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Mario Draghi e Rhine Group: il cancro che vuole curare l’Europa

Ci sono primi ministri che, terminato il mandato, scelgono il circuito internazionale delle conferenze, delle consulenze e delle relazioni private. Tony Blair, Boris Johnson e, su scala italiana, Matteo Renzi rappresentano modelli diversi di una stessa trasformazione: il capitale politico accumulato durante gli incarichi pubblici diventa patrimonio relazionale spendibile una volta usciti dalle istituzioni. Mario Draghi sceglie una strada apparentemente diversa ma, per certi aspetti, persino più interessante. Non torna semplicemente a fare conferenze. Torna a fare ciò che ha accompagnato buona parte della sua carriera: costruire luoghi di raccordo tra capitale, istituzioni, finanza e politica economica. Il nuovo strumento si chiama Rhine Group, associazione fondata da Draghi insieme a Patrick Collison, fondatore e amministratore delegato di Stripe, con Luis Garicano nel ruolo di direttore esecutivo. La presentazione ufficiale è quella che ci si aspetterebbe: l’Europa rischia il declino, la produttività ristagna, il continente è in ritardo nelle tecnologie emergenti, gli Stati Uniti e la Cina corrono e bisogna trasformare le indicazioni del rapporto Draghi sulla competitività in azione politica. Il manifesto del gruppo sostiene che soltanto quattro delle cinquanta maggiori aziende tecnologiche mondiali sarebbero europee e che il modello di crescita del continente starebbe progressivamente esaurendosi. La lettura politica può però essere rovesciata. Se l’Europa ha oggi un problema strutturale di competitività, Mario Draghi non arriva da Marte per risolverlo. È stato per decenni uno dei protagonisti centrali dell’architettura economica europea dentro la quale quel problema si è formato. Dal Tesoro italiano alla Banca d’Italia, da Goldman Sachs alla Banca centrale europea, fino a Palazzo Chigi e al successivo incarico della Commissione europea sulla competitività, Draghi ha attraversato praticamente tutti i luoghi nei quali sono state disegnate le politiche economiche, monetarie e finanziarie del continente. La stessa Banca d’Italia ricorda che dal 1991 al 2001 fu direttore generale del Tesoro e che nel 1993 divenne presidente del Comitato per le privatizzazioni, prima di passare nel 2002 a Goldman Sachs International. È quindi quantomeno curioso che una parte del dibattito pubblico presenti il Rhine Group come l’arrivo dei soccorritori dopo il naufragio senza domandarsi quanti dei soccorritori fossero già sulla plancia quando la nave ha cominciato a prendere acqua.

Rhine Group nasce dal rapporto Draghi ma va molto oltre un think tank

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Il Rhine Group sostiene di voler trasformare “evidence into action”, cioè le evidenze in azione, partendo dall’impianto del rapporto sulla competitività consegnato da Draghi alla Commissione europea nel 2024. Il documento individuava investimenti insufficienti, frammentazione del mercato unico, ritardo tecnologico, costi energetici e difficoltà nel trasformare ricerca e risparmio europeo in capitale produttivo. È la stessa diagnosi che aveva già alimentato le critiche al rapporto Draghi sulla ricerca e sull’innovazione europea: molte delle soluzioni proposte arrivavano quando il divario industriale con Stati Uniti e Cina era ormai diventato strutturale. La differenza è che questa volta Draghi non si affida soltanto a un rapporto commissionato da Bruxelles. Costruisce una rete privata di persone che hanno accesso diretto al capitale, ai governi, ai regolatori, ai grandi media, ai mercati finanziari e alle maggiori aziende tecnologiche. Il Rhine Group dichiara di riunire leader provenienti da governo, università e impresa e di discutere le proprie proposte sulla base di documenti preparatori sotto Chatham House Rule. Significa che i partecipanti possono utilizzare le informazioni ricevute nelle riunioni, ma non attribuire pubblicamente dichiarazioni e posizioni ai singoli partecipanti. Ed è qui che la definizione innocua di think tank comincia a stare stretta. Perché un conto è riunire qualche professore universitario per produrre paper. Un altro è mettere allo stesso tavolo Mastercard, Stripe, Klarna, Shopify, Iliad, ION, BBVA, Société Générale, Morgan Stanley, General Atlantic, Atomico, ASML, APG, Celonis, Bending Spoons e tre figure apicali di Financial Times, The Economist e Le Monde.

Questa non è soltanto produzione di idee. È una infrastruttura relazionale privata che ambisce esplicitamente a orientare le politiche pubbliche europee.

I 54 nomi del Rhine Group raccontano quale Europa vuole costruire Draghi

La composizione è probabilmente la parte più importante dell’intera notizia perché permette di comprendere quali mondi abbiano scelto di partecipare alla nuova iniziativa. La pagina ufficiale del Rhine Group indica attualmente 54 membri, distribuiti tra impresa, finanza, università, regolazione, politica e informazione.

Draghi, Collison e Garicano: la cabina di regia

La guida è affidata innanzitutto a Mario Draghi, cofondatore e copresidente. Al suo fianco c’è Patrick Collison, cofondatore e CEO di Stripe, anch’egli cofondatore e copresidente del gruppo. Il terzo vertice è Luis Garicano, economista spagnolo della London School of Economics ed ex europarlamentare, nominato direttore esecutivo.

Collison è particolarmente importante perché consente di capire dove si sta spostando il baricentro della finanza tecnologica. Stripe non è più semplicemente una società che processa pagamenti online. Nel febbraio 2025 ha completato l’acquisizione di Bridge, infrastruttura dedicata alle stablecoin, e successivamente ha sviluppato strumenti che consentono alle imprese persino di emettere proprie stablecoin.

La direzione operativa è affiancata da Teresa Raigada, chief of staff proveniente da EsadeEcPol e London School of Economics, e Marta Garayoa, chief operating officer con una lunga esperienza in NTT DATA. Non sono indicate nella pagina dei membri, ma fanno parte della struttura organizzativa vera e propria del Rhine Group.

Finanza, fondi e banche: il capitale che siede al tavolo

Nel blocco finanziario compare innanzitutto Andrea Pignataro, fondatore e CEO di ION Group, impero del software e dei dati finanziari che sviluppa infrastrutture utilizzate da banche, asset manager e grandi corporation. Il suo profilo è emblematico: partenza come trader obbligazionario in Salomon Brothers, costruzione di ION e progressiva espansione nel cuore dell’infrastruttura finanziaria internazionale. Ci sono poi Alexis Kohler, executive vice president e chairman dell’investment banking di Société Générale; Annette Mosman, CEO di APG Group; Carlos Torres Vila, presidente di BBVA; Jörg Kukies, oggi managing director di Morgan Stanley dopo una lunga esperienza nella politica economica tedesca; Laurence Boone, responsabile del corporate and investment banking di Santander per Francia e Irlanda; e Michael Miebach, amministratore delegato di Mastercard. Il mondo dell’investimento è rappresentato anche da Jeannette zu Fürstenberg, presidente e managing director di General Catalyst; Niklas Zennström, fondatore di Skype e oggi CEO e founding partner di Atomico; Per Strömberg, professore specializzato in finanza e private equity alla Stockholm School of Economics; Leopold Aschenbrenner, fondatore e chief investment officer di Situational Awareness LP; Jesús Saa-Requejo, presidente della Fondation L’Ontano e membro del board di Vega Asset Management; e Vittorio Colao, oggi vice chairman EMEA di General Atlantic.

Colao merita un’attenzione particolare perché è uno dei punti di continuità più evidenti con l’esperienza di governo di Draghi. È stato ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale nel governo Draghi, con delega anche allo spazio, dopo essere stato amministratore delegato di Vodafone. La sua stessa biografia sul Rhine Group specifica che nel 2024 contribuì alla preparazione del rapporto Draghi sulla competitività.

Il punto politico è evidente: il rapporto produce l’agenda, alcuni dei protagonisti che hanno contribuito a quell’agenda entrano successivamente nell’organizzazione privata nata per promuoverne l’attuazione e il capitale finanziario viene portato direttamente dentro la stanza.

Bending Spoons, Klarna, Shopify e Iliad: l’Europa tecnologica scelta da Draghi

Il blocco tecnologico è altrettanto significativo. Luca Ferrari, cofondatore e CEO di Bending Spoons, rappresenta probabilmente il caso italiano più interessante. La società milanese è ormai quotata al Nasdaq con ticker BSP e ha costruito la propria crescita attraverso una sequenza impressionante di acquisizioni: Evernote, WeTransfer, Vimeo, Brightcove, AOL, Eventbrite e altre attività digitali, alle quali si è aggiunto il recente accordo per Airtable.

La stessa documentazione societaria descrive senza troppi giri di parole il modello: acquisire business digitali, realizzare “deep transformations”, riorganizzare i team, modificare tecnologia, interfacce, marketing e monetizzazione e reinvestire i risultati in ulteriori acquisizioni. I documenti depositati negli Stati Uniti mostrano inoltre che acquisizioni come AOL, Eventbrite e Vimeo sono state finanziate attraverso una combinazione di liquidità e finanziamenti in euro e dollari.

È esattamente qui che Bending Spoons diventa simbolica. Più che creare ogni volta una nuova tecnologia da zero, il modello consiste nel comprare portafogli di utenti, marchi, ricavi ricorrenti e servizi digitali già affermati, ristrutturarli e aumentarne la capacità di monetizzazione. Non è necessariamente un modello illegittimo: è un modello finanziario-industriale preciso. Ed è significativo che una delle società presentate come campioni della nuova tecnologia europea sia diventata tale soprattutto attraverso acquisizioni seriali di asset costruiti altrove. Accanto a Ferrari siedono Bastian Nominacher, cofondatore e co-CEO di Celonis; Sebastian Siemiatkowski, cofondatore e CEO di Klarna; Tobi Lütke, cofondatore, presidente e CEO di Shopify; e Xavier Niel, presidente e chief strategy officer di Iliad. Ci sono poi Hélène Huby, fondatrice e CEO di The Exploration Company, attiva nel settore spaziale; Gerd Chrzanowski, general partner dello Schwarz Group; Ilham Kadri, presidente del World Business Council for Sustainable Development; Matt Clifford, presidente dell’Advanced Research and Invention Agency britannica e cofondatore di Entrepreneurs First; e Cristina Garmendia, presidente della Cotec Foundation for Innovation. Particolarmente interessante è la presenza attorno ad ASML, azienda strategica per l’intera filiera occidentale dei semiconduttori. Nel Rhine Group siedono Bruno Le Maire, già ministro francese dell’Economia e oggi special advisor dell’executive board di ASML, e Karien van Gennip, componente del consiglio di sorveglianza della società. È un dettaglio che vale più di molte dichiarazioni sulla sovranità tecnologica. L’Europa che Draghi vuole rendere competitiva porta dentro il think tank uno dei pochi veri colli di bottiglia tecnologici continentali, proprio mentre la dipendenza europea da cloud, infrastrutture e tecnologia estera continua a mostrare quanto sia fragile parlare di autonomia senza possedere la filiera completa.

Economisti, università e regolatori: la cornice intellettuale

Intorno al capitale serve naturalmente una legittimazione economica e accademica. È qui che il Rhine Group diventa particolarmente robusto. Ci sono Alexandra Roulet di INSEAD e Alice Evans dello Stanford Institute for Economic Policy Research. Andreu Mas-Colell, professore emerito alla Universitat Pompeu Fabra, rappresenta una delle figure più note della teoria economica europea. Beatrice Weder di Mauro presiede il Centre for Economic Policy Research. Bengt Holmström, professore emerito al MIT, è premio Nobel per l’Economia. Per l’Italia siedono Francesco Decarolis e Francesco Giavazzi, entrambi legati alla Bocconi, oltre a Lucrezia Reichlin, oggi alla London Business School. Giavazzi è soprattutto uno dei nomi storicamente più vicini all’impostazione economica di Draghi e fu suo consigliere economico a Palazzo Chigi. Completano il blocco Jeromin Zettelmeyer, direttore di Bruegel; John Van Reenen della London School of Economics; Moritz Schularick, presidente del Kiel Institute for the World Economy; Nicolas Petit, professore di diritto della concorrenza allo European University Institute; Philippe Aghion, premio Nobel e professore al Collège de France; Pierre-Olivier Gourinchas, professore a Berkeley dopo l’esperienza come capo economista del Fondo monetario internazionale; Sir Tim Besley della London School of Economics; Ulrike Malmendier di Berkeley; e Xavier Jaravel, professore alla LSE e presidente del Conseil d’analyse économique francese. Il perimetro si allarga con Daniela Schwarzer, presidente designata della Hertie School; Robbert Dijkgraaf, presidente designato dell’International Science Council; e João Costa, direttore della European Agency for Special Needs and Inclusive Education.

È una concentrazione di capitale accademico impressionante. Ma pone anche una domanda: quando un think tank riunisce contemporaneamente chi produce la teoria economica, chi gestisce il capitale e chi vuole influenzare la normativa, dove finisce l’analisi e dove comincia la costruzione del consenso?

Politica, autorità e grandi media: la parte più delicata

Il Rhine Group comprende anche Benoît Cœuré, oggi presidente dell’Autorité de la concurrence francese ed ex membro dell’executive board della BCE, e Toomas Hendrik Ilves, presidente dell’Estonia dal 2006 al 2016. Lars-Hendrik Röller, già consigliere economico di Angela Merkel, è fondatore del Berlin Global Dialogue e professore alla ESMT Berlin. Ma la presenza forse più delicata è quella del mondo dell’informazione.

Nel gruppo siedono Louis Dreyfus, CEO e publisher del Groupe Le Monde; Roula Khalaf, editor del Financial Times; e Zanny Minton Beddoes, editor-in-chief dell’Economist.

Non giornalisti marginali, quindi. Tre figure al vertice di alcune delle organizzazioni editoriali che partecipano quotidianamente alla costruzione della percezione pubblica dell’economia europea, delle politiche di Bruxelles e dello stesso Mario Draghi.

Non significa automaticamente che esista un condizionamento editoriale. Significa però che il cortocircuito merita di essere osservato. Un’organizzazione privata nata per spingere una precisa agenda di riforma europea include contemporaneamente industriali, fondi, banchieri, economisti, ex ministri e vertici dell’informazione economica internazionale. Presentarla esclusivamente come un innocuo circolo di studiosi sarebbe quantomeno riduttivo.

Il dollaro digitale entra dalla porta principale con Stripe

Nel ragionamento iniziale su questa nuova rete europea emerge inevitabilmente il tema delle stablecoin e quindi di Tether, ma il collegamento con il Rhine Group deve essere letto attraverso Stripe. Tether non compare infatti formalmente nell’elenco dei membri; ciò che compare è Patrick Collison, cioè il fondatore di una società che sta trasformando le stablecoin in un’infrastruttura globale dei pagamenti. Stripe ha acquisito Bridge e ha sviluppato strumenti per consentire alle aziende di emettere e gestire proprie stablecoin. Nel 2026 ha inoltre annunciato l’estensione dell’accettazione di USDT e ulteriori servizi dedicati ai saldi in stablecoin. La traiettoria è evidente: il denaro digitale denominato in dollari sta uscendo dal recinto delle criptovalute per entrare nei normali circuiti commerciali. Ed è qui che il caso Tether torna estremamente utile per comprendere la contraddizione europea. MiCA stabilisce requisiti specifici per gli emittenti di asset-referenced token ed e-money token. Nel gennaio 2025 ESMA chiese ai fornitori europei di servizi crypto di adeguarsi rispetto alle stablecoin non conformi entro la fine del primo trimestre e la stessa autorità ha successivamente ricordato che USDT è stata rimossa dall’offerta di diversi importanti operatori per i clienti dello Spazio economico europeo.

Il problema non è soltanto regolatorio. È monetario.

USDT è ancorata al dollaro. Le stablecoin denominate in dollari rafforzano l’utilizzo internazionale della valuta statunitense proprio nel momento in cui l’Europa parla continuamente di autonomia strategica, euro digitale e sovranità monetaria. È un tema già evidente nella trasformazione delle stablecoin in infrastruttura finanziaria globale e nello scontro crescente tra nuovi circuiti digitali e sistema bancario tradizionale analizzato attraverso Stripe, Bitcoin e SWIFT.

Tether ha inoltre trasferito il proprio quartier generale in El Salvador, dove ha ottenuto le autorizzazioni locali come emittente di stablecoin e Digital Asset Service Provider. La società stessa ha descritto il trasferimento come una scelta strategica verso una giurisdizione favorevole agli asset digitali.

Il paradosso diventa quindi interessante: un think tank che vuole salvare la competitività e l’autonomia dell’Europa è copresieduto dall’uomo che guida una delle aziende più aggressive nella costruzione dell’infrastruttura globale delle stablecoin, un settore oggi dominato dal dollaro.

La domanda non è se questo sia illegittimo. La domanda è quale sovranità europea possa realmente emergere da una strategia nella quale l’infrastruttura monetaria privata continua a parlare prevalentemente americano.

Draghi vuole salvare un’Europa costruita anche dalla sua generazione

È qui che il racconto celebrativo sul Rhine Group mostra il suo limite più evidente. Mario Draghi viene nuovamente presentato come l’uomo chiamato a spiegare all’Europa come evitare il declino. Ma la traiettoria economica europea degli ultimi trent’anni non può essere separata dalle élite tecnocratiche, finanziarie e politiche delle quali Draghi è stato uno dei massimi rappresentanti.

Direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001. Presidente del Comitato per le privatizzazioni dal 1993. Vice chairman e managing director di Goldman Sachs International dal 2002 al 2005. Governatore della Banca d’Italia. Presidente della BCE. Presidente del Consiglio. Autore del rapporto europeo sulla competitività. Oggi cofondatore di un’organizzazione privata che vuole trasformare quel rapporto in agenda politica.

Il curriculum ufficiale non ha bisogno di interpretazioni fantasiose. È la fotografia di una continuità straordinaria tra Stato, finanza, banche centrali, istituzioni europee e oggi lobbying intellettuale e industriale.

Proprio per questo il problema non è l’età di Mario Draghi né il suo diritto a promuovere iniziative private. Il problema è la costruzione di una narrazione secondo cui le stesse élite che hanno governato per decenni l’economia europea possano ripresentarsi ciclicamente come soggetti esterni chiamati a ripararla.

L’Europa oggi non controlla pienamente il cloud, dipende dall’estero per componenti fondamentali dell’intelligenza artificiale, dispone di pochi campioni tecnologici globali, soffre costi energetici superiori a molti concorrenti e fatica a trasformare il proprio enorme risparmio in capitale industriale innovativo. Anche sul fronte dell’AI, la contraddizione tra capacità normativa e capacità produttiva è diventata evidente: Bruxelles può regolamentare l’intelligenza artificiale, ma una norma non produce GPU, data center o piattaforme globali.

Draghi individua correttamente molti di questi problemi. La domanda politicamente più scomoda è un’altra: perché dovremmo separare completamente la diagnosi del 2026 dalle scelte economiche compiute dalle classi dirigenti europee nei trent’anni precedenti?

Rhine Group è già una lobby anche senza chiamarsi lobby

La parola lobby in Europa continua ad avere una connotazione quasi clandestina, come se fare pressione sui decisori fosse necessariamente qualcosa da svolgere negli scantinati. In realtà le lobby moderne funzionano soprattutto producendo agenda, reputazione, linguaggio, paper, consenso accademico, relazioni personali e accesso privilegiato ai decisori.

Il Rhine Group possiede praticamente tutti questi elementi.

Ha Mario Draghi per la legittimazione istituzionale. Patrick Collison per la tecnologia finanziaria. Economisti di primo piano per la legittimazione scientifica. Banche e fondi per il capitale. Imprenditori per la rappresentazione industriale. Ex ministri e presidenti per il collegamento politico. Regolatori per la conoscenza delle istituzioni. Financial Times, Economist e Le Monde per il contatto diretto con il mondo che costruisce quotidianamente il discorso pubblico europeo.

Chiamarlo think tank non cambia la sostanza politica del meccanismo.

Il Rhine Group può certamente produrre idee utili. Alcune potranno persino essere indispensabili. Ma proprio perché la sua capacità di influenza sarà elevatissima, dovrebbe essere osservato con maggiore attenzione e non con minore attenzione. Perché se il futuro dell’Europa viene discusso in una stanza privata tra gli uomini che controllano capitali, pagamenti, telecomunicazioni, semiconduttori, software, fondi, università e grandi giornali, la prima domanda democratica non dovrebbe essere quanto siano prestigiosi i partecipanti. Dovrebbe essere chi non è stato invitato. E forse è proprio questa la fotografia più fedele del nuovo progetto di Mario Draghi: non il ritorno dell’uomo della provvidenza europea, ma il ritorno dell’uomo che conosce perfettamente il funzionamento delle élite economiche occidentali perché ne attraversa da oltre trent’anni praticamente ogni stanza.

Il declino europeo, come sostiene il manifesto del Rhine Group, non è inevitabile.

Ma prima di affidare ancora una volta la cura agli stessi ambienti che hanno accompagnato il paziente durante tutta la malattia, sarebbe almeno opportuno leggere i nomi scritti sulla porta dello studio medico.

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