kids act europa social minori 13 15 anni

Kids Act, l’UE cambia le regole dei social: niente account personali sotto i 15 anni

📌 In Sintesi

  • Il Kids Act annunciato dalla Commissione prevede niente social sotto i 13 anni e nessun account personale autonomo prima dei 15.
  • Tra 13 e 15 anni sarebbero ammessi mini-account creati e supervisionati dai genitori, con funzioni limitate e restrizioni temporali.
  • Dai 15 ai 18 anni scatterebbero obblighi di safe design: von der Leyen vuole che siano le piattaforme a dimostrare di essere sicure.

L’Unione europea prepara il più netto intervento finora annunciato sull’accesso dei minori alle piattaforme digitali. Nel discorso sullo Stato dell’Unione 2026, Ursula von der Leyen ha anticipato il Kids Act che la Commissione presenterà il giorno successivo: nessun social media sotto i 13 anni, nessun account personale autonomo sotto i 15, profili supervisionati dai genitori tra 13 e 15 anni e obblighi di safe design fino ai 18. La novità non riguarda quindi soltanto l’età minima. Bruxelles vuole spostare il principio regolatorio: non saranno più i genitori a dover dimostrare continuamente che una piattaforma è pericolosa, ma le piattaforme a dover dimostrare che l’ambiente offerto ai minori è sufficientemente sicuro.

Il Kids Act introduce tre fasce invece di un unico divieto

Annuncio

La struttura annunciata da von der Leyen è graduata. Sotto i 13 anni l’accesso ai social sarebbe escluso. Dai 13 anni e fino al compimento dei 15 diventerebbero possibili soltanto “mini accounts” creati e supervisionati dai genitori, con funzionalità ridotte e limitazioni del tempo di utilizzo. Tra 15 e 18 anni l’utente potrebbe invece utilizzare servizi più completi, ma le piattaforme dovrebbero applicare obblighi specifici di safe design. Il sistema rompe quindi con l’idea di una singola soglia anagrafica valida per qualsiasi servizio e qualsiasi età. La Commissione prepara da mesi questo passaggio: il panel speciale sulla sicurezza dei minori online ha lavorato proprio su un limite comune europeo, sulle piattaforme social, sul gaming, sui servizi AI e sugli effetti di un utilizzo differenziato secondo l’età. Il rapporto finale è stato consegnato a luglio 2026 dopo incontri con ricercatori, educatori, giovani e famiglie.

Bruxelles non parte da zero: la verifica dell’età è già tecnicamente pronta

Un divieto basato sull’età funziona soltanto se esiste un modo per verificare l’età senza chiedere a ogni piattaforma una copia del documento d’identità. È qui che il Kids Act si collega all’infrastruttura sviluppata dall’Unione nell’ultimo anno. La Commissione ha già realizzato un blueprint europeo per la verifica anonima dell’età che permette di dimostrare di avere superato una determinata soglia senza comunicare nome, data di nascita o identità completa al servizio online. Il proof-of-age può essere emesso utilizzando identità elettroniche, passaporti, documenti oppure applicazioni già in possesso di informazioni anagrafiche; successivamente il legame tra prova e soggetto che l’ha generata viene interrotto. Italia, Francia, Danimarca, Grecia e Spagna fanno parte dei Paesi che hanno già lavorato alla personalizzazione della soluzione. Ad aprile 2026 la Commissione ha chiesto agli Stati di rendere disponibili strumenti compatibili entro la fine dell’anno.

Leggi anche: Tutti pazzi per la difesa dei minori dopo vent’anni di social senza freni

La vera svolta è il ribaltamento dell’onere della prova sulle Big Tech

Il passaggio politicamente più importante del discorso non riguarda però il numero 13 o il numero 15. Von der Leyen afferma che la Commissione vuole “reverse the burden of proof”: saranno le piattaforme a dover dimostrare di essere sicure. Il concetto sposta la tutela dei minori dalla responsabilità individuale della famiglia alla progettazione stessa del servizio. Feed infiniti, sistemi di raccomandazione, notifiche, autoplay, meccanismi di engagement e strumenti di generazione AI entrano quindi potenzialmente nello stesso perimetro. Il Digital Services Act contiene già obblighi specifici per la protezione dei minori e vieta la pubblicità basata sulla profilazione quando una piattaforma sa con ragionevole certezza che l’utente è minorenne. Le linee guida europee del 2025 hanno inoltre definito misure su sistemi di raccomandazione, privacy e interfacce. Il Kids Act, almeno nella formulazione annunciata, dovrebbe trasformare queste misure in un quadro più esplicitamente collegato all’età e alla progettazione preventiva del servizio.

Quattro-sei ore di schermo diventano un argomento regolatorio

Von der Leyen utilizza anche dati sul tempo passato davanti agli schermi per giustificare l’intervento. Una rilevazione europea pubblicata dalla Commissione a giugno indica una media di circa 4,5 ore online nei giorni di scuola e oltre 6 ore durante il fine settimana tra i giovani intervistati. La Commissione collega un avvio più precoce sui social a un maggiore tempo complessivo trascorso online e richiama effetti su sonno, benessere e salute. La correlazione non significa che ogni problema psicologico o sociale possa essere attribuito direttamente allo smartphone, né che togliere un’applicazione produca automaticamente un miglioramento. Ma fornisce a Bruxelles la base per trattare il design delle piattaforme come un elemento di rischio regolatorio, nello stesso modo in cui già valuta altri prodotti destinati a categorie vulnerabili.

L’AI generativa entra nel problema perché abbassa il costo degli abusi

Il discorso collega inoltre la protezione dei minori all’intelligenza artificiale generativa, citando esplicitamente il rischio che fotografie di ragazze vengano utilizzate per creare immagini sessualizzate artificialmente. Il passaggio è importante perché estende il problema oltre il feed social tradizionale: non conta soltanto ciò che il minore visualizza, ma anche ciò che altri utenti possono generare utilizzando i suoi contenuti. Fotografie pubblicate legittimamente possono diventare input per sistemi di manipolazione automatica, con un costo tecnico ormai prossimo allo zero. Per le piattaforme questo significa che moderazione, sistemi di segnalazione e tutela dell’identità dovranno misurarsi con una quantità di contenuti sintetici che può crescere molto più rapidamente della capacità umana di revisarli. È lo stesso problema che rende delicato il dibattito europeo sul CSAM e sulle tecniche di controllo delle comunicazioni: proteggere i minori non elimina la necessità di preservare proporzionalità, privacy e garanzie nelle tecnologie utilizzate.

Il problema tecnico sarà distinguere l’età senza costruire una nuova identità digitale obbligatoria

Il punto più delicato del Kids Act sarà quindi l’implementazione. Un sistema di verifica dell’età efficace può ridurre l’accesso dei bambini ai servizi vietati, ma una soluzione progettata male potrebbe creare un’enorme infrastruttura di identificazione permanente degli utenti Internet. La tecnologia europea punta proprio a evitare questo risultato attraverso proof-of-age anonime, nelle quali il servizio riceve soltanto la conferma che l’utente ha superato una soglia. La Commissione dichiara che il proprio blueprint utilizza anche tecnologie zero-knowledge e non dovrebbe permettere al provider di ricostruire l’identità della persona. Saranno però decisive implementazione, audit indipendenti, interoperabilità e sicurezza dei soggetti autorizzati a emettere le attestazioni. L’obiettivo dichiarato di proteggere i minori può reggere soltanto se la verifica dell’età non diventa un sistema generale di tracciamento degli adulti.

Continua con:

Il Kids Act trasforma la protezione dei minori da impostazione opzionale a requisito di prodotto

La proposta annunciata da von der Leyen cambia soprattutto la posizione delle piattaforme. Per anni parental control, modalità junior, limiti temporali e filtri sono stati trattati come strumenti aggiuntivi che una famiglia poteva decidere di attivare. Il Kids Act parte invece dal presupposto opposto: quando il servizio viene utilizzato da un minore, la protezione deve essere incorporata nell’architettura del prodotto. La distinzione tra under 13, 13-15 e 15-18 rende la proposta molto più articolata di un semplice “social vietato ai minori”. Richiede account differenziati, prova dell’età, consenso parentale, limiti funzionali, interfacce adattate e sistemi di raccomandazione progettati per utenti vulnerabili. Significa anche costringere piattaforme globali a mantenere esperienze diverse a seconda della giurisdizione e dell’età. La sfida sarà evitare due estremi. Da una parte un divieto facilmente aggirabile inserendo una data di nascita falsa; dall’altra una verifica invasiva che obblighi ogni cittadino a identificarsi per utilizzare Internet. Il Kids Act potrà essere giudicato proprio su questo equilibrio: proteggere realmente i minori senza trasformare la tutela dei bambini nel precedente tecnico per identificare tutti.

Iscriviti alla Newsletter

Non perdere le analisi settimanali: Entra nella Matrice Digitale.

Matrice Digitale partecipa al Programma Affiliazione Amazon EU. In qualità di Affiliato Amazon, ricevo un guadagno dagli acquisti idonei. Questo non influenza i prezzi per te.

Torna in alto