📌 Punti chiave
- Il Corriere ha erroneamente annunciato sui social la morte di Alessandro Di Battista, rimuovendo poi la card e scusandosi.
- Di Battista ha successivamente rivelato di essere stato operato a Cuba per un tumore che aveva provocato un edema cerebrale.
- Le reazioni social alla sua malattia mostrano come la polarizzazione politica possa cancellare perfino il limite umano davanti alla sofferenza.
Una delle notizie che più mi ha colpito negli ultimi giorni non riguarda la politica di Alessandro Di Battista, le sue posizioni internazionali, il Movimento 5 Stelle o l’ennesima polemica destinata a consumarsi sui social nel giro di ventiquattro ore. Riguarda qualcosa di molto più semplice e allo stesso tempo più inquietante: il rapporto che una parte dell’Italia sembra avere con la sofferenza degli altri. Il 26 settembre i canali social del Corriere della Sera hanno pubblicato erroneamente una card che annunciava la morte di Alessandro Di Battista, poi rimossa con le scuse della testata; pochi giorni dopo è stato lo stesso Di Battista a raccontare pubblicamente che il malore accusato a Cuba era stato provocato da un edema cerebrale legato alla presenza di un tumore, quasi completamente asportato attraverso un intervento chirurgico. Nel mezzo, però, era già accaduto qualcosa che merita forse più attenzione dell’errore giornalistico stesso: migliaia di persone avevano trasformato la malattia di un uomo in un nuovo terreno sul quale regolare conti politici, ideologici e perfino personali con qualcuno che, nella stragrande maggioranza dei casi, non avevano mai incontrato nella propria vita.
Cosa leggere
Un giornalista può sapere una notizia e scegliere di non pubblicarla
Chi fa questo mestiere abbastanza a lungo sa che esistono notizie che si conoscono prima che diventino pubbliche. Non è un privilegio da esibire, ma uno dei problemi professionali con cui un giornalista deve imparare a convivere. Chi scrive aveva ricevuto informazioni sulla gravità delle condizioni di Di Battista prima che fosse lui stesso a spiegare pubblicamente cosa gli fosse accaduto, e proprio per questo non le ha pubblicate. Non perché una redazione debba trasformarsi in custode paternalistico della realtà, ma perché conoscere qualcosa non equivale automaticamente ad avere il diritto di pubblicarlo. Esistono la verifica, l’interesse pubblico, la tutela della persona, la solidità della fonte e, soprattutto quando si parla della salute di qualcuno, un limite che dovrebbe precedere perfino la competizione giornalistica. È anche per questo che la falsa notizia della morte pubblicata dal Corriere ha un peso particolare. Non serve attribuirle intenzioni che non sono dimostrate: ciò che è documentato è che sui canali social della testata è comparsa una card che annunciava la morte di Di Battista e che è stata successivamente cancellata con delle scuse. Un errore di questo tipo è grave proprio perché mostra quanto sia sottile il confine tra preparare una notizia, sapere che una situazione è delicata e trasformare una possibilità in un fatto compiuto. Il problema del giornalismo digitale non è soltanto la velocità: è l’illusione che arrivare pochi minuti prima degli altri rappresenti ancora un vantaggio competitivo sufficiente a giustificare tutto il resto. La crisi di credibilità del giornalismo dentro le piattaforme social aveva già mostrato quanto il rapporto fra pubblico e grandi testate sia diventato fragile, anche perché oggi ogni errore viene fotografato, archiviato, rilanciato e discusso da migliaia di persone in tempo reale. La libertà di stampa comprende inevitabilmente anche la possibilità di sbagliare, ma il diritto all’errore non cancella la responsabilità di comprendere perché quell’errore sia stato possibile.
La libertà della rete serve anche a mostrarci quello che siamo diventati
Non credo però che la risposta al problema sia limitare ulteriormente ciò che le persone possono scrivere in rete. Al contrario, continuo a ritenere che Internet debba conservare uno spazio molto ampio di libertà, anche quando quella libertà produce contenuti sgradevoli, stupidi, aggressivi o semplicemente indecenti. La libertà di espressione non serve soltanto quando vengono pronunciate cose intelligenti. Serve soprattutto perché permette a una società di osservare se stessa senza il filtro rassicurante delle conversazioni private. Ed è precisamente quello che il caso Di Battista ha fatto. Nei giorni del ricovero a Cuba, quando le informazioni erano ancora incomplete e le condizioni apparivano comunque serie, bastava aprire Facebook per trovare commenti che trasformavano un problema sanitario in un processo alle idee politiche dell’uomo che lo stava affrontando. Alcuni contestavano perfino le modalità del suo possibile rientro in Italia. Eppure, quando il quadro fu chiarito, risultò che Di Battista aveva declinato la possibilità di utilizzare un volo sanitario di Stato e che il trasferimento sarebbe avvenuto attraverso un’aeroambulanza coperta dalla polizza assicurativa stipulata prima del viaggio. Anche questo dettaglio era stato sufficiente, prima della verifica, per produrre accuse, insinuazioni e sentenze. La rete, in questo senso, non ha creato il fenomeno: lo ha semplicemente reso osservabile. Gli studi sulle dinamiche collettive dei social media mostrano da tempo quanto ranking, omofilia, polarizzazione e dinamiche di gruppo possano consolidare comunità che reagiscono agli eventi attraverso categorie identitarie. Il punto non è censurare quelle reazioni. Il punto è guardarle, perché raccontano qualcosa che forse preferiremmo non sapere di noi stessi.
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Non erano soltanto account anonimi: c’erano medici, giornalisti e professionisti
La parte che personalmente ho trovato più difficile da accettare non riguarda però gli account anonimi. Da Fragolina86 o Enzino1950 ci si può aspettare qualsiasi cosa: Internet è sempre stato anche il luogo nel quale una persona sconosciuta può pronunciare una frase orribile e scomparire dietro un nickname. Il problema arriva quando sotto determinati commenti compaiono nomi e cognomi di professionisti, medici, giornalisti e persone che nella vita reale occupano ruoli dai quali ci si aspetterebbe una maggiore capacità di distinguere un avversario politico da un essere umano malato. Non è una questione di titoli di studio. Un medico può avere idee politiche radicali, un giornalista può detestare le posizioni di Di Battista e un professionista può considerarlo uno dei personaggi più irritanti della politica italiana. È perfettamente legittimo. Ciò che sorprende è la facilità con cui il dissenso ideologico, davanti a una malattia grave, riesce talvolta a sopravvivere perfino alla più elementare sospensione del giudizio. Il 29 settembre Di Battista ha spiegato a DiMartedì di avere avuto un edema cerebrale provocato dalla presenza di un tumore, che i medici cubani erano intervenuti prima sull’edema e che successivamente gli era stato asportato quasi tutto il tumore; ha aggiunto che avrebbe affrontato le cure successive. Fino a quel momento molte persone non potevano conoscere quel dettaglio, e proprio questo dovrebbe essere il punto: quando non si conosce la situazione, il silenzio è un’opzione disponibile. Non tutto deve diventare immediatamente una presa di posizione. Non tutto richiede una battuta. Non ogni fatto che riguarda una persona politicamente esposta deve essere tradotto nel linguaggio della fazione. Le analisi sulle conversazioni attorno ai media italiani hanno mostrato quanto facilmente gli eventi ad alto coinvolgimento emotivo vengano assorbiti dentro cluster identitari e trasformati in polarizzazione di ritorno tra testate e rispettive audience. Ma una cosa è osservare questo fenomeno nei numeri, un’altra è vederlo applicato alla sofferenza fisica di una persona.
Il bias politico è diventato una licenza per disumanizzare chi sta dall’altra parte
Di Battista è un caso interessante proprio perché è difficile inserirlo comodamente dentro la geometria politica tradizionale degli ultimi anni. Ha accumulato sostenitori molto fedeli e avversari altrettanto convinti, ha assunto posizioni internazionali divisive e ha costruito una figura pubblica che raramente lascia indifferenti. Questo rende ancora più istruttiva la reazione alla sua malattia. Una parte della conversazione online non ha valutato il fatto — un uomo ricoverato in condizioni serie — ma l’identità politica associata a quell’uomo. Prima viene stabilito se appartiene alla tribù giusta o sbagliata, poi si decide quale quantità di solidarietà meriti. È il meccanismo più pericoloso della polarizzazione perché elimina progressivamente una zona comune nella quale alcune circostanze dovrebbero continuare a essere riconosciute per quello che sono indipendentemente dalle idee. Non serve condividere una sola posizione di Di Battista per augurargli di guarire. Non serve considerarlo simpatico, intelligente o politicamente utile. Non serve neppure cambiare idea su ciò che ha detto in passato. Basta mantenere separati due piani: le idee possono essere combattute con tutta la durezza possibile, la malattia di chi le esprime non è un argomento politico. La polarizzazione digitale costruita intorno a personaggi pubblici e opinioni controverse ha già mostrato come una persona possa cessare di essere percepita come individuo e diventare un simbolo sul quale proiettare appartenenze, rancori e identità. Quando questo meccanismo arriva a condizionare perfino la reazione davanti a un tumore, probabilmente la questione non riguarda più l’algoritmo di Facebook. Riguarda la società che quell’algoritmo sta semplicemente mettendo in vetrina.
Il Corriere ha commesso un errore, ma i social hanno mostrato qualcosa di più grande
Sarebbe molto semplice chiudere questa storia concentrandosi sull’errore del Corriere. Una grande testata pubblica la falsa morte di un personaggio pubblico ancora vivo, la card viene rimossa, arrivano le scuse, il caso diventa simbolo della fretta del giornalismo contemporaneo. Tutto vero, ma insufficiente. Il Corriere ha commesso un errore identificabile e può interrogarsi sui propri processi redazionali. Molto più difficile è correggere ciò che è emerso dalle conversazioni di migliaia di persone, perché lì non esiste un direttore responsabile al quale chiedere spiegazioni. Esiste una rappresentazione frammentata del Paese. Ed è forse questo il motivo per cui continuo a considerare sbagliata l’idea che la soluzione alla brutalità della rete sia necessariamente una rete meno libera. Una rete sufficientemente libera rende visibili anche le parti peggiori della società, e questa visibilità possiede un valore conoscitivo che non dovrebbe essere sottovalutato. Permette di capire quanto una comunità sia polarizzata, quali argomenti facciano saltare le inibizioni, quali categorie professionali partecipino a determinate conversazioni e quanto velocemente un fatto umano venga tradotto in appartenenza politica. Naturalmente la libertà non significa impunità rispetto a minacce, diffamazione o condotte previste dalla legge; significa però resistere alla tentazione di confondere l’esistenza di opinioni repellenti con la necessità di farle sparire. Se il problema è culturale, nascondere il sintomo non cura la malattia. Lo rende soltanto meno misurabile.
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Un Paese stanco che rischia di perdere anche la pietà
La sensazione più amara lasciata da questa vicenda è che dietro molti commenti non ci sia nemmeno un odio politico particolarmente elaborato. C’è qualcosa di più ordinario: una società stanca, arrabbiata e sempre meno capace di stabilire quando sia arrivato il momento di fermarsi. Si può discutere se questa sia davvero una perdita di empatia generalizzata oppure l’effetto ottico prodotto dai social, che selezionano e amplificano le reazioni più conflittuali. Sarebbe scorretto trasformare una raccolta di commenti in una diagnosi scientifica dell’intera popolazione italiana. Ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che quelle reazioni non significhino nulla. Facebook non è popolato soltanto dagli adolescenti ai quali gli adulti rimproverano continuamente educazione, dipendenza dallo smartphone e incapacità di comportarsi. È popolato anche da generazioni cresciute prima dei social, da professionisti, genitori, insegnanti, medici, dirigenti, giornalisti e pensionati. Se il linguaggio si degrada anche lì, diventa più difficile liquidare tutto come il problema educativo dei giovani o come una patologia di una piattaforma. Di Battista ha raccontato la propria malattia senza trasformarla in una rappresentazione eroica. Ha detto di dover fare le cure, di sperare che funzionino e di non amare particolarmente la retorica del guerriero. È forse proprio questa normalità a rendere ancora più evidente l’assurdità del contorno. Un uomo si ammala. Dei medici lo curano. Un’assicurazione consente di organizzare un trasporto sanitario privato. Una grande testata lo dichiara morto per errore. Migliaia di persone discutono se sia degno di solidarietà sulla base delle sue opinioni politiche. Forse non abbiamo bisogno di una nuova autorità che stabilisca quali sentimenti siano consentiti su Internet. Abbiamo bisogno, molto più banalmente, di ricominciare a riconoscere un confine tra il diritto di detestare le idee di qualcuno e il desiderio di vederlo soffrire. La democrazia ha bisogno del conflitto, della satira, della critica feroce e perfino dell’antipatia. Non richiede che gli avversari si amino. Ma una società nella quale la sofferenza fisica di una persona diventa immediatamente materiale per una fazione rischia di perdere qualcosa che precede perfino la politica. Non so se chiamarla solidarietà, educazione, pietà o semplicemente umanità. So però che non dovrebbe dipendere dalla tessera di partito, da una posizione sulla guerra, dal voto espresso cinque anni prima o dal personaggio pubblico che ci siamo costruiti nella testa. E se la rete ci ha consentito di vedere quanto questo limite sia diventato fragile, allora questa volta la libertà di Internet ha svolto anche una funzione utile: non ci ha mostrato soltanto cosa pensa l’Italia di Alessandro Di Battista. Ci ha mostrato cosa una parte dell’Italia è diventata quando pensa di avere davanti soltanto uno schermo.
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