la rete di truffe AI collegata alla Cambogia. Non è una cyber effects operation nel significato giuridico appena definito dalla Casa Bianca, naturalmente, ma è già enforcement privato sulla propria infrastruttura integrato con intelligence e cooperazione pubblica.
Trump non inventa lo sceriffo privato, gli consegna il distintivo
Questo è il punto che rischia di perdersi nella corsa alla “grande evoluzione”. Trump non scopre che il settore privato possiede informazioni, accessi e capacità tecniche decisive. Lo Stato americano lo sa da anni perché internet, cloud, identità digitali, advertising, DNS, endpoint, sistemi operativi e piattaforme AI sono in larghissima parte infrastrutture private sulle quali si esercita una funzione pubblica di sicurezza. Il memorandum compie un passaggio diverso e certamente importante: prende una collaborazione costruita finora attraverso ordini giudiziari, contratti, condivisione di intelligence, rimozione di account, blocco di servizi e sequestri di domini e la inserisce in un programma federale nel quale aziende selezionate potranno essere autorizzate a svolgere vere Cyber Surveillance Operations e Cyber Effects Operations, sempre sotto direzione governativa. Queste ultime possono comprendere manipolazione, interruzione, negazione, degradazione o distruzione di sistemi e infrastrutture digitali. Qui sta il salto giuridico, non nella scoperta dell’esistenza del privato.
In altre parole, lo sceriffo esisteva già. Trump gli consegna il distintivo, stabilisce chi lo comanda e gli scrive il mansionario.
Quindi Google e soci erano già società pubbliche?
A questo punto la provocazione viene quasi da sola. Se basta il memorandum del 2026 per scoprire che le aziende private possono contribuire materialmente all’azione dello Stato contro il crimine digitale, allora cosa erano Microsoft, Google, Cloudflare, HUMAN, le società di threat intelligence e persino le piattaforme AI quando bloccavano infrastrutture, account, domini, campagne e flussi criminali insieme alle autorità?
Società pubbliche senza che nessuno ce lo avesse comunicato?
Ovviamente no. Ma il paradosso serve a ricordare che negli Stati Uniti la sovranità digitale viene esercitata da tempo attraverso una catena pubblico-privata. Lo si vede persino fuori dal cybercrime tradizionale. Nel contrasto alla pirateria sportiva la rete PirloTV è stata colpita attraverso una cooperazione che coinvolgeva ACE, UEFA e autorità nazionali: soggetti privati producono intelligence, identificano infrastrutture, promuovono interventi legali e partecipano concretamente ai processi di takedown. Cambia il reato. Il modello operativo è già familiare.
Il dettaglio che rovina la festa ai super esperti
C’è infine un particolare che rovina parecchio la narrazione sulla “privatizzazione della guerra cibernetica”: il memorandum non riguarda la guerra cibernetica in generale. Il bersaglio sono organizzazioni criminali transnazionali straniere. La definizione esclude i gruppi che risultino parte istituzionale o interamente diretti da un governo straniero e il programma prevede supervisione federale, autorizzazioni preventive, coordinamento interagenzia e limiti specifici per operazioni capaci di provocare conseguenze critiche. Quindi no: domani mattina Google non riceverà una lettera di corsa per spegnere a piacimento i server di un apparato militare straniero. E OpenAI non diventa il nuovo Cyber Command perché ha bannato qualche account criminale. La vera evoluzione è molto più concreta e meno cinematografica: Washington riconosce formalmente che alcune capacità offensive utili contro il cybercrime risiedono fuori dallo Stato e crea il quadro per comprarle, dirigerle e impiegarle. È importante. Ma descriverla come la nascita della collaborazione pubblico-privato significa arrivare alla festa quando stanno già raccogliendo i bicchieri.
Forse la notizia non è che Trump abbia privatizzato il cyber. La notizia è che abbia deciso di mettere per iscritto una realtà che il sistema americano praticava da anni. E se qualche super esperto è rimasto folgorato dalla novità, il problema potrebbe non essere la velocità con cui evolve la dottrina statunitense. Potrebbe essere quella con cui ha letto le cronache degli ultimi anni.
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