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DTU crea un nanolaser che concentra luce ed elettroni e punta a dimezzare i consumi dei chip

⚙️ Da sapere

  • Il nanolaser concentra simultaneamente fotoni ed elettroni in un nanobridge dielettrico, aumentando l’interazione luce-materia senza le perdite tipiche delle strutture plasmoniche.
  • Il dispositivo funziona a temperatura ambiente in modalità continua, ma oggi viene ancora pompato otticamente e non alimentato direttamente con corrente elettrica.
  • DTU stima che future interconnessioni ottiche integrate potrebbero ridurre fino alla metà i consumi dei computer, ma l’applicazione industriale richiede ancora diversi anni.

Un gruppo della Technical University of Denmark ha realizzato un nanolaser capace di confinare contemporaneamente luce ed elettroni in una regione estremamente piccola, ottenendo emissione laser continua a temperatura ambiente con una soglia energetica ridotta. Il risultato, pubblicato su Science Advances, interessa direttamente la fotonica integrata: in prospettiva migliaia di dispositivi analoghi potrebbero essere inseriti su un singolo chip per trasferire dati attraverso fotoni invece che attraverso collegamenti elettrici. DTU stima che questa transizione possa arrivare a dimezzare il consumo energetico dei computer, ma il risultato non va confuso con un chip già pronto per il mercato: il prototipo viene ancora eccitato otticamente e la sfida decisiva resta trasformarlo in un laser alimentato elettricamente.

Il nanolaser concentra nello stesso punto fotoni e portatori di carica

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Lo studio A nanolaser with extreme dielectric confinement, firmato da Meng Xiong, Yi Yu, Yury Berdnikov, Simon Klinck Borregaard, Adrian Holm Dubré, Elizaveta Semenova, Kresten Yvind e Jesper Mørk, introduce una cavità a extreme dielectric confinement, EDC, costruita attorno a un minuscolo nanobridge semiconduttore. La struttura è progettata in modo che il campo elettromagnetico e i portatori di carica eccitati si concentrino nello stesso hotspot: non viene quindi minimizzato soltanto il volume del modo ottico, ma anche il volume effettivo nel quale luce e materia possono interagire. Nel dispositivo sperimentale il volume del modo scende a 0,88[λ/(2n)]³, quindi al di sotto del limite di diffrazione utilizzato come riferimento, mentre la cavità mantiene un fattore di qualità sufficiente per ottenere lasing continuo a temperatura ambiente. Il vantaggio rispetto alle strutture plasmoniche è importante: i metalli riescono a concentrare fortemente la luce, ma introducono perdite ohmiche; una nanostruttura dielettrica può invece ottenere confinamento estremo senza pagare lo stesso costo dissipativo.

Il punto chiave non è avere semplicemente costruito un laser più piccolo

La rilevanza scientifica del lavoro deriva soprattutto dalla co-localizzazione di luce e materia. Nei nanolaser tradizionali ridurre il volume della cavità non garantisce automaticamente che anche gli elettroni disponibili per l’emissione si trovino nella regione dove il campo ottico è massimo. Il gruppo DTU mostra invece che la geometria EDC concentra naturalmente anche i portatori eccitati, migliorando la sovrapposizione spaziale tra distribuzione elettronica e modo ottico. Gli autori introducono per questo una nuova grandezza, definita interaction volume, pensata per descrivere meglio l’efficienza dell’interazione nei dispositivi attivi rispetto al semplice mode volume. Il laser è realizzato in una membrana di fosfuro di indio da 250 nanometri, contenente tre quantum well InGaAsP, e viene fabbricato attraverso litografia elettronica. La ricerca dimostra quindi un dispositivo fisico funzionante, non soltanto una simulazione, distinguendosi da diversi progetti fotonici ancora limitati alla modellazione numerica.

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Portare la luce dentro il chip riduce uno dei costi energetici del calcolo

Il problema che DTU cerca di affrontare non riguarda principalmente la capacità della CPU di eseguire operazioni, ma l’energia necessaria per spostare i dati. Le comunicazioni Internet a lunga distanza utilizzano già fibre ottiche perché i fotoni permettono di trasferire grandi quantità di informazioni con perdite contenute. All’interno dei processori e tra i componenti di un sistema, invece, il segnale rimane in larga parte elettrico. All’aumentare della velocità e della distanza, queste interconnessioni dissipano energia sotto forma di calore e richiedono circuiteria aggiuntiva per mantenere l’integrità del segnale. La crescita dei cluster AI rende il problema ancora più evidente, perché un numero crescente di acceleratori deve continuamente scambiarsi grandi quantità di dati. La fotonica sta già diventando uno dei livelli decisivi dei data center AI, con l’industria che sposta progressivamente moduli ottici, NPO e CPO sempre più vicino al silicio. Il nanolaser DTU porta questa logica ancora più in profondità: generare direttamente la luce sul chip con dispositivi abbastanza piccoli da poterne integrare migliaia.

Il possibile dimezzamento dei consumi è una stima, non un risultato sperimentale

Il dato più spettacolare associato alla ricerca richiede quindi una precisazione. Jesper Mørk stima che l’impiego esteso di nanolaser e comunicazioni ottiche nei computer possa ridurre i consumi fino al 50%, ma lo studio non misura un computer completo che consuma effettivamente la metà. Il prototipo dimostra il funzionamento del nanolaser e il basso threshold ottenuto dal confinamento estremo; il risparmio energetico di sistema riguarda invece una futura architettura nella quale molte interconnessioni elettriche vengano sostituite da collegamenti fotonici. Il beneficio dipenderà dal consumo dei laser, dai modulatori, dai ricevitori, dalla conversione tra domini elettrico e ottico e dall’efficienza dell’intero package. È comunque proprio questo equilibrio energetico a spiegare perché la produzione di chip fotonici stia attirando nuovi processi industriali, compresa la nanoimprint cinese di Prinano: aumentare il compute senza ridurre il costo del movimento dei dati rischia di trasformare l’interconnessione nel vero limite dei futuri sistemi.

L’ostacolo decisivo è trasformarlo in un laser alimentato elettricamente

Il prototipo DTU funziona oggi attraverso pompaggio ottico: una sorgente laser esterna illumina il dispositivo e genera i portatori necessari all’emissione. Per diventare realmente utile all’interno di CPU, acceleratori e altri circuiti integrati deve invece essere possibile iniettare elettricamente gli elettroni nel nanobridge e produrre luce senza una sorgente esterna. DTU identifica esplicitamente questo passaggio come la prossima grande sfida. Solo dopo sarà possibile valutare integrazione su larga scala, rendimento produttivo, stabilità termica, durata e accoppiamento con waveguide e circuiti fotonici. I ricercatori ritengono che le difficoltà residue possano essere superate in 5-10 anni, una previsione che va interpretata come roadmap scientifica e non come data commerciale. La struttura EDC può inoltre trovare applicazioni fuori dal computing: l’intensa concentrazione del campo elettromagnetico potrebbe migliorare sensori biologici e sistemi di imaging ad alta risoluzione.

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Il nanolaser risolve un problema fisico ma non ancora quello industriale

Il risultato della Technical University of Denmark è importante perché dimostra sperimentalmente che è possibile ottenere lasing continuo a temperatura ambiente con confinamento dielettrico estremo, mantenendo nello stesso hotspot sia il campo ottico sia i portatori di carica. Questo permette di ridurre la soglia energetica senza ricorrere alle perdite tipiche dei nanolaser plasmonici e apre la possibilità di costruire sorgenti sufficientemente piccole da essere integrate in grande numero. La distanza da un processore fotonico commerciale resta però significativa. Servono alimentazione elettrica, integrazione con la fabbricazione CMOS, connessioni ottiche efficienti e una produzione ripetibile su milioni di componenti. Il risultato non dimostra quindi che il prossimo computer consumerà automaticamente il 50% in meno. Dimostra qualcosa di più circoscritto ma necessario: uno dei componenti finora troppo grande o inefficiente per portare la comunicazione ottica direttamente dentro il chip può essere ridotto alla scala richiesta mantenendo il funzionamento continuo a temperatura ambiente. Se l’iniezione elettrica riuscirà a preservare queste caratteristiche, il nanolaser potrà diventare uno dei mattoni con cui sostituire parte dei collegamenti elettrici che oggi trasformano sempre più energia dei processori in calore.

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