⚙️ Da sapere
- La procura sudcoreana sostiene che Project Hefei prevedesse acquisizione della tecnologia DRAM Samsung, reclutamento degli ingegneri e avvio della produzione CXMT.
- Thailandia e Denver mostrano il nuovo limite fisico dell’AI: data center sempre più numerosi entrano in conflitto con reti elettriche, acqua e comunità.
- GPU e capitale continuano intanto a crescere: AMD guadagna terreno, Gates chiede governance internazionale e Tesla-SpaceX alimentano ipotesi di concentrazione industriale.
La corsa mondiale all’intelligenza artificiale sta smettendo definitivamente di essere una competizione fra soli modelli software. Nei primi giorni di settembre emergono contemporaneamente il presunto piano Project Hefei con cui, secondo la procura sudcoreana, CXMT avrebbe acquisito tecnologia e competenze DRAM di Samsung, il congelamento di decine di data center in Thailandia per i problemi legati a energia, acqua e territorio, nuove tensioni a Denver durante una siccità, un mercato GPU sorprendentemente resistente ai rincari e una richiesta di Bill Gates per una governance internazionale dell’AI. Sullo sfondo crescono perfino le speculazioni su un futuro avvicinamento tra Tesla e SpaceX. Il filo comune è industriale: chip, elettricità, acqua, capitale e controllo delle tecnologie strategiche stanno diventando il vero campo di battaglia dell’AI.
Cosa leggere
Project Hefei non è ancora una sentenza contro CXMT ma un’accusa molto più strutturata del semplice furto di documenti
Il caso più delicato riguarda ChangXin Memory Technologies, diventata in pochi anni il principale produttore cinese di DRAM e ormai abbastanza rilevante da portare il Pentagono davanti a un tribunale federale americano per contestare la propria classificazione come azienda militare cinese. La formulazione va però tenuta rigorosamente sul piano giudiziario corretto: non è un tribunale sudcoreano ad avere già accertato che CXMT abbia organizzato Project Hefei per sottrarre 620 processi Samsung. L’atto di accusa ottenuto da CBS NoCut News descrive invece la ricostruzione che la procura sta cercando di provare nel processo ancora in corso. Secondo l’accusa, nell’agosto 2016, poco dopo la nascita di CXMT, sarebbe stato predisposto un vero calendario di sviluppo: ottenere entro settembre informazioni centrali sul Process Recipe Plan di Samsung, reclutare entro ottobre specialisti dei principali processi produttivi, completare la struttura R&D entro luglio 2017 e iniziare entro agosto 2018 una produzione da 10.000 wafer al mese. Il PRP non è una singola formula industriale ma un insieme di circa 620 passaggi, comprendente sequenze operative, condizioni di processo, materiali, attrezzature, produttori e perfino modelli degli impianti. Secondo la ricostruzione investigativa, i primi tentativi di riprodurre il processo da 18 nm basandosi soltanto sulla memoria degli ex tecnici Samsung non sarebbero stati sufficienti; nel settembre 2016 sarebbero quindi arrivate informazioni molto più precise, successivamente riorganizzate in documenti interni CXMT e distribuite agli specialisti dei differenti processi. La posizione della procura è rilevante anche perché il Seoul Central District Prosecutors’ Office aveva già annunciato nel dicembre 2025 l’incriminazione di dieci persone per la presunta fuoriuscita di tecnologie coreane strategiche sui semiconduttori. Alcuni procedimenti collegati hanno già prodotto condanne individuali, ma il contenuto e la responsabilità organizzativa attribuiti a Project Hefei restano oggetto del giudizio. È una distinzione fondamentale: l’esistenza di un’accusa dettagliata non equivale ancora a una responsabilità definitiva di CXMT.
La posta in gioco è il tempo necessario per trasformare miliardi di investimenti in una fabbrica DRAM competitiva
Il valore strategico del presunto piano emerge soltanto osservando ciò che è accaduto dopo. CXMT è passata da una posizione marginale a un ruolo che comincia a modificare la struttura stessa del mercato delle memorie. La crescita era già diventata evidente a luglio, quando la società cinese aveva preparato una delle IPO più grandi dell’industria nazionale dei semiconduttori proprio mentre i produttori occidentali e sudcoreani cercavano di rispondere alla pressione cinese. La documentazione processuale non dimostra che 620 passaggi, da soli, consentano di costruire una DRAM competitiva: trasferire una ricetta su apparecchiature, materiali, rese e linee differenti richiede ancora anni di integrazione, prove, engineering e capitale. Ma proprio per questo la presunta sottrazione sarebbe così importante. Non eliminerebbe il lavoro necessario a creare una fabbrica; comprimerebbe invece una parte del tempo di apprendimento industriale, che nell’industria dei semiconduttori costituisce uno degli asset più difficili da acquistare. La procura sostiene che le informazioni Samsung sarebbero state adattate alle condizioni produttive cinesi attraverso successive fasi di verifica, reverse engineering e modifica. Il caso acquisisce ulteriore peso perché CXMT sta già sostituendo Samsung, Micron e SK Hynix in una parte crescente delle supply chain cinesi, mentre perfino Apple ha valutato le sue memorie per alcuni prodotti destinati al mercato cinese. È qui che lo spionaggio industriale, se l’impianto accusatorio sarà confermato, smette di essere un problema confinato alla proprietà intellettuale: diventa una leva capace di accelerare il riequilibrio di una filiera strategica mondiale.
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Le GPU continuano a vendere nonostante i prezzi e spiegano perché la memoria è diventata così strategica
La centralità della DRAM non può essere separata dalla nuova domanda di acceleratori e sistemi ad alte prestazioni. Jon Peddie Research rileva che nel secondo trimestre del 2026 il mercato mondiale delle GPU per PC è arrivato a 75,5 milioni di unità, con una crescita del 10,4% sul trimestre precedente e dell’1,1% su base annua. Il segmento notebook ha trainato il risultato con un aumento sequenziale del 16,8%, mentre il desktop è sceso del 4%. Ancora più significativo è il comportamento delle GPU discrete: le spedizioni sono aumentate del 12,2% trimestre su trimestre, nonostante quella che lo stesso Jon Peddie definisce una crisi globale delle memorie. AMD ha migliorato la propria quota complessiva nel trimestre, mentre la crescita delle piattaforme mobili ha sostenuto il mercato anche con prezzi elevati. Questi dati spiegano perché la memoria sia diventata una componente geopolitica e non più una commodity intercambiabile. La domanda AI assorbe capacità produttiva per HBM, DRAM e altri componenti ad alto margine, costringendo il segmento consumer a competere per una quantità limitata di wafer e packaging. Il risultato è la chipflation che sta facendo salire i prezzi delle RAM mentre Washington cerca contemporaneamente di limitare l’ingresso di CXMT e YMTC nelle supply chain occidentali. Per gli Stati Uniti esiste quindi un paradosso industriale: ridurre la dipendenza dalle memorie cinesi serve alla sicurezza nazionale, ma eliminare un produttore emergente dalla competizione internazionale può mantenere elevati i prezzi proprio mentre AI, notebook e acceleratori continuano a consumare più memoria. Per Pechino vale il contrario: aumentare rapidamente la capacità CXMT significa ridurre una delle dipendenze più sensibili da Corea del Sud e Stati Uniti.
La Thailandia blocca 49 cantieri e mette in pausa altre 117 autorizzazioni perché la rete non può essere trattata come una risorsa infinita
A valle dei semiconduttori arriva il secondo collo di bottiglia: costruire fisicamente l’infrastruttura che deve utilizzare quei chip. La Thailandia è diventata in pochi anni una delle destinazioni asiatiche più aggressive per gli investimenti in cloud e data center, attirando Google, AWS, Microsoft, TikTok e operatori regionali. Il Thailand Board of Investment aveva già istituito a luglio una struttura dedicata a valutare i nuovi data center anche sotto il profilo di energia, risorse idriche, ambiente e benefici economici per il Paese. Il 4 settembre il nuovo comitato nazionale per i data center ha compiuto un passo molto più drastico: 49 progetti già in costruzione sono stati messi temporaneamente in pausa e oltre 117 iniziative ancora in attesa di autorizzazione vengono sottoposte al nuovo riesame, per un universo potenziale di 166 progetti. Il governo non presenta la decisione come una chiusura agli investimenti: vuole definire entro circa un mese criteri uniformi per consumo elettrico, acqua, localizzazione, sicurezza, impatto ambientale e reale valore economico generato sul territorio. La scelta è comprensibile osservando la velocità degli investimenti: il BOI aveva già approvato a gennaio sette progetti per oltre 3,1 miliardi di dollari e nel 2025 aveva ricevuto 36 progetti data center per oltre 23 miliardi. L’espansione dell’AI trasforma così la politica industriale in pianificazione energetica. Un Paese può desiderare gli investimenti hyperscale, ma non può approvare indipendentemente decine di campus da centinaia di megawatt senza sapere dove arriverà l’elettricità, quanta acqua sarà necessaria, quali reti dovranno essere ampliate e quale parte del costo infrastrutturale resterà alla collettività. È lo stesso problema già emerso quando Shanghai ha iniziato a coordinare esplicitamente sviluppo dei data center e rete elettrica. La novità thailandese è che il vincolo arriva prima del blackout: l’amministrazione cerca di trasformare la crescita non coordinata in una politica nazionale prima che l’infrastruttura digitale superi quella fisica.
Denver mostra che l’acqua dei data center è diventata anche un problema di legittimità politica
La pressione infrastrutturale non emerge soltanto nei grandi piani asiatici. A Denver, negli Stati Uniti, un video di irrigatori attivi sul prato di un nuovo data center AI ha alimentato proteste proprio mentre la città attraversa una fase di siccità e i cittadini sono sottoposti a restrizioni. Il punto giornalisticamente importante è evitare conclusioni non dimostrate: non è stato accertato che il sito stesse violando le norme. Potrebbe avere irrigato nei giorni consentiti, utilizzare acqua riciclata oppure disporre di una specifica autorizzazione. Ciò che è certo è il contesto. Denver Water mantiene una Stage 1 drought e richiede una riduzione complessiva dei consumi di almeno il 20%; fino al 30 settembre l’irrigazione esterna è limitata a due giorni assegnati per settimana e dal 1° ottobre l’irrigazione dei prati viene vietata, salvo eccezioni, budget approvati o uso consentito di risorse riciclate. I serbatoi del sistema erano al 73% della capacità il 20 agosto, contro una mediana storica del 94%, mentre l’area ha attraversato il periodo gennaio-luglio più caldo mai registrato localmente. Il valore del caso Denver sta quindi più nella percezione politica che nella quantità di acqua utilizzata da quell’impianto specifico. Quando alle famiglie viene chiesto di ridurre i consumi, vedere un campus tecnologico irrigare un prato diventa simbolicamente esplosivo anche se l’operazione fosse perfettamente legale. È lo stesso meccanismo già visibile nel data center di Vineland contestato per turbine, LNG, rumore e gestione delle risorse: il problema non è più soltanto costruire data center efficienti, ma ottenere una licenza sociale a operare in comunità che iniziano a chiedere chi paga le infrastrutture e chi ha priorità sull’acqua e sull’energia. La risposta tecnologica esiste almeno in parte: Meta sta passando a raffreddamento closed-loop per ridurre drasticamente il consumo idrico operativo e aumentare la densità di GPU per rack. Ma il miglioramento dell’efficienza di ogni singolo impianto non impedisce necessariamente che il consumo totale continui a salire se il numero dei data center cresce più rapidamente.
Bill Gates chiede una governance internazionale perché il problema dell’AI non è più soltanto regolamentare il software
La corsa industriale produce anche una reazione politica. Bill Gates sostiene che le istituzioni esistenti non siano progettate per una tecnologia capace di diffondersi così rapidamente e propone un nuovo quadro di governance nazionale e internazionale. Nel suo intervento del 26 agosto Gates afferma che la transizione verso l’AI sarà una delle fasi più turbolente della storia moderna e chiede nuove strutture capaci di affrontare contemporaneamente lavoro, sicurezza, disuguaglianza e rischio tecnologico. In una successiva intervista ha evocato esplicitamente un organismo internazionale modellato sulla logica dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, cioè un soggetto capace di monitorare sistemi altamente avanzati e i rischi di utilizzo malevolo prima che diventino incontrollabili. Il paragone con l’AIEA non significa naturalmente che un modello linguistico debba essere regolato come una centrale nucleare: riguarda invece l’idea di un organismo transnazionale specializzato che possa superare i limiti delle singole autorità nazionali. Gates propone anche una revisione fiscale, sostenendo che token AI e robot dovrebbero contribuire quando sostituiscono lavoro umano, tema già entrato nel dibattito sulla possibilità di tassare robot e automazione quando la base imponibile del lavoro umano si restringe. La proposta arriva proprio mentre i governi scoprono che l’AI genera costi che sfuggono alle categorie tradizionali. L’AI Act europeo regola sistemi, provider, rischi e obblighi; la politica industriale gestisce chip e investimenti; le autorità ambientali controllano energia e acqua; le amministrazioni locali autorizzano i data center. Gates individua una lacuna reale: nessuna di queste istituzioni, da sola, controlla contemporaneamente capacità dei modelli, proliferazione internazionale, sicurezza biologica, cyber risk, occupazione e concentrazione del compute. La difficoltà sarà costruire un organismo realmente efficace senza trasformarlo in una struttura capace soltanto di certificare ex post decisioni prese dalle stesse aziende che dovrebbe sorvegliare.
Tesla e SpaceX mostrano dove potrebbe portare la concentrazione verticale dell’economia tecnologica
È in questo contesto che acquistano interesse le speculazioni sulla possibilità che Tesla e SpaceX possano un giorno avvicinarsi societariamente. Al momento non esiste un annuncio di fusione e sarebbe scorretto presentarla come un’operazione in preparazione. L’analisi che ha riacceso il dibattito ragiona invece sugli ostacoli che un’eventuale combinazione dovrebbe affrontare, soprattutto per il rapporto opposto delle due aziende con la Cina e con la sicurezza nazionale americana. Tesla dipende profondamente dalla Gigafactory di Shanghai, dalla supply chain cinese e dal mercato asiatico; SpaceX è contemporaneamente un contraente centrale del Pentagono, gestisce infrastrutture satellitari strategiche e opera in settori sottoposti a forti controlli sulla sicurezza e sul trasferimento tecnologico. La convergenza economica tra le due società, però, non è interamente teorica. Il filing trimestrale di Tesla alla SEC mostra che nel marzo 2026 Tesla ha investito 2 miliardi di dollari in azioni SpaceX, ottenendo una partecipazione inferiore all’1%. Nello stesso semestre Tesla ha riconosciuto 405 milioni di dollari di ricavi e 307 milioni di costi relativi agli acquisti di Megapack effettuati da SpaceX. Le aziende restano separate, ma energia, satelliti, mobilità autonoma, robotica e AI iniziano a formare un ecosistema economico interdipendente sotto la stessa leadership. Una fusione reale solleverebbe problemi di corporate governance, tutela degli azionisti Tesla, concentrazione, procurement pubblico, controlli sulle tecnologie dual-use e soprattutto gestione delle attività cinesi. Per Washington sarebbe difficile accettare che un campione della difesa spaziale fosse integrato senza barriere con una società la cui capacità industriale dipende in misura significativa dalla Cina; per Pechino diventerebbe altrettanto problematico concedere accesso e trattamento favorevole a un gruppo ancora più direttamente collegato alla sicurezza nazionale americana. Il caso mostra quindi un altro limite della nuova economia AI: quando capitale, energia, compute, spazio, telecomunicazioni e automazione convergono nella stessa costellazione industriale, i problemi regolatori non riguardano più soltanto la dimensione delle aziende ma la sovrapposizione tra infrastrutture civili e asset strategici.
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L’AI sta diventando un problema di sovranità industriale prima ancora che di intelligenza
Letti insieme, questi sviluppi descrivono una trasformazione molto più ampia della normale crescita di un settore tecnologico. Project Hefei mostra quanto valga abbreviare di pochi anni la curva di apprendimento nella produzione di memorie; la crescita delle GPU dimostra che la domanda resta elevata anche quando i componenti diventano più costosi; la Thailandia scopre che centinaia di data center non possono essere approvati senza pianificare gigawatt, acqua, localizzazione e nuove regole; Denver mostra che l’accettazione sociale delle infrastrutture può diventare un collo di bottiglia tanto importante quanto un trasformatore o una rete elettrica. Gates porta il problema sul terreno della governance globale, mentre l’ipotesi Tesla-SpaceX mostra cosa accade quando settori originariamente distinti iniziano a convergere attorno allo stesso capitale, agli stessi dirigenti e alle stesse infrastrutture. La competizione sull’AI non si decide quindi soltanto nel benchmark del modello più recente. Si decide nel controllo delle DRAM, nella disponibilità delle GPU, nella capacità di assicurarsi elettricità per vent’anni, nella possibilità di costruire un data center senza entrare in conflitto con una comunità, nell’accesso ai mercati internazionali e nella capacità degli Stati di impedire che una tecnologia strategica venga trasferita o concentrata oltre il livello considerato accettabile. È per questo che la guerra tecnologica tra Stati Uniti, Cina, Corea del Sud ed Europa continua a spostarsi verso il livello industriale. L’intelligenza artificiale è il prodotto visibile; sotto di essa cresce una nuova infrastruttura geopolitica fatta di fabbriche, brevetti, processi produttivi, reti elettriche, acqua, capitali e autorizzazioni. Chi controllerà questi livelli avrà un vantaggio molto più difficile da recuperare di qualche punto percentuale in un benchmark.
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