woke fact checking dsa liberta espressione

Il woke è arretrato, ma chi lo ha imposto oggi finge che non sia mai esistito

📌 In Sintesi

  • Meta ha ammesso gli eccessi della moderazione e negli Stati Uniti ha smantellato il fact-checking di terze parti sostituendolo con Community Notes.
  • La stagione woke ha inciso su cinema, aziende, linguaggio, minori e social network, trasformando sensibilità civili in un sistema di conformità culturale.
  • In Europa DSA, trusted flaggers e governance della disinformazione mantengono in piedi una parte dell’infrastruttura costruita negli anni della moderazione espansiva.

C’è una parola che oggi fa sorridere molte persone: woke. Improvvisamente non sarebbe mai esistito, sarebbe una fissazione degli anni Sessanta riciclata dai conservatori, una pentola di chiacchiere sociologiche nella quale ognuno butta ciò che non gli piace. Peccato che chi ha vissuto professionalmente il digitale negli ultimi dieci anni abbia visto quella pentola diventare un calderone politico, culturale, aziendale e algoritmico capace di incidere sulla libertà di espressione. Il problema non erano i diritti civili, sacrosanti quando garantiscono alle persone libertà e dignità. Il problema è stato trasformarli nel cavallo di Troia attraverso cui imporre linguaggi, rappresentazioni, classificazioni morali e perfino verità obbligatorie. E oggi che il mercato americano sta mollando buona parte di quella roba, gli stessi che l’hanno propagandata ci spiegano che il woke non sarebbe mai esistito.

Il woke non chiedeva più rispetto, pretendeva obbedienza culturale

Annuncio

Una società civile deve proteggere le minoranze e impedire discriminazioni. Su questo non dovrebbe esserci nemmeno discussione. Ma il passaggio avvenuto negli ultimi anni è stato molto diverso: dal “rispettami” si è arrivati al “devi pensare come me”. Non bastava riconoscere diritti uguali. Bisognava utilizzare le parole corrette, aderire a determinate definizioni, accettare nuove categorie senza discuterle e soprattutto evitare di formulare domande considerate politicamente sconvenienti. Il woke ha funzionato così: ha preso battaglie civili comprensibili e le ha estremizzate fino a costruire una dittatura culturale morbida, non fatta di polizia alle porte ma di reputazione, isolamento professionale, boicottaggio, algoritmo e paura di essere marchiati. Chi non applicava determinati parametri non era semplicemente in disaccordo: diventava retrogrado, razzista, omofobo, transfobico, fascista o semplicemente impresentabile. La discussione finiva prima di iniziare.

Personaggi bianchi trasformati in neri, ma provate a immaginare il contrario

Il cinema è stato uno dei laboratori più evidenti. Per anni abbiamo assistito alla riscrittura di personaggi, universi narrativi e figure storicamente rappresentate come bianche attraverso race swapping presentato come progresso culturale. E sia chiaro: un attore nero può interpretare qualsiasi personaggio se l’opera decide liberamente di farlo. Il problema è il doppio standard. Trasformare un personaggio bianco in nero veniva celebrato come inclusione; provate a immaginare il contrario su un personaggio storicamente nero e osservate la reazione che si produrrebbe. Non servono grandi studi sociologici per capire che il parametro non era la libertà creativa: era una gerarchia politica della rappresentazione. Lo stesso è avvenuto con l’obbligo percepito di inserire determinate tematiche sessuali o identitarie praticamente in ogni produzione, come se una serie televisiva dovesse superare una commissione ideologica prima ancora della prova fondamentale: essere scritta bene. E quando il pubblico contestava il risultato, troppo spesso la risposta non era “forse il prodotto è mediocre”, ma “il pubblico è razzista, omofobo o arretrato”. Questa è stata la cancel culture: non soltanto cancellare qualcuno, ma rendere moralmente illegittima la critica.

Poi sono arrivati i conti e improvvisamente le aziende hanno scoperto il pragmatismo

La parte più divertente è osservare quanto rapidamente il mercato abbia abbandonato ciò che fino a ieri veniva presentato come un valore irrinunciabile. Con il ritorno di Donald Trump, numerose grandi aziende statunitensi hanno ridimensionato programmi DEI, obiettivi di rappresentanza e comunicazione identitaria. Google ha abbandonato alcuni target di assunzione legati alla diversità, Meta e altre Big Tech hanno rivisto programmi interni, e persino il Pride Month ha perso una parte di quella gara aziendale che trasformava giugno in un carnevale di loghi arcobaleno. Ed è qui che viene da sorridere pensando a chi aveva realmente creduto che quelle multinazionali stessero conducendo una battaglia morale. No: stavano facendo marketing politico. Finché conveniva colorare il logo, coloravano il logo. Quando il vento economico e politico è cambiato, hanno scoperto che il logo aziendale funzionava benissimo anche senza bandiera. Tutto legittimo, per carità. Ma almeno risparmiateci la favola delle corporation diventate improvvisamente paladine dei diritti umani.

Gli uomini possono partorire e il sesso biologico diventa una bestemmia

L’estremizzazione più evidente è arrivata quando la politica identitaria ha iniziato a pretendere di riscrivere anche il linguaggio della biologia e della medicina. Siamo arrivati a leggere e ascoltare formule sugli “uomini che possono partorire”, a vedere professionisti sanitari prestarsi a spiegazioni linguistiche sempre più contorte e a trattare il sesso biologico come se fosse un fastidioso residuo del Novecento. Il rispetto per una persona transgender non richiede di insultarla, discriminarla o impedirle di vivere come desidera. Ma non richiede nemmeno di sostenere che maschio e femmina siano categorie biologicamente irrilevanti. Si può rispettare l’identità individuale senza pretendere che riproduzione, medicina, sviluppo sessuale e performance fisica debbano essere riscritti attraverso una decisione politica. Per anni anche soltanto formulare questa distinzione poteva trasformare una discussione scientifica in un processo ideologico. Oggi persino le federazioni sportive stanno tornando a definire criteri biologici verificabili. Forse, allora, qualche domanda non era così scandalosa.

Imane Khelif ha mostrato il cortocircuito tra propaganda, sport e biologia

Il caso Imane Khelif alle Olimpiadi di Parigi è stato emblematico. In poche ore una questione sportiva complessa è diventata guerra cognitiva: da una parte chi sosteneva l’esistenza di un problema relativo all’idoneità nella categoria femminile, dall’altra chi liquidava buona parte delle obiezioni come propaganda russa, transfobia o disinformazione. Il fatto interessante è ciò che è accaduto dopo. World Boxing ha introdotto una Sex Eligibility Policy che prevede test genetici PCR o equivalenti funzionali per determinare il sesso alla nascita e l’idoneità alle categorie, con applicazione generale agli atleti maggiorenni dal 1° gennaio 2026. E allora viene spontanea una domanda: se stabilire criteri biologici nello sport era una forma di oscurantismo, perché oggi una federazione internazionale li codifica formalmente? Il punto non è trasformare automaticamente qualsiasi voce circolata su Khelif in verità. Il punto è che il problema biologico nello sport femminile esiste, e trattarlo come un’invenzione politica è stato uno degli esempi più grotteschi di quella stagione.

Il bersaglio più importante sono stati i bambini e le nuove generazioni

La parte più grave riguarda però i bambini. Una cosa è educare un bambino a rispettare chi ha un colore della pelle diverso, chi ama una persona dello stesso sesso o chi vive una condizione personale che non comprende. Questa si chiama civiltà. Altra cosa è utilizzare scuola, intrattenimento, social network, influencer e prodotti culturali per plasmare anticipatamente la percezione dell’identità, presentando teorie sociali estremamente controverse come se fossero fatti indiscutibili. Negli anni della massima espansione woke si è oltrepassato troppo spesso quel confine: non educare al rispetto, ma educare all’adesione. Il bambino non doveva soltanto sapere che esistono persone differenti; doveva essere introdotto precocemente a un’intera costruzione ideologica nella quale sesso, genere, identità e famiglia potevano essere continuamente ridefiniti. Ed è proprio qui che si vede la natura politica dell’operazione. Sensibilizzare non significa sostituire culturalmente, e soprattutto non significa impedire ai genitori o alla società di discutere quali nozioni siano appropriate, a quale età e con quale fondamento scientifico.

I social sono stati la polizia perfetta perché non avevano bisogno di arrestare nessuno

Chi si occupa di digitale ha visto il woke trasformarsi in qualcosa di molto più potente di un dibattito televisivo: algoritmi di moderazione. Etichette, demonetizzazione, reach ridotta, account limitati, post classificati, warning e sistemi di raccomandazione capaci di premiare alcuni contenuti e farne sparire altri. Non serviva proibire formalmente una frase. Bastava ridurne la distribuzione. Pensate a quante volte qualcuno ha pubblicato una battuta, un’opinione o perfino un meme e si è trovato sotto un’etichetta che spiegava agli altri che quel contenuto fosse falso, fuorviante o privo di contesto. È capitato anche al sottoscritto. Ed è qui che il concetto di social scoring diventa politicamente interessante: non il punteggio statale cinese, ma un sistema nel quale reputazione e visibilità dipendono da classificazioni che l’utente non controlla. La vicenda Orsini e NewsGuard ha mostrato cosa succede quando dalla verifica di un’informazione si passa alla classificazione reputazionale delle persone e delle fonti.

Zuckerberg oggi dice praticamente quello che ieri veniva definito complottismo

E qui arriva Mark Zuckerberg, il grande convertito. Meta nel gennaio 2025 ha annunciato negli Stati Uniti la fine del programma di fact-checking di terze parti. Nella comunicazione ufficiale con cui ha introdotto Community Notes l’azienda ha riconosciuto che il proprio sistema era diventato troppo complesso, produceva troppi errori, limitava dibattiti politici legittimi e applicava ai contenuti verificati etichette intrusive e riduzione della distribuzione. Meta è arrivata a scrivere che un programma nato per informare era diventato troppo spesso uno strumento di censura. Nel dicembre 2024 l’azienda stimava inoltre che una o due azioni di enforcement ogni dieci potessero essere sbagliate in alcune aree. Dopo il cambio di strategia ha dichiarato una riduzione di circa il 50% degli errori negli Stati Uniti. Straordinario: per anni chi denunciava un problema di censura algoritmica era un paranoico. Poi lo scrive Meta e improvvisamente diventa una raffinata riflessione sul futuro delle piattaforme.

Una dedica a Mentana, che con quel sistema ci ha anche guadagnato

E qui una dedica ad Enrico Mentana è inevitabile, soprattutto ora che sembra avere ritrovato una certa insofferenza verso alcune rigidità del politicamente corretto. Caro Enrico, benvenuto. Però la memoria serve. La sezione fact-checking di Open, testata fondata dallo stesso Mentana, dichiara nella propria pagina sulla metodologia e sui finanziamenti che i contributi ricevuti da Facebook nell’ambito del Third-Party Fact-Checking Program hanno rappresentato più del 5% dei ricavi della sezione. Quindi mentre oggi Zuckerberg racconta che quel sistema aveva prodotto troppi errori, troppe etichette e troppa riduzione della distribuzione, in Italia qualcuno con quel sistema ci ha lavorato e ci ha guadagnato. Non c’è nulla di illegale: era un rapporto dichiarato. Ma è politicamente meraviglioso osservare oggi alcuni protagonisti prendere le distanze dal clima culturale nel quale quella macchina prosperava. Il fact-checker non cancellava materialmente il post: trasmetteva una valutazione a Meta, e Meta decideva le conseguenze. Ma per chi vedeva il proprio contenuto etichettato e depotenziato, la distinzione poteva essere decisamente meno poetica.

Non chiamatela censura se vi disturba, chiamatela amministrazione della visibilità

Per anni si è giocato sulle parole. “Non è censura perché il post è ancora online”. Certo. Anche un giornale può pubblicare una rettifica a pagina 47 e sostenere di avere dato spazio alla notizia. Nel mondo dei social la visibilità è il potere. Un contenuto che l’algoritmo mostra a cento persone invece che a centomila formalmente esiste, sostanzialmente è stato neutralizzato. Meta stessa oggi ammette di avere demotato contenuti sottoposti a fact-checking e di voler eliminare molte di quelle penalizzazioni. Chi vuole continuare a sostenere che il problema non sia mai esistito può discutere direttamente con Zuckerberg. Il processo statunitense contro Meta sul rapporto tra piattaforme e minori mostra inoltre un’altra contraddizione enorme: aziende che per anni pretendevano di educare il dibattito pubblico oggi devono rispondere delle conseguenze sociali prodotte dai propri stessi meccanismi di engagement.

Il woke americano arretra, quello europeo rischia di diventare procedura

Ed è qui che chi vive in Europa dovrebbe evitare di festeggiare troppo presto. Zuckerberg ha fatto retromarcia negli Stati Uniti. L’Unione Europea sta andando nella direzione opposta, istituzionalizzando la governance delle piattaforme attraverso il Digital Services Act. Il sistema europeo dei trusted flaggers riconosce soggetti specializzati le cui segnalazioni di contenuti ritenuti illegali devono essere trattate con priorità. Il funzionamento dei trusted flaggers nel DSA mostra che il potere formale di rimozione resta alla piattaforma, ma il circuito decisionale viene strutturato attraverso soggetti qualificati, coordinatori e procedure sovranazionali. Parallelamente il Codice europeo sulla disinformazione è stato integrato nel quadro del DSA. Oggi si parla di contenuti illegali, rischi sistemici e disinformazione. Domani il confine tra informazione falsa, opinione controversa e interpretazione politicamente sgradita sarà ancora più importante.

Il vero lascito woke non è la bandiera arcobaleno ma l’infrastruttura di controllo

Questa è la parte che molti non vogliono vedere. Il woke può perdere le campagne pubblicitarie. Può sparire dai documenti aziendali. Può smettere di essere conveniente per Google, Meta, Hollywood e Wall Street. Può arrivare perfino il momento in cui gli stessi protagonisti di ieri cominciano a prenderlo in giro. Ma l’infrastruttura costruita durante quella stagione rimane: sistemi di classificazione, algoritmi di moderazione, fact-checking, segnalatori qualificati, codici di condotta, ranking reputazionali, demonetizzazione e governance della visibilità. Anche la regolamentazione europea sui contenuti generati dall’intelligenza artificiale dimostra quanto velocemente il principio dell’etichettatura possa estendersi a nuovi ambiti.

Il problema quindi non è sapere se domani Netflix farà un altro personaggio nero partendo da un personaggio bianco, se una multinazionale rimetterà il logo arcobaleno a giugno o se un dirigente tornerà a pronunciare la parola diversity in una conference call. Il problema è capire chi avrà il potere di stabilire ciò che possiamo dire, quanto può circolare e quale etichetta deve accompagnarlo.

E soprattutto ricordarsi di chi quel sistema lo ha difeso, finanziato, utilizzato e trasformato in normalità.

Perché oggi sono tutti diventati improvvisamente liberali.

Domani magari diventeranno di nuovo censori.

Dipenderà dal mercato, dal governo e dall’algoritmo del momento.

Nel frattempo continuate pure a credere nel fact-checking

Iscriviti alla Newsletter

Non perdere le analisi settimanali: Entra nella Matrice Digitale.

Matrice Digitale partecipa al Programma Affiliazione Amazon EU. In qualità di Affiliato Amazon, ricevo un guadagno dagli acquisti idonei. Questo non influenza i prezzi per te.

Torna in alto