🛡️ Key findings
- Mykhailo Fedorov entra ufficialmente nel perimetro della Difesa italiana: il 28 agosto Guido Crosetto lo nomina Advisor per l’Innovazione della Difesa su droni, sistemi unmanned, difesa aerea ed ecosistema tecnologico, ma nei documenti pubblici resta da chiarire il perimetro operativo dell’incarico.
- Fedorov continua contemporaneamente a muoversi nell’industria defence-tech ucraina: pochi giorni dopo la nomina italiana annuncia dagli Stati Uniti un nuovo fondo destinato a robotica da campo, droni intercettori e missili basati sull’intelligenza artificiale. Non prova un conflitto d’interessi, ma rende necessarie regole precise su incompatibilità, accessi e rapporti industriali.
- Fire Point è dentro un procedimento NABU sugli appalti dei sistemi unmanned: gli investigatori stanno verificando contratti e possibili sovrapprezzi, ma alla documentazione disponibile nel 2026 fondatori e dirigenti della società non risultavano formalmente indagati. Il fascicolo esiste, la colpevolezza non è accertata.
- I 55 mila dollari dell’FP-1 non dimostrano da soli una truffa: non risulta provato che un drone dal costo reale di 5 mila dollari sia stato sistematicamente rivenduto allo Stato a dieci volte tanto, né che Fedorov abbia destinato il 60% del budget ucraino dei droni a Fire Point. Sono tesi che non possono essere presentate come conclusioni investigative.
- Tymur Mindich rappresenta il collegamento politico più delicato: le intercettazioni emerse nel filone Midas lo mostrano interessato alle vicende di Fire Point e il cofondatore Denys Shtilerman ha ammesso una lunga trattativa per cedergli il 50% della società. Non è però dimostrato che Mindich ne sia stato il proprietario occulto.
- Serhii Sternenko è stato scelto direttamente da Fedorov come consigliere per i droni: la nomina del gennaio 2026 mostra quanto l’ecosistema ucraino degli UAV mescoli ministero, startup, fundraiser, volontari e unità operative. È proprio questa velocità che interessa all’Italia, ma è anche la zona nella quale procurement e relazioni private richiedono maggiori controlli.
- Leonardo non è uno spettatore della partita ucraina: Leonardo Ukraine porta il gruppo direttamente nel mercato tecnologico e militare di Kiev, mentre Michelangelo Dome sarà testato sul teatro ucraino e il gruppo stima opportunità per decine di miliardi nel prossimo decennio. Sono gli stessi domini sui quali Fedorov viene chiamato a consigliare Crosetto.
- Il vero nodo dell’inchiesta non è la nazionalità di Fedorov, ma la governance dell’incarico: servono trasparenza sulla lettera di consulenza, durata, gratuità, accesso ai dati, security clearance, incompatibilità e incontri con l’industria. In una Difesa che considera il dato un asset strategico, la fiducia verso un advisor esterno non può sostituire le procedure.
Il 28 agosto 2026 Guido Crosetto ha ufficializzato l’ingresso di Mykhailo Fedorov nel proprio perimetro di consulenza, nominandolo Advisor per l’Innovazione della Difesa. Non è un retroscena, non è un’indiscrezione e non è più nemmeno la proposta informale anticipata durante l’estate: è il ministero della Difesa italiano a mettere nero su bianco che l’ex ministro ucraino dovrà confrontarsi con Roma su droni, sistemi unmanned, difesa aerea ed ecosistema tecnologico, con l’obiettivo dichiarato di trasformare più rapidamente sperimentazione e innovazione in capacità operative e produzione nazionale. Nel comunicato ufficiale del ministero della Difesa Crosetto presenta Fedorov come l’uomo capace di trasferire all’Italia una parte dell’esperienza maturata dall’Ucraina nella guerra tecnologica. È una scelta comprensibile sul piano militare. Ma proprio perché comprensibile, e potenzialmente molto importante, non può essere trattata come una consulenza qualsiasi. Tre giorni dopo, il 31 agosto, Fedorov rende ancora più interessante l’incarico italiano. Da Washington annuncia che la sua squadra sta lavorando alla creazione di un nuovo fondo di investimento nelle tecnologie della difesa che non dovrebbe limitarsi a finanziare aziende ucraine esistenti, ma dovrebbe contribuire direttamente alla nascita di nuove società. I primi tre settori indicati sono robotizzazione del campo di battaglia, droni intercettori a reazione e missili economici basati sull’intelligenza artificiale. Sul proprio canale Telegram ufficiale Fedorov dice contemporaneamente due cose: aiuterà l’Italia a sviluppare le tecnologie della guerra moderna e continuerà a lavorare in Ucraina per attrarre risorse internazionali nella defence tech. Non è la prova di un conflitto d’interessi. È la prova che il problema del conflitto d’interessi esiste e deve essere regolato prima che possa manifestarsi, perché lo stesso soggetto si trova potenzialmente a conoscere esigenze italiane e, parallelamente, a costruire un ecosistema industriale e finanziario ucraino interessato proprio alle tecnologie che Roma vuole acquistare, sviluppare o coprodurre.
Cosa leggere
Crosetto sostiene che la guerra contemporanea richieda velocità.
Ha ragione.
La velocità, però, è una capacità militare. La trasparenza è una capacità dello Stato.
E quando un ministero decide chi può entrare nella stanza dove si prepara la guerra del futuro, la fiducia non può essere un atto di fede.
Deve essere un fascicolo.
La questione diventa ancora più delicata se l’incarico viene collocato dentro la trasformazione che Crosetto sta imponendo alla Difesa italiana. La Strategia Digitale della Difesa 2026-2030 parla esplicitamente di sovranità tecnologica, riduzione delle dipendenze critiche, valorizzazione del dato e collaborazione più stretta tra Forze armate, industria, università e ricerca. È lo stesso percorso che Matrice Digitale ha già ricostruito nel dossier su Crosetto, guerra cyber e sovranità tecnologica, mostrando come il ministero stia spostando il proprio baricentro verso una struttura data-driven, multidominio e molto più integrata con l’industria strategica. Il documento della Difesa non parla quindi di un semplice aggiornamento informatico: parla del dato come patrimonio strategico e della rapidità decisionale come capacità militare. In un sistema del genere sapere a quali informazioni può accedere un advisor esterno, chi incontra e su quali programmi può esprimere valutazioni non è burocrazia. È sicurezza nazionale.
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La nomina di Fedorov e il documento italiano che ancora manca
Il comunicato di Crosetto è molto chiaro su ciò che l’Italia vuole ottenere da Fedorov e molto meno chiaro su come quell’attività verrà amministrativamente disciplinata. Il ministro parla di consulenza, di scambio di esperienze e di produzione nazionale, ma nel materiale pubblico consultabile non compare la lettera d’incarico con durata, competenze, eventuali incompatibilità, obblighi di riservatezza, procedure di astensione e disciplina dei rapporti con aziende italiane e straniere. Nemmeno la formula economica dell’incarico risolve la questione: lo staff di Fedorov lo ha descritto alla stampa come un rapporto pro bono e ha precisato che l’ex ministro continuerà a lavorare prevalentemente da Kiev, ma gratuito non significa privo di interessi e soprattutto non significa privo di accesso. Un consulente può non ricevere un euro dal ministero e contemporaneamente trovarsi in una posizione informativamente preziosissima.
È proprio il ministero, del resto, a spiegare perché l’incarico abbia un peso superiore a quello di una collaborazione accademica. Crosetto vuole imparare dall’Ucraina a trasformare rapidamente la sperimentazione in soluzioni operative utilizzabili su larga scala e ad accelerare sviluppo e produzione nazionale. Fedorov risponde pubblicamente che utilizzerà l’esperienza ucraina per aiutare l’Italia a sviluppare tecnologie moderne di guerra, migliorare il settore della difesa e adattarsi ai nuovi scenari. Non si parla quindi di un seminario sui droni. Si parla di processi industriali, capacità operative, sistemi autonomi e difesa aerea, cioè precisamente delle aree sulle quali aziende italiane e ucraine stanno costruendo prodotti, partnership, investimenti e futuri contratti.
La domanda da rivolgere alla Difesa è quindi elementare: qual è il perimetro dell’advisor? Può partecipare a riunioni in cui vengono presentate esigenze capacitive delle Forze armate? Può conoscere programmi non classificati ma commercialmente sensibili? Avrà interlocuzioni con Segredifesa, Stato maggiore, Direzione nazionale degli armamenti o aziende partecipate? Potrà segnalare tecnologie e produttori ucraini? Quale procedura scatterebbe se una società sostenuta dal nuovo fondo defence-tech di Fedorov volesse vendere un sistema all’Italia? E ancora: esiste una clausola che imponga di dichiarare investimenti, partecipazioni, advisory, rapporti professionali e interessi economici futuri? Non si tratta di insinuare una condotta illecita. Si tratta esattamente di evitare che una condotta perfettamente lecita si trasformi domani in un problema istituzionale.
Chi è davvero Mykhailo Fedorov
Ridurre Fedorov al soprannome di “re dei droni” sarebbe un errore. Nato nel 1991, è stato uno dei protagonisti della trasformazione digitale costruita intorno alla presidenza di Volodymyr Zelensky: ha guidato la componente digitale della campagna presidenziale del 2019, è diventato ministro della Trasformazione digitale e ha legato il proprio nome a Diia, alla digitalizzazione dei servizi pubblici, a UNITED24, ad Army of Drones e successivamente al cluster Brave1. Il passaggio dalla pubblica amministrazione digitale alla guerra digitale non avviene improvvisamente nel 2022. È la conseguenza di una stessa impostazione: ridurre i tempi tra esigenza, piattaforma, dati e risultato operativo. Quando il conflitto trasforma i droni commerciali in armi, Fedorov applica alla Difesa la mentalità della startup. Il 14 gennaio 2026 la Verkhovna Rada lo nomina formalmente ministro della Difesa. L’atto è pubblico e porta il numero 4756-IX. La sua permanenza è breve: il 16 luglio 2026, nell’ambito della formazione del nuovo governo, la Rada approva la risoluzione 4942-IX e lo rimuove dall’incarico. È importante correggere anche qui una semplificazione che rischia di deformare l’inchiesta: Fedorov non risulta cacciato perché formalmente accusato nel fascicolo Fire Point. Non esiste un atto che permetta di scriverlo. La sua uscita è politica e avviene dentro un rimpasto più ampio. Questo non rende irrilevanti le controversie che circondano l’ecosistema degli appalti militari ucraini; significa semplicemente che non possono essere trasformate retroattivamente nella causa giudiziaria della sua rimozione. Ed è proprio Fedorov, una volta fuori dal governo, a rivendicare l’entità della trasformazione realizzata. Nel bilancio pubblicato sul proprio Telegram sostiene di avere accelerato gli acquisti di droni, introdotto nuovi meccanismi di procurement, finanziato produttori di esplosivi e missili, sviluppato intercettori, aperto il programma Drone Deal, costruito il Defense AI Center A1 e impostato una progressiva robotizzazione del fronte. La direzione è coerente con ciò che l’Ucraina sta facendo sul terreno, dove l’obiettivo di decine di migliaia di robot terrestri mostra che l’unmanned non è più un accessorio tattico ma una dottrina. Fedorov scrive apertamente che dove oggi opera un essere umano domani dovrebbero operare sensori, torrette automatizzate, sistemi terrestri e droni. È questa competenza che interessa a Crosetto. Ed è proprio questa competenza che porta con sé una rete di produttori, procurement, investitori, volontari e piattaforme sviluppata dentro una guerra reale.
Dal ministero al nuovo fondo defence-tech
Il nuovo fondo annunciato a Washington è il dettaglio che cambia la prospettiva italiana. Fedorov non sta andando in pensione, non entra in un’università e non sembra destinato a vivere della sola consulenza a Crosetto. Sta costruendo una nuova fase professionale e politica nella quale capitale internazionale e industria militare ucraina dovrebbero incontrarsi direttamente. Dice di voler parlare con venture fund, imprenditori, aziende tecnologiche ed esperti e specifica che la futura struttura potrà perfino creare nuove società intorno alle tecnologie considerate necessarie al fronte. È perfettamente possibile che questa attività finisca per essere utile anche all’Italia. Anzi, è probabilmente uno dei motivi per cui Crosetto considera Fedorov prezioso: avere accesso diretto a chi conosce tecnologie che vengono testate ogni giorno contro un avversario reale vale più di cento convegni sull’innovazione militare. Ma l’utilità non annulla il problema di governance. Lo aumenta. Più è efficace l’advisor, più relazioni possiede; più relazioni possiede, più diventa necessario sapere quando parla come consulente del ministro italiano, quando come promotore dell’industria ucraina e quando come futuro interlocutore di investitori privati.
Fire Point: il campione dei droni dentro un fascicolo NABU
Dentro questa rete c’è Fire Point, società ucraina diventata rapidamente uno dei nomi più importanti della capacità deep-strike di Kiev. Produce i droni FP-1 e FP-2 e il missile da crociera FP-5 Flamingo. Secondo la ricostruzione dettagliata del servizio pubblico ucraino Suspilne, Fire Point ha ottenuto tra febbraio e novembre 2024 19 contratti per FP-1 per quasi 20 miliardi di grivnie. Il suo cofondatore e progettista Denys Shtilerman racconta un’azienda nata dalla necessità di costruire un drone a lungo raggio sufficientemente economico da poter essere prodotto in quantità. Il risultato operativo non è una fantasia: le forze ucraine utilizzano realmente quei sistemi e le fonti militari ascoltate da Suspilne ne riconoscono l’efficacia. Ma Fire Point compare anche in un procedimento del National Anti-Corruption Bureau of Ukraine. Il fascicolo numero 52025000000000048, aperto il 3 febbraio 2025, riguarda l’ipotesi che funzionari pubblici e produttori di sistemi unmanned possano avere artificiosamente gonfiato alcuni costi nelle forniture statali. L’indagine coinvolge sei aziende e comprende la verifica dei contratti di Fire Point sottoscritti tra agosto 2023 e novembre 2024. Nei documenti esaminati da Suspilne compare una stima investigativa secondo cui, utilizzando una comparazione sui prezzi dei motori, lo Stato avrebbe potuto pagare 7,3 miliardi di grivnie in più. Fire Point contesta il metodo di comparazione, sostenendo che volumi, condizioni di pagamento, intermediari e tempi di consegna rendano improprio confrontare direttamente i prezzi. È una contestazione sostanziale che dovrà essere valutata dagli inquirenti, non dai titoli dei giornali. Soprattutto, esiste un dato che deve essere riportato con la stessa evidenza dell’inchiesta: in una risposta del NABU resa pubblica nel maggio 2026, dirigenti e fondatori di Fire Point non risultavano destinatari di comunicazioni di sospetto e la società non risultava iscritta come persona giuridica contro cui applicare misure penali. Questo significa che il fascicolo esiste e che i contratti vengono verificati; non significa che Fire Point sia stata dichiarata colpevole. Ma vale anche l’inverso: l’assenza, a quella data, di un’accusa formale non equivale alla chiusura o all’assoluzione rispetto a un procedimento ancora in corso. È precisamente la distinzione necessaria per trattare il dossier senza trasformare un’indagine in propaganda, in un senso o nell’altro.
I 55 mila dollari non sono da soli la prova di una truffa
In alcuni circuiti il caso è stato semplificato con una formula perfetta per i social: un drone che costerebbe circa 5 mila dollari sarebbe stato venduto allo Stato per circa 55 mila. Questa equivalenza non emerge come conclusione del NABU. La cifra intorno ai 55-60 mila dollari per un FP-1 viene indicata anche nelle ricostruzioni sulla società, ma il passaggio secondo cui il costo reale sarebbe necessariamente un decimo e la differenza rappresenterebbe automaticamente appropriazione indebita richiede prove che oggi non sono disponibili negli atti pubblici consultati. Componentistica, payload, navigazione, comunicazioni, produzione, integrazione, test, logistica e margine industriale sono parte del costo di un sistema d’arma. È dunque possibile indagare su un eventuale overpricing senza inventare un ricarico già giudiziariamente accertato. Lo stesso vale per la tesi secondo cui Fedorov avrebbe dirottato il 60% del bilancio ucraino destinato ai droni su Fire Point. Il dossier allegato ricostruisce correttamente come questa percentuale circoli soprattutto attraverso dichiarazioni politiche e commentatori e non costituisca un risultato formalizzato dal NABU. Trasformarla in fatto significherebbe fare il lavoro che gli investigatori non hanno ancora concluso. L’inchiesta giornalistica può e deve mostrare l’opacità, ma non ha bisogno di falsificare il grado di certezza per essere dura. Il problema già documentato è sufficiente: un produttore diventato strategico in pochissimo tempo ha ricevuto commesse miliardarie ed è finito nel perimetro di un procedimento che esamina possibili sovrapprezzi.
Tymur Mindich e il punto in cui Fire Point diventa un problema politico
Il dossier cambia natura quando entra Tymur Mindich, storico socio di Kvartal 95 e uomo vicino a Zelensky, già coinvolto nel grande filone anticorruzione denominato Midas. Le registrazioni attribuite all’indagine NABU e pubblicate nel 2026 mostrano Mindich discutere di questioni riguardanti Fire Point con l’allora ministro della Difesa Rustem Umerov. Ukrainska Pravda ha pubblicato parte del materiale, mentre Suspilne ha ricostruito conversazioni nelle quali Mindich appare interessato ai problemi dell’azienda e parla direttamente con Shtilerman. Tutto questo rende plausibile l’esistenza di un rapporto significativo. Non dimostra automaticamente che Mindich fosse il proprietario occulto di Fire Point. La stessa versione resa pubblica dai vertici della società introduce però un elemento ancora più interessante. Shtilerman ha dichiarato davanti alla commissione parlamentare che Mindich voleva acquistare il 50% di Fire Point e che la trattativa non è mai arrivata a conclusione. A maggio ha parlato di un’offerta finale vicina al miliardo di dollari, respinta. Il dato non certifica la proprietà nascosta; certifica, nella versione del principale azionista ufficiale, che tra Mindich e Fire Point esistette una negoziazione per consegnargli metà della società. È qui che bisogna essere molto precisi anche su Fedorov. Non esiste un atto pubblico che lo indichi come proprietario di Fire Point, beneficiario delle sue commesse o complice di Mindich nel controllo della società. Costruire quella catena come un fatto significherebbe saltare diversi passaggi probatori. Ma non significa che Fedorov sia estraneo al contesto politico-industriale nel quale Fire Point è cresciuta. Per anni ha gestito la trasformazione digitale ucraina, ha costruito Army of Drones e Brave1, ha avuto responsabilità governative durante la grande accelerazione del procurement unmanned e, infine, è diventato ministro della Difesa. Oggi porta proprio quel modello in Italia. La domanda seria non è quindi “Fedorov possiede Fire Point?”, alla quale le fonti disponibili non permettono di rispondere affermativamente. La domanda è: quali procedure impediranno che il consulente di Crosetto possa influenzare, anche soltanto reputazionalmente, la scelta di aziende provenienti da un ecosistema che conosce, ha contribuito a costruire e nel quale continua a muoversi?
Sternenko: il consigliere che Fedorov scelse per i droni
Il 22 gennaio 2026, appena otto giorni dopo essere diventato ministro della Difesa, Fedorov nomina Serhii Sternenko proprio consigliere per migliorare l’impiego dei droni al fronte. Questa volta non ci sono ricostruzioni da interpretare: lo annuncia direttamente il ministero della Difesa ucraino. Sternenko è un attivista e fundraiser di Odessa, molto popolare in una parte della società ucraina e altrettanto divisivo per il proprio passato politico e giudiziario. Ha costruito una rete enorme di raccolta fondi per acquistare FPV e sistemi destinati alle unità combattenti. Fedorov lo sceglie perché considera quella capacità di collegare dati dal fronte, reparti e forniture uno strumento utile per aumentare l’efficienza della guerra unmanned. Definirlo automaticamente un “assassino neonazista” come se fosse una qualifica giudiziaria definitiva significa prendere una controversia politica e trasformarla in sentenza. Cancellare invece Sternenko dalla biografia operativa di Fedorov sarebbe altrettanto scorretto. È stato scelto formalmente dal ministro e messo dentro la catena di consulenza sui droni. La sua nomina racconta soprattutto il metodo Fedorov: la tecnologia militare non viene sviluppata soltanto attraverso ministero, Stato maggiore e grandi contractor, ma attraverso una struttura porosa nella quale entrano startup, fundraiser, volontari, unità operative, creator, donatori e aziende.
Ed è esattamente questo modello che l’Italia vuole studiare. La sua forza è la velocità; il suo rischio è la porosità. Le democrazie occidentali hanno costruito sistemi di procurement lenti anche perché appalti militari, informazioni riservate, interessi industriali e responsabilità pubbliche richiedono controlli. L’Ucraina, in una guerra di sopravvivenza, ha dovuto comprimere quei tempi. Importare la capacità di innovare rapidamente può essere intelligente. Importare automaticamente anche le zone grigie sarebbe molto meno intelligente.
Leonardo Ukraine: Roma è già dentro il mercato ucraino
L’Italia non osserva questo ecosistema dalla tribuna. Leonardo è già entrata direttamente in Ucraina. Matrice Digitale ha documentato la costituzione di Leonardo Ukraine, società destinata a operare su ricerca e sviluppo in comunicazioni, navigazione, software, elettronica e tecnologie ottiche. L’arrivo industriale precede di pochi giorni l’ufficializzazione dell’incarico a Fedorov e conferma che l’interesse italiano per il laboratorio ucraino non è semplicemente diplomatico. È un interesse tecnologico, militare e industriale. Il punto più pesante emerge dagli stessi documenti di Leonardo. Durante la presentazione del Piano industriale 2026-2030, Roberto Cingolani ha spiegato che il primo componente del Michelangelo Dome destinato all’Ucraina è in costruzione e che il primo test in ambiente reale avverrà proprio sul teatro ucraino. La roadmap prevede inoltre prove collegate al programma ucraino e successivamente trial NATO. Leonardo stima che Michelangelo Dome possa aprire circa 21 miliardi di euro di opportunità di business nel prossimo decennio. Non è una cifra costruita da un analista esterno: è l’ordine di grandezza indicato dal gruppo ai mercati. Il sistema combina elettronica, cyber, unmanned, piattaforme aeree, artiglieria, HPC, intelligenza artificiale e sistemi spaziali. In altre parole, esattamente i domini sui quali Crosetto chiede consiglio a Fedorov. Qui l’inchiesta non deve inventare un accordo segreto tra Fedorov e Leonardo. Non esiste una prova pubblica di quell’accordo. Deve però notare che i due movimenti procedono dentro lo stesso mercato: l’Italia apre un presidio industriale a Kiev, Leonardo utilizza l’Ucraina per testare una componente centrale della propria strategia multidominio e il ministro italiano sceglie come advisor l’uomo che ha governato una parte sostanziale dell’ecosistema defence-tech ucraino. A questo si aggiunge la biografia di Crosetto, che prima di entrare al ministero ha presieduto dal 2014 AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza. Non è una contestazione. È il motivo per cui il ministro conosce perfettamente la differenza tra consulenza tecnica e mercato della difesa.
La guerra dei droni è diventata politica industriale
L’Ucraina ha costruito in quattro anni una cosa che l’Europa non possedeva: un ciclo di innovazione militare quasi continuo tra fronte e fabbrica. Un reparto segnala un problema, la soluzione viene sviluppata, testata contro guerra elettronica reale, modificata e rimessa sul campo. Prodotti che in un normale programma occidentale richiederebbero anni possono cambiare in settimane. È questa la vera tecnologia che Crosetto vuole importare: non un singolo drone, ma il processo che consente di produrre rapidamente il drone successivo. Matrice Digitale aveva già descritto questo passaggio nell’analisi sull’Ucraina come laboratorio che Crosetto vuole portare in Italia. Oggi però l’operazione ha fatto un passo ulteriore. L’advisor non è più una suggestione e Leonardo non è più soltanto un possibile partner europeo. Fedorov è stato nominato, Leonardo Ukraine esiste e Michelangelo Dome verrà provato sul terreno ucraino. La guerra dei droni è diventata politica industriale italiana. Il paradosso è che la stessa Strategia Digitale della Difesa italiana rivendica sovranità tecnologica e riduzione delle dipendenze critiche. Il tema attraversa anche la partita più ampia sulla trasformazione dell’ACN e sul ritorno delle capacità operative cyber verso la Difesa. Se Roma vuole realmente costruire autonomia deve certamente imparare da chi possiede tecnologie migliori, ma deve farlo conservando proprietà del dato, controllo delle architetture, libertà di procurement e capacità di cambiare fornitore. Sostituire una dipendenza americana con una dipendenza ucraina o con un nuovo circuito industriale transnazionale non sarebbe sovranità. Sarebbe soltanto una dipendenza più moderna e probabilmente meglio armata.
Il problema non è che Fedorov sia ucraino
È importante dirlo perché altrimenti l’intera questione rischia di essere letta nella maniera più stupida possibile. Il problema non è la nazionalità di Fedorov. L’Italia utilizza da sempre competenze straniere, collabora con alleati, partecipa a programmi NATO e integra tecnologie sviluppate in altri Paesi. In un conflitto nel quale l’Ucraina ha accumulato un’esperienza incomparabile su droni, guerra elettronica e sistemi autonomi, sarebbe persino irresponsabile non studiarla. Il problema è istituzionale. Un ex ministro straniero, appena uscito da un governo in guerra, continua a operare attivamente nella raccolta di capitali per il proprio ecosistema militare e contemporaneamente diventa advisor personale del ministro della Difesa italiano. Più è competente, più servono regole. Più è connesso, più servono incompatibilità. Più informazioni può fornire, più bisogna sapere quali informazioni italiane può ricevere in cambio. Questo principio varrebbe identicamente se l’advisor arrivasse dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Germania o da Israele.
L’accesso al dato è il vero confine
La questione più sensibile non riguarda nemmeno il segreto militare nel senso cinematografico del termine. Non c’è alcun elemento pubblico per sostenere che Crosetto abbia consegnato a Fedorov “i segreti dell’Esercito italiano”. Un advisor esterno non ottiene automaticamente accesso alle informazioni classificate. Se dovesse riceverlo, scatterebbero procedure e autorizzazioni specifiche che andrebbero documentate. Ma nel 2026 la parte più preziosa di un programma militare spesso non è classificata in senso tradizionale. Può essere una roadmap capacitiva, un requisito operativo, un limite individuato durante un test, un budget previsto, una preferenza tecnologica, una tempistica di procurement o la conoscenza anticipata di quali sistemi il Paese sta cercando. Sono informazioni che possono avere enorme valore industriale anche senza essere coperte dal massimo livello di segretezza. La stessa Difesa italiana considera ormai il dato un asset strategico e sta costruendo un modello organizzativo fondato sulla sua gestione. È quindi sorprendente che l’opinione pubblica conosca il nome dell’advisor ma non ancora, almeno nei documenti pubblicamente disponibili, il dettaglio del suo perimetro informativo.
Cosa è provato e cosa resta una tesi
A questo punto le carte consentono di tracciare una linea abbastanza netta. È provato che Crosetto abbia scelto Fedorov come Advisor per l’Innovazione della Difesa e che i temi siano droni, unmanned, difesa aerea ed ecosistema tecnologico. È provato che Fedorov sia stato ministro della Difesa ucraino dal gennaio al luglio 2026. È provato che, pochi giorni dopo l’ufficializzazione dell’incarico italiano, abbia annunciato la costruzione di un fondo defence-tech rivolto a robotica, intercettori e missili AI. È provato che abbia nominato Sternenko proprio consulente per i droni quando guidava il ministero ucraino. È altrettanto documentato che Fire Point compaia in un procedimento NABU relativo agli appalti di sistemi unmanned, che i suoi contratti siano sottoposti a verifica e che gli investigatori abbiano formulato ipotesi su possibili sovrapprezzi. È però documentato anche che, alla verifica resa pubblica nel maggio 2026, fondatori e dirigenti non risultavano formalmente sospettati e la società non risultava destinataria di misure penali come persona giuridica. È documentato che Mindich abbia discusso di Fire Point nelle conversazioni emerse dal caso Midas e che Shtilerman abbia riconosciuto una lunga trattativa per vendergli il 50% dell’azienda. Non è invece provato che Mindich ne sia stato il proprietario occulto. Non è provato che Fedorov abbia deviato il 60% del bilancio droni verso Fire Point. Non è provato che il prezzo dell’FP-1 dimostri da solo una truffa da dieci volte il costo reale. Non è provato che Fedorov abbia consegnato appalti a Mindich né che Crosetto gli abbia dato accesso a materiale classificato. Scrivere queste affermazioni come fatti renderebbe l’inchiesta più rumorosa e molto più debole. Quello che invece non necessita di alcuna forzatura è il nodo istituzionale: l’Italia ha nominato advisor un uomo che continua a essere attivo dentro l’ecosistema economico, politico e industriale sul quale è stato chiamato a fornire consulenza. In qualsiasi struttura seria questo non produce automaticamente una squalifica. Produce disclosure, regole di astensione e procedure. È qui che Palazzo Baracchini deve rispondere.
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La consulenza di Fedorov non può essere un atto di fede
La domanda finale non riguarda quindi se Mykhailo Fedorov sia bravo. Probabilmente è esattamente la sua capacità di trasformare la tecnologia in prodotto militare, e il prodotto militare in capacità dispiegata sul fronte, ad aver convinto Crosetto. L’Ucraina ha anticipato trasformazioni che molti eserciti occidentali stanno ancora studiando: sciami di droni, robot terrestri, sistemi autonomi, intelligenza artificiale applicata al targeting, procurement accelerato e collegamento quasi diretto tra startup e combattenti. Per un ministro italiano ignorare quella esperienza sarebbe miope. La questione è l’opposto: se Fedorov è davvero così importante, perché l’incarico dovrebbe essere regolato con meno trasparenza e non con più trasparenza? Basta pubblicare ciò che può essere pubblicato. La base giuridica della consulenza. La durata. L’eventuale gratuità. Il perimetro delle attività. Gli obblighi di riservatezza. Le regole sui conflitti d’interesse. Le condizioni per incontri con aziende e investitori. Le eventuali autorizzazioni di sicurezza. La disciplina applicabile qualora società ucraine legate a persone, fondi o progetti con cui Fedorov collabora entrino in interlocuzione commerciale con la Difesa italiana. Non serve rendere pubblica una sola informazione classificata per dimostrare che il sistema possiede contrappesi. Il momento rende questa trasparenza ancora più necessaria. Fedorov sta letteralmente cercando capitale internazionale per creare aziende militari mentre assume una funzione di consulenza verso il ministro che governa uno dei principali mercati europei della Difesa. Leonardo ha aperto la propria presenza in Ucraina. Michelangelo Dome verrà testato sul teatro ucraino. Roma vuole accelerare droni e sistemi autonomi. Il ministero sta ridisegnando la propria architettura digitale e cyber. Non serve un complotto per vedere che questi interessi si incontrano. Serve soltanto leggere le date. Ed è proprio qui che l’inchiesta deve fermarsi prima della propaganda e andare oltre il comunicato stampa. Fire Point non è stata condannata. Fedorov non risulta imputato nel suo fascicolo. Mindich non può essere dichiarato proprietario occulto di una società sulla base di conversazioni e sospetti. Sternenko non può essere trasformato in una qualifica politica utilizzata al posto degli atti. Ma nessuna di queste cautele assolve il governo italiano dall’obbligo di spiegare in che modo proteggerà la propria autonomia decisionale mentre importa competenze da un ecosistema nel quale guerra, startup, investimenti, politica e procurement vivono praticamente nello stesso spazio.
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