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Huawei spinge l’AI con ottica da 7,2 Tbps mentre negli USA entra nel vivo il processo RICO

⚙️ Da sapere

  • Huawei mostra un modulo NPO da 7,2 Tbps con 36 canali da 200 Gbps, pensato per ridurre latenza e consumi nei cluster AI.
  • La fotonica viene avvicinata agli switch per superare i limiti di banda, distanza ed efficienza delle connessioni elettriche tra acceleratori.
  • Negli USA il processo RICO contro Huawei affronta le accuse sui segreti industriali, compreso un episodio Fujitsu del 2004 contestato dalla difesa.

Huawei accelera contemporaneamente su due fronti che raccontano bene la posizione raggiunta dal gruppo cinese nella competizione tecnologica globale. A Shenzhen l’azienda ha mostrato quello che definisce il primo modulo Near-Packaged Optics da 7,2 terabit al secondo dell’industria, progettato per ridurre uno dei principali colli di bottiglia dei grandi cluster di intelligenza artificiale: trasferire enormi quantità di dati tra acceleratori senza disperdere prestazioni ed energia nelle interconnessioni. Negli Stati Uniti, quasi nello stesso momento, entra nel vivo il processo federale per racketeering, presunto furto di segreti industriali e altri reati, con la giuria di Brooklyn chiamata ora a valutare anche un episodio che coinvolge apparecchiature della giapponese Fujitsu fotografate da un dipendente Huawei durante una fiera del 2004.

Huawei porta l’ottica da 7,2 Tbps vicino agli switch dei cluster AI

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La novità hardware è stata mostrata alla China International Optoelectronic Exposition di Shenzhen. Secondo le informazioni fornite da Man Jiangwei, direttore dell’Advanced Optoelectronics Laboratory di Huawei, il nuovo modulo NPO combina 36 canali da 200 Gbps ciascuno, raggiungendo una capacità aggregata di 7,2 Tbps. Huawei sostiene che il prodotto sia già entrato nella fase di sviluppo industriale e che il passaggio alla produzione su larga scala dipenderà ora dalla maturazione della supply chain e dei processi manifatturieri. Il punto tecnologicamente più importante non è soltanto la banda nominale, ma la collocazione fisica dell’ottica. Le Near-Packaged Optics avvicinano i componenti fotonici al chip di switching rispetto ai tradizionali transceiver pluggable installati sul frontale degli switch, riducendo la lunghezza delle connessioni elettriche ad altissima velocità. Meno centimetri percorsi dal segnale elettrico significano minori perdite, meno necessità di retimer e DSP estremamente energivori e quindi una migliore efficienza nel movimento dei dati.

La direzione coincide con la roadmap che Huawei ha già definito per le infrastrutture di calcolo. Nella propria architettura Optical-Electrical Convergence dedicata ai data center AI, il gruppo prevede un’evoluzione delle connessioni degli xPU da 400G a 800G, 1,6T e 3,2T, affiancando Optical Circuit Switching, NPO, CPO e nuove fibre per costruire domini di interconnessione sempre più estesi e a bassa latenza. La strategia Huawei per le reti AI-native aveva già portato le infrastrutture ottiche al centro dei cluster e dei collegamenti data center, ma il modulo da 7,2 Tbps porta il confronto direttamente sul livello fisico dell’interconnessione tra gli acceleratori.

Il collo di bottiglia dell’AI non è più soltanto la potenza delle NPU

L’aumento delle prestazioni dei singoli acceleratori sta rendendo sempre più importante la capacità di farli comunicare come un unico sistema. Huawei stessa osserva nella propria ricerca sulle interconnessioni ottiche per l’AI che, durante l’addestramento dei foundation model, il tempo dedicato alla comunicazione può diventare una componente significativa del tempo computazionale totale. Nei modelli Mixture-of-Experts, per esempio, operazioni All-to-All possono occupare fino al 40% del tempo complessivo di training nello scenario citato dall’azienda. A quel punto aggiungere acceleratori non produce un incremento proporzionale delle prestazioni se GPU o NPU trascorrono una quota crescente del tempo aspettando dati provenienti dagli altri nodi.

La fotonica diventa quindi una parte strutturale del sistema AI e non più un semplice componente della rete. La transizione da ottiche pluggable a NPO e Co-Packaged Optics era già emersa nella corsa globale ai chip fotonici per data center: avvicinare la conversione ottica al silicio riduce la distanza percorsa dai segnali elettrici, ma rende contemporaneamente più complessi packaging, raffreddamento e manutenzione. Huawei prova ora a collocarsi proprio in questa fascia intermedia con 7,2 Tbps, contro i motori ottici da 6,4 Tbps già sviluppati da Broadcom per architetture CPO.

Leggi anche: Huawei porta l’AI nei data center con cluster oltre 100.000 acceleratori e 200 EFLOPS

Il processo statunitense riporta Huawei agli anni della crescita internazionale

Mentre a Shenzhen Huawei mostra la propria capacità tecnologica attuale, a Brooklyn la giustizia statunitense torna invece sulle modalità con cui l’azienda avrebbe costruito parte della propria crescita internazionale nei decenni precedenti. Il processo deriva dal superseding indictment del 2020, nel quale il Department of Justice accusò Huawei e diverse società collegate di conspiracy RICO e conspiracy to steal trade secrets. Secondo l’accusa, il gruppo avrebbe utilizzato nel corso degli anni violazioni di accordi di riservatezza, reclutamento di dipendenti di aziende concorrenti e altri strumenti per ottenere proprietà intellettuale relativa, tra l’altro, a codice sorgente di router, antenne cellulari e tecnologie robotiche.

Sono accuse penali, non fatti giudizialmente accertati. Il DOJ stesso specifica che gli imputati sono presunti innocenti fino a eventuale condanna. Huawei ha sempre respinto l’impianto accusatorio e nel proprio statement sull’incriminazione del 2020 ha sostenuto che il governo statunitense abbia trasformato controversie commerciali e di proprietà intellettuale in un procedimento penale politicamente motivato, affermando che nessuno dei propri prodotti sarebbe stato sviluppato attraverso il furto di segreti industriali. Il processo apertosi nel settembre 2026 porta ora quelle due versioni davanti a una giuria federale dopo anni di scontri diplomatici, restrizioni tecnologiche e procedimenti paralleli.

Fujitsu entra nel processo con l’episodio della fiera del 2004

Il secondo giorno di testimonianze concentra l’attenzione su Fujitsu e su un episodio risalente al 2004. Secondo la ricostruzione presentata dall’accusa, un dipendente Huawei avrebbe fotografato apparecchiature di networking Fujitsu dopo l’orario di chiusura di una fiera commerciale. Il governo statunitense intende utilizzare il caso all’interno della propria tesi più ampia secondo cui l’appropriazione di informazioni tecnologiche dei concorrenti non sarebbe stata costituita da episodi isolati, ma avrebbe fatto parte di una condotta protratta nel tempo. La difesa contesta direttamente questa lettura. Durante l’apertura del processo, l’avvocato Brian Heberlig ha sostenuto che Huawei punì il dipendente coinvolto, definendo l’episodio un atto individuale e irresponsabile, e quindi incompatibile con l’idea che fotografare l’hardware Fujitsu rappresentasse una politica aziendale. La cronaca dell’udienza di Brooklyn riferisce che una testimonianza centrale sul caso Fujitsu è destinata proprio a confrontare queste due interpretazioni. La distinzione è decisiva per un procedimento RICO. All’accusa non basta dimostrare che un dipendente abbia commesso un comportamento scorretto: deve sostenere il quadro più ampio contestato nell’indictment e collegare gli episodi utilizzati come prove alla presunta condotta dell’impresa. Huawei, al contrario, ha interesse a frammentare quella ricostruzione mostrando casi differenti, decisioni individuali e controversie commerciali non riconducibili a un’unica strategia criminale.

Dalle accuse IP alla leadership nelle infrastrutture cambia il peso del processo

Il contenzioso arriva in una fase nella quale Huawei non è più soltanto il produttore cinese che cerca di entrare nei mercati occidentali. Il gruppo possiede una posizione rilevante in reti, ottica, storage, cloud e acceleratori AI e sta costruendo un ecosistema sempre più integrato intorno a Ascend, ai SuperPoD e alle infrastrutture proprietarie di interconnessione. La leadership Huawei nel microwave backhaul è già stata letta insieme a vent’anni di controversie sulla proprietà intellettuale, dalle dispute con Cisco e T-Mobile fino agli accordi di licensing con Qualcomm. Questa evoluzione rende il processo americano industrialmente più importante del semplice recupero di vicende risalenti a oltre vent’anni fa. La procura sostiene che parte del vantaggio competitivo sarebbe stato costruito attraverso appropriazione indebita di tecnologie. Huawei risponde che la propria posizione deriva dagli investimenti in ricerca, dal portafoglio brevettuale e dallo sviluppo interno. Il modulo ottico da 7,2 Tbps costituisce, indirettamente, il contesto contemporaneo dentro il quale quella disputa viene giudicata: oggi l’azienda compete proprio nelle tecnologie considerate più strategiche per l’AI e le telecomunicazioni.

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La battaglia Huawei si gioca contemporaneamente su banda e proprietà tecnologica

I due sviluppi apparentemente lontani finiscono così per incontrarsi sullo stesso terreno. Nei data center AI, Huawei vuole dimostrare di poter controllare una quota crescente dello stack che va dall’acceleratore alla memoria, dallo storage fino all’interconnessione ottica, riducendo i colli di bottiglia che impediscono a migliaia di processori di operare come un solo sistema. Negli Stati Uniti deve invece difendere davanti a una giuria l’origine di una parte del proprio patrimonio tecnologico e respingere l’accusa secondo cui la crescita internazionale dell’azienda sarebbe stata accompagnata da una condotta sistematica di appropriazione di segreti industriali. Il processo è appena iniziato e nessuna delle accuse oggi dibattute può essere presentata come una responsabilità già accertata. Il dato industriale è invece misurabile: Huawei è passata dall’essere un concorrente inseguitore nelle telecomunicazioni a sviluppare tecnologie sulle quali si gioca l’architettura dei futuri cluster AI. È proprio questa trasformazione a spiegare perché proprietà intellettuale, restrizioni commerciali, semiconduttori e reti ottiche siano ormai parti dello stesso confronto tra Stati Uniti e Cina. La competizione non riguarda soltanto chi costruisce il chip più veloce, ma chi possiede e può dimostrare di possedere legittimamente le tecnologie che permettono a milioni di miliardi di operazioni di muoversi tra quei chip.

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