📌 In Sintesi
- Ho parlato con Valter Lavitola pochi giorni prima dell’arresto perché ritenevo necessario verificare direttamente alcuni elementi del rapporto con Massimo Giletti.
- Report resta un patrimonio giornalistico da difendere, ma difendere una redazione non significa trasformare Sigfrido Ranucci in una figura sottratta alle domande.
- Il caso del Garante Privacy mostra perché il pluralismo dell’inchiesta richieda anche riconoscere chi ha aperto filoni informativi molto prima che diventassero televisivi.
Sì, sono tra quelli che hanno telefonato a Valter Lavitola nei giorni in cui la pressione giudiziaria attorno al suo nome stava crescendo, pochi giorni prima del suo arresto del 10 agosto 2026. Non rivelerò il contenuto integrale di quella conversazione perché esiste una differenza tra raccontare il proprio lavoro e trasformare una telefonata privata in materiale da spettacolo. Posso però spiegare perché lo chiamai. Avevo appena lavorato sul rapporto tra Sigfrido Ranucci, Valter Lavitola e Massimo Giletti e mi risultavano vecchie frizioni tra Lavitola e Giletti confermate anche da interlocutori che avevo conosciuto negli anni di Mediaset. Volevo capire se avessi scritto una sciocchezza. Lavitola mi richiamò e mi chiese come fossi arrivato a quella storia. Gli risposi semplicemente che alcune fonti restano fonti anche quando si cambia lavoro. La sua posizione fu netta: non poteva parlare, i suoi avvocati glielo impedivano. Disse però una frase che oggi pesa inevitabilmente di più: «prima o poi la verità verrà a galla».
Cosa leggere
Una telefonata non assolve Lavitola e non condanna Ranucci
Partiamo da ciò che oggi è pubblico, perché altrimenti il racconto diventa una fiera dei sospetti. Lavitola è stato arrestato il 10 agosto nell’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025 contro Ranucci e il 12 agosto, durante l’interrogatorio di garanzia, ha ammesso di essere stato il mandante dell’azione, sostenendo attraverso i propri legali di averlo fatto con l’intenzione di aumentare il livello di protezione dell’amico. Il Gip ha giudicato quella spiegazione inverosimile e priva di sufficienti riscontri e ha confermato la custodia cautelare. Questo è il quadro giudiziario attuale, che ha superato inevitabilmente molte delle ipotesi formulate quando il nome di Lavitola era appena entrato nell’indagine insieme alla pista campana e ai rapporti con Ranucci. Ma una confessione sul ruolo di mandante non risolve automaticamente ogni domanda sul movente, sulle relazioni precedenti e sul contesto mediatico. Non dimostra neppure alcuna partecipazione consapevole di Ranucci all’attentato: allo stato degli atti pubblicamente conosciuti non esiste una contestazione del genere nei suoi confronti. È precisamente per questo che bisogna continuare a separare fatti, interpretazioni e suggestioni, anche quando la storia diventa irresistibile per la televisione.
Giletti non era un dettaglio e oggi lo sappiamo ancora meglio
Quando osservavo l’insistenza di Massimo Giletti sul caso Lavitola non mi sembrava di assistere soltanto alla normale competizione tra due giornalisti televisivi. Giletti aveva anticipato elementi della pista, rivendicato fonti particolarmente solide e trasformato più volte Lavitola in un bersaglio centrale del proprio racconto. Il punto non era sostenere che questo dimostrasse qualcosa di illecito o nascosto. Il punto era domandarsi se esistesse anche una storia precedente tra i due. Da lì nacque la telefonata. Successivamente è emersa pubblicamente perfino l’ipotesi, mai trasformata in una decisione ufficiale, che Giletti potesse essere valutato come possibile sostituto di Ranucci alla conduzione di Report. Fanpage ha riportato questa possibilità nel quadro delle discussioni interne alla Rai. Questo non dimostra naturalmente l’esistenza di una manovra contro Ranucci, ma rende ancora più legittimo osservare il rapporto tra i protagonisti senza raccontarli come figure isolate. Nel passaggio da Ranucci vittima dell’attentato a protagonista di un processo mediatico sulle proprie fonti era già evidente che la storia non sarebbe rimasta confinata alla Procura: sarebbe diventata anche una partita sulla Rai, su Report e sul futuro professionale del suo conduttore.
Report è più importante di Ranucci
Qui bisogna essere molto chiari. Report è una trasmissione che va salvaguardata. Negli anni ha costruito una redazione di giornalisti capaci, ha prodotto inchieste di grande valore e ha mantenuto dentro il servizio pubblico uno spazio che troppo spesso la televisione italiana sacrifica in favore dell’intrattenimento politico travestito da informazione. I costi del programma possono sorprendere quando vengono letti fuori contesto, ma il giudizio su una produzione Rai non può fermarsi alla cifra lorda: deve considerare ascolti, pubblicità, valore editoriale, archivio prodotto e reputazione acquisita nel tempo. Report rappresenta un marchio che probabilmente restituisce all’azienda molto più del suo costo contabile. Proprio per questo sarebbe un errore identificare la sopravvivenza del programma con la permanenza eterna di Sigfrido Ranucci alla guida. Report esisteva prima di lui e può esistere dopo di lui. Milena Gabanelli ne è stata il volto storico e Ranucci ha raccolto un’eredità complessa riuscendo a costruire una propria identità. La stessa cosa può accadere ancora. Difendere Report significa difendere il metodo dell’inchiesta, non creare il dogma dell’insostituibilità del conduttore.
I paladini del giornalismo libero non esistono
Ranucci ha certamente subito pressioni, minacce e un attentato gravissimo. Nessuna critica professionale può cancellare questo dato e chi utilizza la bomba per suggerire responsabilità della vittima senza prove compie un’operazione irresponsabile. Ma essere vittima di un attentato non rende automaticamente impeccabile ogni scelta professionale precedente o successiva. È qui che considero pericolosa la costruzione del “paladino del giornalismo libero”. I paladini non esistono. Esistono giornalisti, redazioni, errori, intuizioni, fonti, omissioni, conflitti e gerarchie editoriali. Vale per me, vale per Ranucci e vale per qualsiasi collega. La domanda corretta non è quindi se Ranucci sia un simbolo della libertà di stampa. La domanda è se Report abbia applicato sempre a tutti la stessa curiosità, la stessa severità e la stessa disponibilità ad ascoltare chi possedeva informazioni rilevanti. Perché una testata che chiede trasparenza agli altri deve accettare che qualcuno possa porre domande anche sul modo in cui seleziona interlocutori e filoni.
Il caso del Garante Privacy è l’esempio che conosco meglio
Su questo posso parlare con cognizione diretta. Report ha realizzato servizi importanti sul Garante per la protezione dei dati personali. Alcuni sono stati eccellenti e hanno contribuito a trasformare una vicenda apparentemente tecnica in un caso politico e giudiziario nazionale. Quando la Guardia di Finanza è entrata nella sede del Garante e l’indagine ha coinvolto il Collegio, il lavoro televisivo aveva ormai assunto un peso evidente. Successivamente Report ha riaperto il caso Agostino Ghiglia e Guido Scorza, riportando davanti a milioni di spettatori questioni che meritavano di essere affrontate. Ma quel filone non nasceva nel momento in cui una telecamera Rai aveva iniziato a occuparsene. Matrice Digitale documentava da anni conflitti di interesse, rapporti professionali, intrecci con grandi piattaforme tecnologiche e contraddizioni interne all’Autorità. Nel novembre 2025 avevamo già posto apertamente la questione dei conflitti di interesse ignorati mentre l’attenzione pubblica si concentrava quasi esclusivamente sul profilo politico di Ghiglia. Non rivendico il monopolio di un’inchiesta: sarebbe ridicolo. Rivendico però il diritto di ricordare la cronologia.
Tutti sentiti, tranne chi quel filone lo seguiva da anni
La cosa che continua a farmi sorridere è che Report ha parlato con moltissime persone attorno al caso Garante, ma non con chi aveva lavorato pubblicamente su alcuni di quei nodi anni prima che diventassero materiale televisivo nazionale. Non esiste naturalmente alcun obbligo di intervistare Matrice Digitale o il sottoscritto. Una redazione sceglie liberamente le proprie fonti e i propri interlocutori. Ma quando la stessa trasmissione costruisce una parte della propria identità sulla difesa dei piccoli giornalisti, delle fonti dimenticate e di chi combatte battaglie difficili fuori dai grandi gruppi editoriali, la scelta diventa almeno ironica. Durante la telefonata con Lavitola glielo raccontai. La battuta che mi venne spontanea era fin troppo semplice: forse, se avessi avuto bisogno di essere ascoltato da Report, sarebbe bastato telefonare prima a Walter Lavitola. È sarcasmo, naturalmente. Ma dietro il sarcasmo resta un problema professionale: il giornalismo d’inchiesta non dovrebbe trasformare la propria rete di fonti in una struttura chiusa nella quale esistono soltanto interlocutori già riconosciuti dal circuito televisivo, politico o giudiziario.
Anche Report ha una linea politica ed è normale ammetterlo
C’è poi un’ipocrisia italiana che andrebbe finalmente superata: l’idea che esista giornalismo completamente privo di posizionamento politico. Report ha dedicato negli anni un’attenzione molto forte al centrodestra, ai suoi governi, ai suoi ambienti economici e alle sue reti. Questo non significa che le inchieste siano false. Una notizia documentata resta documentata indipendentemente dal colore politico del bersaglio. Ma la selezione dei temi, la continuità con cui alcuni ambienti vengono osservati e la scelta delle fonti producono inevitabilmente una linea editoriale. Il problema nasce quando il posizionamento viene negato e presentato come neutralità assoluta. La destra oggi mostra un desiderio evidente di regolamento dei conti con una parte dell’informazione pubblica e questo costituisce a sua volta un rischio. Ma per comprendere quella reazione bisogna riconoscere che Report è stato percepito per anni da una parte consistente del centrodestra come una trasmissione ostile. Si può ritenere quella percezione ingiusta, strumentale o esagerata. Non si può fingere che non esista.
Le fonti degli apparati sono fisiologiche, finché non diventano agenda
Ancora più delicato è il rapporto tra giornalismo d’inchiesta e intelligence. Il sospetto che alcune informazioni di alto livello arrivino da soggetti appartenenti o appartenuti agli apparati non è di per sé scandaloso. Qualunque giornalista che lavori seriamente su sicurezza nazionale, criminalità organizzata, politica estera e grandi dossier istituzionali finisce inevitabilmente per parlare anche con uomini dello Stato, magistrati, investigatori, funzionari ed ex appartenenti ai servizi. È fisiologico. Il problema comincia se una redazione non controlla più la propria fonte ma viene utilizzata dalla fonte per regolare conflitti interni. Nell’intrigo tra Ranucci, Lavitola, Giletti, servizi e dossier questo è sempre stato il punto più interessante: non stabilire per suggestione che Report sia “manovrato dagli apparati”, ma chiedersi quanto potere possieda una fonte quando conosce informazioni che il giornalista non può ottenere altrove. Una fonte privilegiata può aiutare a scoprire una verità. Può anche decidere quale verità far scoprire.
Quando chiusero i miei profili Report non disse nulla, e va bene così
C’è infine una ragione personale per cui faccio fatica ad accettare la retorica dei garanti universali della libertà di stampa. Nell’autunno 2025 mi furono chiusi o limitati diversi profili sulle grandi piattaforme proprio mentre Matrice Digitale lavorava intensamente sul caso Garante. Non attribuisco questa vicenda a Report e non possiedo elementi per sostenere un coordinamento tra la trasmissione e quelle chiusure. Sarebbe scorretto dirlo. Ritengo invece che il contesto e alcuni interessi coinvolti meritassero allora, e meritino ancora, attenzione. Report non spese una parola per me. E sapete una cosa? Non era obbligato a farlo. Il punto è esattamente questo. Ranucci non era obbligato a difendere me come io non sono obbligato a considerare Ranucci il rappresentante universale di tutti i giornalisti minacciati, censurati o marginalizzati. La libertà di stampa non ha bisogno di un proprietario. Ha bisogno di regole, pluralismo e possibilità concrete di lavorare.
Salvare Report significa anche permettere che Ranucci possa andarsene
Per questo considero sbagliata sia la tentazione di utilizzare il caso Lavitola per demolire Report sia quella opposta di trasformare qualsiasi domanda su Ranucci in un attentato alla libertà di stampa. Report deve restare, la sua redazione deve poter lavorare e i giornalisti che vi operano non possono essere caricati collettivamente delle controversie che riguardano il proprio conduttore. Allo stesso tempo Ranucci deve poter essere criticato, sottoposto alle verifiche interne della Rai e, se un giorno il rapporto con l’azienda dovesse diventare definitivamente incompatibile, anche sostituito senza che ciò equivalga automaticamente alla morte del giornalismo d’inchiesta italiano. Se vorrà entrare in politica, troverà probabilmente uno spazio: il sistema italiano è storicamente molto generoso nel ricollocare volti pubblici dotati di consenso. Se invece resterà a fare il giornalista, continuerà a essere giudicato per ciò che pubblica. È una condizione molto meno romantica del martirio permanente, ma è anche la più sana. La telefonata a Lavitola non mi ha consegnato verità giudiziarie e non pretendeva di farlo. Mi serviva a capire se una storia che avevo scritto avesse un fondamento. Oggi sappiamo che Lavitola ha ammesso davanti al Gip un ruolo che fino a pochi giorni prima sembrava incredibile persino a osservatori molto esperti. Questo dovrebbe insegnare prudenza a tutti. A chi aveva già costruito una sentenza prima degli atti, a chi vorrebbe usare la confessione per colpire automaticamente Ranucci e anche a chi considera illegittima qualsiasi domanda perché il protagonista è un giornalista sotto scorta.
La libertà di stampa si difende proteggendo Report. La credibilità del giornalismo si difende evitando di trasformare chi lo conduce in un santo.
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