Paolo Benanti, il caso Guillou e il grande paradosso dell’editoria italiana

Padre Paolo Benanti ha trovato nella storia di Nicolas Guillou una rappresentazione quasi perfetta dello strapotere raggiunto dalle grandi piattaforme tecnologiche: un magistrato della Corte penale internazionale colpito dalle sanzioni statunitensi che scopre improvvisamente quanto una parte della propria esistenza dipenda da servizi digitali e finanziari controllati da soggetti privati. Il caso è potente, la metafora funziona e il problema esiste. Ma proprio per questo diventa inevitabile porre a Benanti una domanda molto meno filosofica:

cosa è stato fatto in Italia, durante gli anni nei quali lui stesso è diventato uno dei protagonisti della governance nazionale dell’intelligenza artificiale, per impedire che editori, giornalisti e cittadini dipendessero sempre di più dalle stesse infrastrutture private che oggi denuncia?

image 965
Paolo Benanti, il caso Guillou e il grande paradosso dell’editoria italiana 2

È questa la contraddizione che rende Il caso Guillou. Storia di un’identità cancellata molto più interessante del semplice libro appena pubblicato da Silvio Berlusconi Editore. La casa editrice presenta Nicolas Guillou come vittima di una vera e propria «morte digitale»: il magistrato francese della Corte penale internazionale, raggiunto nel 2025 dalle sanzioni americane, si sarebbe trovato senza alcuni servizi digitali e finanziari sui quali faceva affidamento. Benanti utilizza la vicenda per descrivere una trasformazione del potere contemporaneo nella quale Stati, piattaforme tecnologiche e infrastrutture finanziarie possono concorrere a rendere materialmente inefficaci diritti che sulla carta continuano a esistere. È una questione che merita di essere affrontata perché investe direttamente la sovranità europea, ma diventa ancora più interessante se applicata all’universo dell’informazione italiana, dove da anni una parte consistente della capacità di raggiungere il pubblico è affidata agli algoritmi di società private. Matrice Digitale sostiene da tempo che la nuova censura industriale non abbia necessariamente bisogno di cancellare una testata, chiudere una tipografia o impedire a un giornalista di scrivere. Nell’ambiente digitale è sufficiente modificare la distribuzione: diminuire la presenza nella ricerca, cambiare Discover, trattenere l’utente attraverso una risposta generata dall’AI oppure rendere economicamente irrilevante il traffico inviato alle fonti. Nell’inchiesta AGCOM porta Google in Europa per l’IA, ma il modello è già al collasso questo giornale aveva descritto AI Overviews come l’ultimo passaggio di un processo iniziato molto prima dell’intelligenza artificiale generativa: Google non deve eliminare l’editore se può progressivamente rendere meno necessario raggiungerlo. Pochi mesi dopo, con Google Discover mette l’AI prima del clic, il problema è diventato ancora più evidente: persino Discover sta sperimentando superfici nelle quali il primo passaggio dell’utente può avvenire dentro Google prima di raggiungere il produttore originario dell’informazione.

Dal caso Guillou al caso dell’editoria italiana

Annuncio

Il punto non è contestare la tesi di Benanti. Al contrario, è prenderla sul serio fino alle conseguenze che il libro non può evitare. Se dipendere da Google, Meta, infrastrutture finanziarie e piattaforme statunitensi può trasformarsi in un problema di sovranità quando viene colpito un magistrato internazionale, la stessa domanda deve essere posta quando quella dipendenza riguarda un settore costituzionalmente decisivo come l’informazione. Un editore può essere formalmente libero di pubblicare e contemporaneamente dipendere da un’altra impresa per essere trovato; può possedere il proprio dominio ma affidarsi a Google per Search e Discover; può produrre l’informazione sostenendone integralmente i costi e ritrovarsi con una sintesi generata dall’intelligenza artificiale collocata prima del collegamento alla fonte.

La libertà di pubblicare e la capacità di raggiungere il pubblico non sono più necessariamente la stessa cosa.

Non è più soltanto Matrice Digitale a porre il problema. Il 30 aprile 2026 AGCOM ha trasmesso alla Commissione europea la segnalazione FIEG sui servizi AI Overviews e AI Mode di Google. La documentazione dell’Autorità è estremamente chiara: la Federazione degli editori ha denunciato una possibile riduzione della visibilità e reperibilità dei contenuti editoriali, conseguenze sulla sostenibilità economica soprattutto dei soggetti piccoli e indipendenti e rischi per libertà d’informazione e pluralismo. AGCOM, dopo avere ascoltato Google, FIEG e FISC, ha ritenuto la questione sufficientemente rilevante da sottoporla alla Commissione europea nell’ambito del Digital Services Act. Questo non dimostra automaticamente le violazioni contestate, che devono essere accertate nelle sedi competenti, ma certifica l’esistenza istituzionale del problema che per anni era stato liquidato troppo facilmente come lamentela degli editori incapaci di adattarsi al digitale.

Ed è precisamente qui che entra Paolo Benanti. Non soltanto il teologo che oggi denuncia lo strapotere delle piattaforme, ma il Paolo Benanti che da quasi tre anni presiede l’organismo governativo creato proprio per studiare l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla produzione e sulla diffusione dell’informazione.

Benanti non osserva il sistema dall’esterno: ne fa parte

La Commissione Intelligenza Artificiale per l’informazione viene istituita presso il Dipartimento per l’informazione e l’editoria dal sottosegretario Alberto Barachini. Il sito del Governo ne definisce espressamente il mandato: studiare l’impatto dell’AI sul diritto d’autore, sulla produzione e sulla diffusione dei contenuti informativi. I lavori iniziano il 24 ottobre 2023. La presidenza viene inizialmente affidata a Giuliano Amato; Benanti è già componente della Commissione e, dopo l’uscita dell’ex presidente della Corte costituzionale, viene scelto da Barachini per guidarla. Matrice Digitale raccontò entrambe le fasi, prima con Intelligenza artificiale, l’editoria in crisi si affida ad Amato e appena due giorni dopo con Paolo Benanti promosso alla guida della Commissione sull’Intelligenza Artificiale. La Commissione consegna una prima relazione alla presidente del Consiglio il 26 marzo 2024 e continua successivamente la propria attività.

La presenza istituzionale di Benanti nel frattempo si allarga. Nell’ottobre 2023 entra nell’High-level Advisory Body on Artificial Intelligence istituito dal segretario generale delle Nazioni Unite. Formalmente è necessario essere precisi: non risulta nominato all’ONU quale rappresentante del governo italiano né di Forza Italia. La rappresentanza italiana alle Nazioni Unite scrive esplicitamente nel 2024 che Benanti vi partecipa come esperto «serving in his personal capacity». Ma fermarsi a questa precisazione formale significherebbe perdere il dato politicamente interessante. La stessa dichiarazione diplomatica italiana rivendica infatti con orgoglio la presenza del professore italiano nell’organismo ONU mentre descrive l’impegno del Governo nella governance globale dell’AI; parallelamente Benanti guida in Italia la Commissione voluta da Barachini, sottosegretario espressione di Forza Italia, ed è da anni una delle figure centrali dell’elaborazione vaticana sull’etica dell’intelligenza artificiale. Il Vaticano lo presenta come direttore scientifico della Fondazione RenAIssance e membro dell’Advisory Body ONU. Nel 2026 la sua presenza nella governance nazionale si consolida ulteriormente con l’ingresso nel nuovo comitato strategico italiano sull’intelligenza artificiale.

Nessuno di questi elementi, isolatamente o sommati, dimostra che Forza Italia abbia determinato la nomina ONU di Benanti. Ma un’inchiesta non è obbligata a ignorare una filiera soltanto perché non possiede il verbale di una telefonata che ne certifichi la regia. Può invece ricostruire una sequenza documentale: Vaticano, organismo ONU, Commissione governativa istituita da Barachini, progressiva centralità nella governance italiana dell’AI e, oggi, pubblicazione del nuovo libro con Silvio Berlusconi Editore. Il fatto documentabile è la sequenza. L’esistenza di una strategia politica unitaria resta una chiave interpretativa da sottoporre al lettore, non un fatto che le fonti disponibili consentano di certificare.

Il cortocircuito Berlusconi entra anche in libreria

È proprio la casa editrice scelta per Il caso Guillou a rendere questa storia particolarmente singolare. Benanti denuncia attraverso Nicolas Guillou il potere delle Big Tech in un volume pubblicato da Silvio Berlusconi Editore, mentre l’organismo governativo da lui presieduto è stato istituito dal sottosegretario Alberto Barachini, esponente di Forza Italia e figura proveniente professionalmente dall’universo Mediaset. Anche qui non esiste alcuna prova che il contratto editoriale condizioni l’attività istituzionale di Benanti, né sarebbe giornalisticamente serio sostenerlo senza documentazione. Esiste però un intreccio di relazioni pubbliche e perfettamente visibili che merita di essere raccontato, soprattutto perché il sistema industriale riconducibile alla famiglia Berlusconi si trova oggi a fronteggiare esattamente la pressione delle piattaforme globali che costituisce il tema del libro. Matrice Digitale lo ha mostrato nell’approfondimento Mediaset contro YouTube: Audicom cambia il mercato degli ascolti televisivi: per MFE il confronto industriale non è più soltanto con Rai o La7, perché YouTube, Netflix e le altre piattaforme competono per lo stesso tempo degli utenti e per una quota crescente del mercato pubblicitario. Il paradosso è evidente. Il mondo editoriale e televisivo italiano teme legittimamente lo strapotere delle piattaforme; la politica cerca di governarlo; uno dei principali esperti scelti per affrontare la trasformazione scrive un libro proprio contro quel potere; ma nel frattempo la dipendenza strutturale dell’informazione italiana da Google non appare diminuita.

Tre anni di Commissione e Google arriva fino a Bruxelles

È qui che il giudizio sull’esperienza della Commissione deve smettere di essere personale e diventare politico. Non è serio attribuire a Benanti la crisi dell’editoria, che precede di molti anni la sua presidenza. È invece perfettamente legittimo confrontare il mandato ricevuto con la situazione maturata durante il suo esercizio. Barachini aveva indicato due orizzonti: tutela del diritto d’autore e difesa dell’originalità del lavoro giornalistico. Il Governo rivendica inoltre il contributo della Commissione alla legislazione italiana sull’intelligenza artificiale e, nel 2026, lo stesso Barachini ha ringraziato pubblicamente Benanti e i commissari per il contributo fornito al testo normativo. Ma sul terreno industriale la fotografia è molto meno rassicurante. È stata la FIEG, nell’ottobre 2025, a chiedere formalmente l’intervento di AGCOM contro AI Overviews. È stata AGCOM, nel 2026, a portare il dossier alla Commissione europea. Nel frattempo Google ha continuato a sviluppare AI Mode e nuove superfici di Discover che aumentano la propria capacità di intermediare il rapporto tra lettore e fonte. La domanda che Matrice Digitale pone quindi alla Commissione è elementare: quale riequilibrio concreto del potere distributivo tra piattaforme ed editori è stato prodotto dal lavoro iniziato nel 2023? Non basta avere discusso di copyright, responsabilità, etichettatura dei contenuti e deepfake se contemporaneamente il problema economico fondamentale rimane nelle mani di chi controlla l’accesso al pubblico. Questa critica attraversa una lunga parte dell’attività editoriale della testata. In Sciopero dei giornalisti: Benanti e Baracchini brindano alle spalle dell’informazione veniva contestata la distanza tra la proliferazione di tavoli istituzionali e la condizione materiale delle redazioni; in Baracchini e Benanti “Ciulliano” nel manico dell’editoria mentre la LUISS ringrazia veniva messo sotto osservazione il rapporto ricorrente tra istituzioni, mondo accademico e Google attraverso la figura del responsabile delle relazioni istituzionali dell’azienda in Italia Diego Ciulli; infine La Google mafia umilia e sottopaga gli editori dopo aver rubato ai lettori ha ricondotto traffico, advertising e AI Overviews allo stesso problema strutturale: un editore può dipendere dallo stesso ecosistema per essere trovato, distribuire i propri contenuti e monetizzarli.

Si finanziano le edicole mentre Google decide chi arriva ai lettori

Il contrasto diventa ancora più evidente osservando le politiche tradizionali per l’editoria. Barachini ha rivendicato un pacchetto da 17 milioni di euro destinato anche alla rete delle edicole, con oltre 10 milioni orientati al sostegno dei punti vendita. È una politica legittima: le edicole costituiscono una rete commerciale e sociale che rischia di scomparire e il Governo può decidere di preservarla. Ma sostenere la distribuzione fisica non risolve il problema della distribuzione algoritmica. Un contributo può mantenere aperto un punto vendita; non modifica il ranking di Google, non restituisce traffico sottratto da una risposta sintetica e non cambia il rapporto di forza tra una piccola testata e una piattaforma globale. La contraddizione non consiste quindi nell’aiutare le edicole, ma nel continuare a ragionare con gli strumenti economici della vecchia filiera mentre il collo di bottiglia della nuova filiera è diventato tecnologico. Un giornale invenduto ha un costo evidente, compresi carta, stampa, logistica e distribuzione. Un articolo che nessuno raggiunge perché un algoritmo ha modificato la sua esposizione ha invece un costo invisibile, ma per un editore digitale può essere persino più grave. È qui che la politica italiana appare ancora legata a una concezione dell’editoria nella quale bisogna salvare il prodotto, mentre la battaglia contemporanea riguarda soprattutto il controllo dell’accesso al pubblico.

Deepfake e disinformazione sono il problema più comodo

Negli stessi anni una parte rilevante del dibattito istituzionale sull’intelligenza artificiale applicata all’informazione si è concentrata su deepfake, contenuti sintetici, disinformazione e riconoscibilità del materiale generato artificialmente. Sono problemi reali e la legge italiana sull’AI ha introdotto anche una disciplina specifica sul terreno dei deepfake, valorizzata pubblicamente da Barachini. Ma il rischio è che il dibattito sulla falsità del contenuto finisca per oscurare la questione molto più materiale della sua distribuzione. La campagna politica ha già mostrato quanto il confine sia complesso. I contenuti sintetici possono essere dichiaratamente artificiali e mantenere ugualmente una capacità propagandistica enorme. La domanda decisiva non riguarda soltanto chi abbia prodotto un’immagine, ma perché quell’immagine sia stata mostrata a milioni di persone mentre un’altra informazione rimane invisibile. Regolare il deepfake senza affrontare l’algoritmo significa intervenire sul prodotto lasciando quasi intatto il sistema che ne determina la potenza.

Da Trump ad Autistici/Inventati, il problema è avere una regola valida per tutti

Il libro di Benanti offre inoltre l’occasione per affrontare un’altra contraddizione del dibattito occidentale: il potere delle piattaforme diventa improvvisamente intollerabile quando colpisce un soggetto che si considera meritevole di tutela, mentre per anni una parte consistente della cultura politica europea ha considerato accettabili forme molto invasive di moderazione quando riguardavano soggetti ritenuti pericolosi, irresponsabili o semplicemente incompatibili con determinate policy. Il caso della sospensione di Donald Trump dalle principali piattaforme dopo il 6 gennaio 2021 rimane il precedente più evidente: indipendentemente dal giudizio sul comportamento dell’allora presidente americano, società private arrivarono materialmente a decidere se il capo dello Stato degli Stati Uniti potesse continuare a utilizzare alcuni dei principali canali digitali mondiali. Lo stesso metodo deve valere quando il soggetto colpito appartiene al campo opposto. Nell’inchiesta Paolo De Rosa e Autistici/Inventati: Il Giornale vede Hamas, il vero caso è la tecnocrazia degli attivisti Matrice Digitale ha separato la designazione OFAC dell’infrastruttura Autistici/Inventati dalle responsabilità personali di Paolo De Rosa, che non risultava individualmente designato nell’azione esaminata. Era precisamente il caso nel quale sarebbe stato più facile utilizzare la vicinanza politica o ideologica per saltare i passaggi documentali. Non è stato fatto. Una teoria credibile della libertà digitale deve funzionare per Guillou, Trump, un giornalista indipendente, un attivista e un avversario politico nello stesso identico modo.

L’etica dell’AI alla prova del potere reale

Il problema di Paolo Benanti, quindi, non è essere un sacerdote che parla di tecnologia né essere diventato un interlocutore della politica. La sua competenza sull’etica delle tecnologie è riconosciuta da istituzioni italiane, Vaticano e Nazioni Unite. Proprio questa centralità, tuttavia, rende legittimo pretendere un livello di scrutinio superiore. Matrice Digitale lo ha fatto anche nell’analisi AI italiana, il comitato di Butti riapre il caso dei soliti noti, dove la presenza ricorrente di Benanti nei luoghi della governance dell’intelligenza artificiale veniva letta come il segnale di una concentrazione della legittimazione istituzionale attorno a un numero limitato di figure. La questione non è chiedere a Benanti quale partito rappresenti, perché formalmente non rappresenta Forza Italia all’ONU e non ci sono elementi pubblici per attribuirgli quel ruolo. La domanda più interessante è capire perché una figura proveniente dall’elaborazione vaticana sull’algoretica sia diventata contemporaneamente interlocutore dell’ONU, presidente della Commissione governativa sull’AI nell’informazione, componente di ulteriori organismi strategici nazionali, protagonista del dibattito mediatico e infine autore pubblicato dalla casa editrice che porta il nome del fondatore del partito cui appartiene il sottosegretario che lo ha promosso alla presidenza della Commissione. Non è una prova di regia politica. È una concentrazione di relazioni istituzionali e reputazionali che il giornalismo ha il diritto di osservare. Matrice Digitale aveva già individuato questo problema quando, in La rivolta del metodo contro la narrazione magica dell’intelligenza artificiale, aveva ricostruito la filiera italiana della legittimazione dell’AI tra politica, università, informazione, commissioni e piattaforme. La questione non era stabilire chi possedesse la verità sull’intelligenza artificiale, ma evitare che un ecosistema ristretto acquisisse contemporaneamente il potere di descrivere il problema, indicare gli esperti autorizzati a parlarne e proporre le soluzioni istituzionali.

Il caso Guillou finisce per processare anche il sistema che lo racconta

Ed è questo il vero valore involontario del nuovo libro di Paolo Benanti. Nicolas Guillou diventa il simbolo di un individuo che scopre troppo tardi di non possedere realmente una parte decisiva della propria vita digitale. L’editoria italiana rischia di avere compiuto lo stesso percorso: per anni ha consegnato distribuzione, pubblicità, relazione con il pubblico e progressivamente perfino la sintesi dei propri contenuti a infrastrutture sulle quali non esercita un controllo equivalente al proprio grado di dipendenza. Quando il traffico diminuisce, quando AI Overviews risponde prima della fonte o quando Discover inserisce un ulteriore livello tra lettore e giornale, gli editori scoprono che possedere un articolo non significa più necessariamente possedere l’accesso al suo pubblico. Dopo quasi tre anni di Commissione sull’intelligenza artificiale nell’informazione, il giudizio politico non può quindi essere misurato sulla quantità di convegni, audizioni, manifesti etici e dichiarazioni prodotte. Deve essere misurato sulla struttura del mercato che quella Commissione era chiamata a comprendere. E la fotografia del 2026 racconta ancora editori costretti a chiedere ad AGCOM di portarli davanti alla Commissione europea contro Google, mentre lo Stato continua a finanziare la distribuzione tradizionale e le piattaforme introducono nuovi strati algoritmici tra chi produce informazione e chi dovrebbe leggerla. Benanti ha ragione su un punto fondamentale del caso Guillou: la dipendenza tecnologica può diventare potere. È precisamente per questo che la sua esperienza istituzionale merita di essere sottoposta alla stessa regola. Se il problema sono le Big Tech capaci di decidere vita e morte digitale degli individui, allora il banco di prova dell’etica non è soltanto raccontare quella concentrazione di potere in un libro. È dimostrare cosa abbia fatto la politica italiana, con i propri comitati e con i propri esperti, per ridurla quando riguardava giornalisti, editori, imprese e cittadini.

E qui il caso Guillou smette di essere soltanto la storia scelta da Paolo Benanti. Diventa la domanda che ritorna verso chi quella storia ha deciso di raccontarla.

Iscriviti alla Newsletter

Non perdere le analisi settimanali: Entra nella Matrice Digitale.

Matrice Digitale partecipa al Programma Affiliazione Amazon EU. In qualità di Affiliato Amazon, ricevo un guadagno dagli acquisti idonei. Questo non influenza i prezzi per te.

Torna in alto