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Paolo De Rosa e Autistici/Inventati: Il Giornale vede Hamas, il vero caso è la tecnocrazia degli attivisti

🛡️ Executive Summary

  • OFAC ha designato Autistici/Inventati, non Paolo De Rosa personalmente. Il rapporto tra A/I e AI ODV è però scritto nei documenti dello stesso collettivo.
  • De Rosa entra nel Team Digitale nel 2017, partecipa alla task force Immuni e passa poi da cybersicurezza, PSN e framework europeo dell’identità digitale.
  • Immuni era privacy-preserving sulla carta, ma gli studi ne certificano la scarsa adozione e il fallimento operativo come supporto al contact tracing.

Il Giornale ha trovato Hamas e, proprio per questo, rischia di aver perso la storia più importante. La designazione americana di Autistici/Inventati, il ruolo documentato di AI ODV nell’infrastruttura del collettivo e la presenza di Paolo De Rosa tra i fondatori dell’associazione meritano verifiche severe. Trasformare però questa catena nella scorciatoia «il gruppo di De Rosa megafono di Hezbollah e Hamas» significa accontentarsi della suggestione terroristica quando davanti esiste un dossier istituzionale molto più difficile da liquidare:

come si passa da un ecosistema che seleziona i propri utenti, minimizza le tracce, offre remailer anonimi e rifiuta la logica delle istituzioni e del profitto a una carriera trascorsa a progettare cloud pubblico, contact tracing, certificati sanitari, cybersicurezza nazionale e identità digitale europea?

Non è una domanda penale. È una domanda sul potere.

Il Giornale cerca il terrorista dove gli atti raccontano una storia più complicata

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L’articolo di Il Giornale sostiene che dietro la «regia» di Autistici/Inventati vi sia stato Paolo De Rosa, dimessosi dal 2018, e utilizza la designazione americana per collegare la piattaforma alla diffusione di comunicati riconducibili anche a Hezbollah e Hamas. Il problema non è che l’indagine parta dal nulla. Il 26 agosto 2026 il Dipartimento del Tesoro statunitense ha effettivamente designato Autistici Inventati sulla base dell’Executive Order 13224, accusandolo di fornire infrastruttura tecnologica, hosting, posta cifrata e altri servizi a gruppi estremisti e a un’organizzazione già designata. Il rapporto con AI ODV non è nemmeno una fantasia giornalistica: nei Termini di servizio di Autistici/Inventati l’accordo viene stipulato direttamente tra l’utente e l’associazione A/I-ODV, mentre la pagina delle donazioni indica come beneficiario Associazione AI ODV. La stampa ha inoltre ricostruito l’atto notarile del 13 aprile 2018, collocando De Rosa nel primo consiglio direttivo e indicandolo come segretario dell’associazione; si tratta però di una ricostruzione giornalistica dell’atto, non della designazione OFAC personale di De Rosa.

La documentazione americana sulle recent actions colpisce infatti AUTISTICI INVENTATI come entità: De Rosa non compare nell’azione esaminata come individuo designato.

Ed è proprio qui che la semplificazione del Giornale diventa paradossale. C’erano elementi sufficienti per porre domande molto più scomode sulla relazione tra associazione e apparato pubblico, ma il titolo preferisce comprimere infrastruttura, responsabilità editoriale, associazione e persona fisica nello stesso fotogramma. È lo stesso errore metodologico che Matrice Digitale ha contestato in altri contesti: un collegamento documentale non autorizza a saltare tutti i passaggi necessari per attribuire una responsabilità personale. Nel caso De Rosa, peraltro, quella prudenza non indebolisce l’inchiesta: la rende più pericolosa, perché impedisce di liquidarla come semplice campagna politica.

Autistici/Inventati non è un hosting neutrale e non assomiglia alla tecnocrazia pubblica

Per comprendere il vero cortocircuito bisogna leggere ciò che A/I dice di se stesso, senza né demonizzarlo né trasformarlo in un innocuo hosting generalista. I suoi Termini stabiliscono che chi chiede un servizio deve spiegare per iscritto come intende utilizzarlo e dimostrare compatibilità con i principi del progetto; ogni richiesta viene valutata manualmente da un volontario e poi la corrispondenza viene cancellata. A/I vieta usi commerciali ordinari, attività legate alle criptovalute, promozione di partiti politici istituzionali, militarismo e altre finalità considerate incompatibili con il proprio impianto. La sua Privacy Policy dichiara esplicitamente la scelta di raccogliere la minima quantità possibile di informazioni personali, mentre i servizi comprendono email, siti, blog, IRC, Jabber, anonymous remailer e nym server. Non è quindi una piattaforma che accetta chiunque in nome di una neutralità astratta: è un’infrastruttura selettiva, ideologicamente orientata e costruita attorno a solidarietà, autorganizzazione, riservatezza e riduzione delle tracce.

Questo elemento rende ancora più debole l’idea di assolvere tutto con la formula «è soltanto un provider», ma rende anche molto più interessante il caso De Rosa. L’ecosistema A/I nasce precisamente per offrire a terzi strumenti con cui sottrarre comunicazioni e identità alla normale esposizione prodotta da piattaforme commerciali e strutture istituzionali.

La tecnocrazia pubblica fa un mestiere funzionalmente opposto: deve identificare soggetti, certificare attributi, classificare dati, stabilire soggetti fidati, definire standard, governare infrastrutture e produrre accountability. Non basta che entrambe utilizzino crittografia o open source per renderle la stessa filosofia politica. Sono due direzioni del potere digitale: una costruisce spazi nei quali l’individuo prova a lasciare meno tracce; l’altra costruisce il perimetro nel quale le tracce necessarie acquistano validità giuridica, amministrativa o sanitaria. È questa opposizione che il titolo su Hamas cancella quasi completamente.

Leggi anche: USA sanzionano Autistici/Inventati: Washington colpisce l’infrastruttura digitale dell’estremismo di sinistra

De Rosa entra nel Team Digitale di Gentiloni prima della nascita di AI ODV

La cronologia rende il problema istituzionale molto più concreto e quello che seguirà non è una critica alla professionalità ed alla preparazione comprovate di Paolo de Rosa in ambito tecnologico sia per esperienza sia per conoscenza.

La pagina ufficiale del Team per la Trasformazione Digitale registra l’ingresso di Paolo De Rosa il 23 ottobre 2017 nell’area Cloud & Data Center, quando a Palazzo Chigi governava Paolo Gentiloni. Non risulta dalle fonti consultate un rapporto personale fiduciario De Rosa-Gentiloni, quindi definirlo «uomo di Gentiloni» sarebbe un’altra scorciatoia. Esiste però il rapporto istituzionale: pochi mesi prima, il 31 maggio 2017, AgID annunciava l’approvazione da parte di Gentiloni del Piano Triennale per l’informatica nella PA 2017-2019, realizzato da AgID e Team Digitale, con circa 4,6 miliardi di euro coordinati e obiettivi espliciti di razionalizzazione dei data center e messa in sicurezza dei dati pubblici. De Rosa entra dunque nella struttura incaricata di attuare quella trasformazione occupandosi esattamente di cloud e data center. Il 13 aprile 2018, quando è già dentro il Team governativo, viene costituita AI ODV e, secondo l’atto notarile ricostruito dalla stampa, De Rosa entra nel primo direttivo come segretario.

È qui che nasce una domanda che nessun titolo su Hamas può sostituire: la contemporaneità tra funzione pubblica e funzione associativa era conosciuta dalla Presidenza del Consiglio?

Esisteva una dichiarazione?

Fu svolta una valutazione?

Quali regole di incompatibilità, disclosure o due diligence venivano applicate a chi partecipava alla progettazione delle infrastrutture pubbliche?

Non si tratta di sostenere che appartenere a un’associazione privacy-first impedisca di lavorare per lo Stato. Sarebbe assurdo. Si tratta di osservare che la persona incaricata di contribuire alla razionalizzazione e alla centralizzazione dell’infrastruttura informatica pubblica risultava contemporaneamente legata alla nascita del soggetto giuridico che gestisce servizi esplicitamente destinati all’autorganizzazione, alla riduzione dei dati raccolti e alla sottrazione dalla logica istituzionale. La questione non è ideologica: è trasparenza degli incarichi. Ed è significativa anche perché quella stagione inaugura il percorso che negli anni successivi porterà a una concentrazione sempre maggiore di infrastrutture, identità e servizi nelle piattaforme strategiche dello Stato.

Immuni riunisce Stato, Bending Spoons e capitale privato dentro la soluzione tecnologica alla pandemia

Con Immuni la contraddizione diventa più evidente perché De Rosa non occupa una posizione marginale. Il resoconto ufficiale della Task Force Data Driven lo indica come coordinatore del gruppo generale e co-coordinatore, con Fidelia Cascini, del gruppo Tecnologie per il governo dell’emergenza, incaricato di valutare le tecnologie di contact tracing e le proposte della fast call. Il Governo spiegò poi che Immuni era stata preferita perché prometteva maggiori garanzie di «interoperabilità e anonimizzazione» e perché risultava più matura rispetto all’alternativa. Fin qui la narrazione istituzionale. Ma le stesse risposte ufficiali del Dipartimento alle domande di Report raccontavano un ecosistema molto meno romantico della retorica civica con cui l’app venne presentata. La società che aveva sviluppato quasi tutto il codice era Bending Spoons; il Dipartimento riconosceva che tra i suoi soci finanziatori figuravano StarTIP di Gianni Tamburi e H14 della famiglia Berlusconi, precisando di avere verificato la compagine sul piano della sicurezza nazionale e di non avere rilevato condizioni ostative. Specificava inoltre che i fondatori mantenevano l’80% delle quote e il 90% dei diritti di voto. Non significa che «i Berlusconi controllassero Immuni», affermazione che gli atti non sostengono.

Significa qualcosa di più interessante: uno dei progetti simbolo della gestione pubblica data-driven della pandemia nasce dall’incontro tra apparato governativo, società tecnologica privata, capitale finanziario e framework proprietari delle Big Tech. La versione finale dipendeva infatti dall’Exposure Notification di Apple e Google, tanto che la documentazione governativa attendeva esplicitamente il rilascio del framework dei due sistemi operativi. Bending Spoons cedette gratuitamente il codice e offrì supporto pro bono; la gestione passò a Sogei e alle strutture pubbliche. Ma il modello politico resta leggibile: la soluzione dell’emergenza viene costruita mettendo insieme Stato e capacità industriale privata, con una dipendenza tecnologica da piattaforme globali che nessuna dichiarazione di sovranità poteva cancellare.

Sei anni dopo, la presenza di Bending Spoons nel Rhine Group di Mario Draghi restituisce plasticamente quanto quella startup sia diventata parte del capitalismo tecnologico europeo più integrato con finanza, grandi imprese e policy making. Sarebbe scorretto retrodatare al 2020 la società del 2026; è invece legittimo osservare quale ecosistema abbia premiato quella traiettoria. In questo senso la definizione polemica di “turbocapitalismo digitale” non è necessaria per dimostrare i fatti:

basta guardare chi costruisce le piattaforme, chi possiede il capitale, chi definisce gli standard e chi viene chiamato dallo Stato a trasformarli in infrastruttura pubblica.

Immuni era perfetta nei comunicati ma gli italiani non l’hanno trasformata nell’infrastruttura promessa

Qui arriva la domanda che la retorica tecnologica del 2020 ha spesso evitato: se Immuni era così ben progettata, rispettosa della privacy e decisiva per il contact tracing, perché non ha funzionato come promesso? La risposta non può essere liquidata con «gli italiani non capivano la tecnologia». Il monitoraggio dell’European Observatory on Health Systems and Policies, ospitato dall’OMS registrava al 19 febbraio 2021 appena 10,3 milioni di download, circa il 17% della popolazione, solo 11.500 positivi che avevano effettivamente caricato i propri dati e circa 90.000 contatti notificati, definendo esplicitamente le prestazioni dell’app below expectations durante la seconda ondata. Uno studio scientifico pubblicato nel 2022 arrivò a una conclusione ancora più severa: al 31 dicembre 2021 Immuni aveva identificato 44.880 casi, meno dell’1% dei 5.886.411 casi registrati in Italia nello stesso periodo, generando 143.956 notifiche; gli autori conclusero che l’app aveva fallito come strumento di supporto al contact tracing e rilevarono che l’aumento successivo dei download era probabilmente collegato alla possibilità di ottenere il Green Pass attraverso l’app, non a una improvvisa adesione al tracciamento. Un ulteriore studio sull’accettazione di Immuni, limitato a un campione di studenti universitari sanitari e quindi non generalizzabile all’intera popolazione, trovò che il 65,6% non aveva scaricato l’app e che la ragione più frequente era la percezione della sua inutilità; la fiducia nella risposta istituzionale emergeva invece come fattore positivamente associato all’adozione. Il fallimento operativo non dimostra che l’architettura privacy fosse falsa. Al contrario: è proprio questo il punto che rende la vicenda istruttiva. Una tecnologia può essere costruita con buone garanzie crittografiche e fallire perché manca il circuito sociale, sanitario e amministrativo che la rende utile. Download volontari insufficienti, caricamento dei positivi limitato, integrazione imperfetta con i processi sanitari regionali, problemi tecnici e fiducia istituzionale ridotta possono distruggere il valore di rete anche quando il codice è ben progettato. L’organizzazione ufficiale GitHub di Immuni certifica il punto finale: i repository vengono archiviati a fine 2022, l’app sparisce dagli store e cessa di funzionare sia per il contact tracing sia per l’acquisizione delle certificazioni verdi. Non fu quindi la vittoria di una nuova infrastruttura sanitaria digitale permanente. Fu un esperimento tecnologico governativo che produsse codice, procedure e precedenti, ma non raggiunse il ruolo operativo con cui era stato giustificato. Ed è qui che la critica di Matrice Digitale alla società dei dati diventa più seria della caricatura complottista: il “tecnosoluzionismo” può fallire e lasciare intatto, anzi rafforzato, il modello di governance che lo ha prodotto.

Da Human Technopole al Green Pass il dato sanitario diventa progressivamente infrastruttura politica

Immuni non compare nel vuoto. Già nel 2016, durante il governo Renzi, veniva presentato Human Technopole, Italy 2040, progetto che univa Medical Genomics, Data Science, Computational Life Sciences, Data Storage e High Performance Computing in un’unica grande infrastruttura di ricerca dedicata a salute, genomica, nutrizione e big data. Human Technopole non è l’«associazione di Immuni» e non risulta dai documenti consultati un suo ruolo nello sviluppo dell’app: sovrapporre i due progetti sarebbe sbagliato. È però un precedente politico importante, perché mostra come già nella stagione Renzi la gestione della salute venga pensata attraverso convergenza di medicina, dati e capacità computazionale.

Nel 2020 la Task Force coordinata da De Rosa porta questa impostazione dentro l’emergenza: oltre al contact tracing esistono gruppi dedicati a infrastrutture e data collection, Big Data & AI for policy, teleassistenza e profili giuridici della gestione dei dati.

Successivamente il Dipartimento rivendica la partecipazione alla definizione e implementazione dell’EU Digital Covid Certificate, cioè il Green Pass, che trasforma un’informazione sanitaria in un attributo digitale verificabile necessario, in determinate fasi, per accedere a spazi, attività e libertà di movimento. Anche qui si può discutere della legittimità sanitaria della misura senza negare l’evidenza tecnologica: il paradigma cambia. Il dato non serve più soltanto a curare il paziente; diventa credenziale, e la credenziale produce conseguenze amministrative e sociali. È esattamente ciò che rende la traiettoria di De Rosa interessante dal punto di vista etico. Il soggetto proveniente da un ecosistema che fornisce strumenti per ridurre l’identificabilità degli utenti entra progressivamente in progetti dove l’informazione personale acquista valore perché può essere certificata da un’autorità, verificata da un’altra e utilizzata per determinare l’accesso a un servizio o a uno spazio. Non serve chiamare tutto questo dittatura per vedere il cambiamento di paradigma. Basta chiamarlo per quello che è: governance attraverso dati e attributi digitali.

Dal Polo Strategico Nazionale alla cybersicurezza De Rosa lavora sulla centralizzazione che A/I evita

Nel 2021 De Rosa compare davanti alle commissioni parlamentari come CTO del Dipartimento per la trasformazione digitale durante l’esame del decreto che ridisegna l’architettura nazionale di cybersicurezza e istituisce l’ACN; nel 2022 commenta la firma del contratto per il Polo Strategico Nazionale, definendolo infrastruttura essenziale per mettere in sicurezza dati e sistemi delle amministrazioni italiane e proteggere servizi strategici e critici da minacce e ingerenze esterne. La comunicazione istituzionale sul PSN parla esplicitamente di alta affidabilità, indipendenza, private e public cloud e tutela dei dati pubblici.

Non c’è nulla di scandaloso nel fatto che uno Stato costruisca infrastrutture centralizzate per proteggere i propri servizi: può anzi essere una necessità. Ma è difficile sostenere che questa funzione sia una semplice continuazione filosofica di Autistici/Inventati. A/I riduce, seleziona, decentralizza e cerca di rendere l’utente meno osservabile; il PSN classifica, concentra, governa e rende il dato pubblico disponibile dentro un perimetro istituzionale definito.

Le due architetture possono condividere tecniche di sicurezza, ma perseguono finalità politiche diverse. La produzione di Matrice Digitale sulla crisi di sovranità dell’ACN dopo le dimissioni di Bruno Frattasi ha aggiunto un altro livello: la centralizzazione statale non garantisce nemmeno automaticamente autonomia, perché lo stack continua a dipendere da cloud, piattaforme, hardware e fornitori globali. Il vecchio attivista non entra quindi necessariamente in uno Stato onnipotente: entra in uno Stato che pretende di governare i dati e contemporaneamente dipende da infrastrutture esterne per farlo. È proprio questa asimmetria a rendere la tecnocrazia contemporanea differente dalla burocrazia classica. Il potere pubblico scrive regole, certifica infrastrutture e distribuisce responsabilità, ma gran parte della capacità materiale resta nelle mani di attori industriali.

Da questo punto di vista il caso De Rosa non è una storia personale: è un campione di laboratorio della contraddizione italiana tra sovranità dichiarata e dipendenza tecnologica reale.

L’EUDI Wallet porta il tecnico dell’anonimato dentro la macchina europea dell’identità

Oggi la Commissione europea presenta Paolo De Rosa come Policy Officer e CTO dello European Digital Identity Framework. Il cerchio, almeno simbolicamente, si chiude. Autistici/Inventati offre un anonymous remailer e un nym server; De Rosa lavora oggi sul framework europeo che stabilisce come un cittadino possa dimostrare digitalmente la propria identità e i propri attributi. Anche in questo caso la critica deve evitare la pigrizia: EUDI Wallet non è progettato come un database paneuropeo di sorveglianza. La documentazione della Commissione su sicurezza e privacy prevede dati conservati localmente, selective disclosure, zero-knowledge proof, limiti al tracking e alla profilazione, open source e perfino un concetto di unobservability. Queste garanzie vanno riconosciute perché negarle indebolirebbe il ragionamento. Ma la funzione istituzionale rimane opposta a quella di un servizio nato per sottrarsi all’identificazione: EUDI crea una federazione di fiducia regolata, con emittenti riconosciuti, relying party registrate, certificazioni, audit e attestazioni giuridicamente valide. Il cittadino può condividere meno dati, ma può farlo proprio perché esiste un’infrastruttura che stabilisce chi può emettere la credenziale, chi può verificarla e quale valore debba avere. È una forma sofisticata e potenzialmente rispettosa della privacy di identità governata, non di fuga dall’identità. Questa distinzione è il vero nocciolo etico.

Se De Rosa ritiene entrambe le cose compatibili, sarebbe utile ascoltarne la spiegazione: come si concilia la partecipazione alla struttura giuridica di un progetto che seleziona utenti per offrire anonimato e minimizzazione con la responsabilità tecnica in un framework che porta la verifica dell’identità nella quotidianità europea?

Non è una domanda retorica. È precisamente il tipo di questione sulla quale un’autorità pubblica dovrebbe pretendere trasparenza prima di affidare ruoli sensibili. E diventa ancora più significativa mentre l’Unione continua a discutere progetti come Chat Control, dove il confine tra protezione, crittografia e controllo delle comunicazioni private resta politicamente esplosivo.

Gentiloni passa dalla trasformazione digitale all’ecosistema europeo del fact-checking

La traiettoria di Paolo Gentiloni aggiunge un livello politico, ma deve essere trattata senza inventare un collegamento che non risulta: non emerge una partecipazione di De Rosa a IDMO, né sarebbe corretto costruire una catena De Rosa-Gentiloni-Riotta come se fosse un’unica organizzazione. Esiste invece una continuità nell’idea di governance digitale. Gentiloni approva nel 2017 il Piano Triennale attuato dal Team in cui entra De Rosa; nel 2021, da commissario europeo, partecipa al lancio dell’Italian Digital Media Observatory, finanziato dalla Commissione e costruito con Luiss, Rai, TIM, GEDI, Tor Vergata, T6 Ecosystems, NewsGuard e Pagella Politica, con Gianni Riotta nel ruolo di coordinatore dell’evento e figura centrale del progetto. Matrice Digitale aveva definito già nel 2022 questa architettura il «Ministero della verità» europeo, non sostenendo l’esistenza letterale di un dicastero della censura, ma denunciando il rischio di costruire una filiera nella quale istituzioni, media, università, fact-checker e società private acquistano il potere di classificare l’affidabilità dell’informazione. La stessa critica è stata aggiornata quando Meta ha ridimensionato il fact-checking negli Stati Uniti e l’ecosistema europeo è rimasto sostanzialmente intatto, fino al recente caso Orsini e NewsGuard, dove il problema non era dimostrare l’inesistenza della propaganda ma contestare il passaggio da opinione controversa a appartenenza politica senza prove sufficienti. È lo stesso metodo che oggi dovrebbe impedire di trasformare De Rosa in «uomo di Hamas» per via associativa. Ma il parallelismo politico resta: dalla governance dell’infrastruttura si passa alla governance dell’identità e, parallelamente, alla governance dell’informazione.

Nel 2023 il Partito Democratico inserisce De Rosa nel proprio gruppo di lavoro sulle politiche digitali e innovazione, presentandolo come ex CTO del Dipartimento digitale e policy officer della Commissione europea, insieme a figure come Francesca Bria e Fabrizio Barca.

A quel punto il tecnico non è più soltanto tecnico: entra formalmente anche in uno spazio di elaborazione politica. La domanda diventa quindi legittima:

quanto del digitale contemporaneo viene ancora deciso attraverso un vero conflitto democratico e quanto viene invece preconfezionato dentro reti di esperti, authority, commissioni, think tank, università, grandi aziende e soggetti di certificazione, per poi essere presentato al cittadino come naturale evoluzione tecnica?

Non hanno portato Autistici nello Stato: hanno accettato di costruire il suo opposto

È qui che la vecchia battuta della tradizione andreottiana sui rivoluzionari destinati a morire democristiani torna utile, purché venga aggiornata. La dinamica non è quella descritta in precedenza, secondo cui gli attivisti sarebbero entrati nello Stato per trasformarlo secondo i valori della controcultura digitale. Se così fosse, il passaggio sarebbe perfino lineare: anonimato, decentralizzazione e minimizzazione diventerebbero regole dello Stato. La storia che emerge è più contraddittoria.

Autistici/Inventati costruisce servizi per persone e collettivi che vogliono ridurre la propria esposizione al mercato, alle piattaforme e alle istituzioni; la carriera pubblica di De Rosa lo porta invece dentro strutture che organizzano, centralizzano, certificano e rendono interoperabili dati, identità e servizi.

Immuni non rendeva anonimo il rapporto tra cittadino e Stato: costruiva un sistema pubblico di exposure notification. Il Green Pass trasformava un dato sanitario in credenziale verificabile. Il PSN concentra servizi strategici e critici. L’ACN istituzionalizza la governance della sicurezza. EUDI Wallet costruisce una trust infrastructure europea per identità e attributi. Nessuna di queste cose è automaticamente illegittima. Ma sostenere che siano semplicemente la versione statale del progetto Autistici significa ignorare la differenza tra proteggere uno spazio dalla governance e diventare uno degli architetti della governance. La conversione, se vogliamo usare una categoria politica, non è quindi da hacker ad hacker di Stato. È da attivista a tecnocrate: dalla costruzione di strumenti destinati a sottrarre margini di vita digitale all’intermediario alla progettazione dell’intermediario pubblico che stabilisce quali identificazioni, attestazioni, infrastrutture e controlli siano legittimi. In questa prospettiva il fallimento di Immuni diventa ancora più importante. Il sistema aveva una narrativa quasi perfetta — volontarietà, open source, privacy, interesse pubblico, solidarietà tecnologica — e tuttavia gli utenti non gli hanno conferito il valore di rete necessario. La tecnocrazia può progettare il protocollo, ma non può programmare la fiducia sociale. Quando poi un progetto fallisce, però, l’architettura politica che lo ha prodotto non scompare: gli stessi apparati, le stesse culture manageriali e spesso gli stessi tecnici passano al progetto successivo. È questa la differenza tra un’app fallita e una classe dirigente digitale.

Continua con:

Le risposte che servono riguardano Palazzo Chigi e Bruxelles molto più di Hamas

A questo punto le domande sono numerose e tutte più interessanti della scorciatoia scelta dal Giornale.

Quando De Rosa entrò nel Team Digitale nell’ottobre 2017, quali relazioni con l’ambiente Autistici/Inventati erano state dichiarate o conosciute?

Quando nell’aprile 2018 contribuì alla nascita di AI ODV mentre lavorava già a Palazzo Chigi, comunicò quell’incarico?

Esisteva un obbligo di disclosure?

Quale durata ebbe il suo ruolo associativo?

Quali verifiche vennero effettuate prima di affidargli il coordinamento della Task Force Data Driven e del gruppo che selezionò Immuni?

La compagine di Bending Spoons fu sottoposta a una verifica di sicurezza nazionale, come il Governo stesso dichiarò: fu applicato un controllo comparabile anche ai componenti della struttura pubblica chiamata a scegliere la soluzione?

Quando De Rosa venne coinvolto nella nuova architettura nazionale di cybersicurezza e nel Polo Strategico Nazionale, il rapporto con AI ODV era noto?

La Commissione europea lo conosce oggi mentre gli attribuisce responsabilità tecniche sul framework dell’identità digitale? Il Partito Democratico lo conosceva quando lo inserì nel proprio gruppo di esperti nel 2023?

E soprattutto:

come spiega De Rosa stesso la compatibilità politica ed etica tra questi due mondi?

Non è necessario insinuare una doppia vita clandestina. Il problema è esattamente l’opposto: gran parte del percorso è avvenuta alla luce del sole, mentre nessuno sembra avere ritenuto necessario porre la domanda. Il Giornale ha preferito Hamas perché Hamas produce un titolo immediato. Matrice Digitale ritiene invece più importante un’altra questione:

chi seleziona i tecnocrati ai quali viene affidata l’architettura digitale dello Stato, quali interessi e appartenenze devono dichiarare e chi controlla la coerenza tra i principi che professano e il potere che esercitano?

Il vecchio rivoluzionario che assaggia il potere non deve necessariamente diventare democristiano nel senso classico. Nel XXI secolo può diventare qualcosa di più efficiente: un professionista della governance capace di passare dall’anonimato alla certificazione, dalla rete autogestita al cloud strategico, dalla sottrazione dell’identità alla sua attestazione digitale. Il vero caso De Rosa non dimostra che Autistici/Inventati governi lo Stato. Pone una domanda più scomoda:

quanto facilmente lo Stato assorbe chi nasce contro i suoi meccanismi e gli affida poi il compito di progettarli?

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