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Dogecoin entra nella DeFi, THORChain difende la neutralità delle reti

📌 In Sintesi

  • DogeOS apre la Chikyū Testnet e porta smart contract EVM, bridge e applicazioni DeFi nell’ecosistema Dogecoin.
  • La sicurezza delle applicazioni non dipende ancora direttamente dai miner Dogecoin: OP_CHECKZKP punta a collegare in futuro il livello applicativo alla L1.
  • THORChain rifiuta il blocco selettivo dei wallet e sostiene che recupero e congelamento dei fondi debbano avvenire soprattutto presso exchange e fiat off-ramp.

Dogecoin prova a trasformare la propria enorme liquidità e riconoscibilità in un ecosistema applicativo, mentre THORChain difende l’idea opposta ma complementare di un’infrastruttura che non decide chi può utilizzarla. DogeOS ha aperto una testnet nella quale DOGE diventa carburante per smart contract, trading, lending e altre applicazioni compatibili con gli strumenti Ethereum. Quasi contemporaneamente, il cofondatore di THORChain Chad Barraford ha respinto le richieste di bloccare selettivamente wallet collegati a fondi rubati, sostenendo che introdurre quella facoltà significherebbe incorporare la censura nel protocollo. Due sviluppi differenti che portano allo stesso interrogativo: cosa diventa una criptovaluta quando smette di essere soltanto un asset e diventa infrastruttura?

DogeOS porta smart contract e applicazioni nella rete economica di Dogecoin

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La documentazione ufficiale di DogeOS conferma che la Chikyū Testnet è operativa e presenta DogeOS come un application layer EVM-compatible costruito attorno a Dogecoin. Il progetto dichiara circa 300 transazioni al secondo contro le circa 30 attribuite alla L1 Dogecoin e blocchi nell’ordine dei tre secondi, con DOGE utilizzato come valuta nativa per le commissioni. Per gli sviluppatori il punto decisivo è la compatibilità bytecode con EVM: Solidity, Hardhat, Foundry e gli strumenti già utilizzati su Ethereum possono essere indirizzati alla nuova rete senza costruire un ambiente applicativo da zero. Non significa che Dogecoin sia improvvisamente diventato Ethereum: gli smart contract vengono eseguiti sul livello DogeOS e non direttamente sulla blockchain Dogecoin. La distinzione è fondamentale perché trasforma DOGE in un asset utilizzabile dentro applicazioni più complesse senza modificare, almeno per ora, la funzione essenziale della L1. È un passaggio coerente con il mercato nel quale Dogecoin continua a essere valutato insieme agli asset DeFi pur conservando una forte componente speculativa.

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OP_CHECKZKP prova a riportare la sicurezza delle app verso i miner DOGE

Il limite tecnico più importante è proprio il rapporto tra application layer e blockchain sottostante. Nell’aggiornamento ufficiale sullo sviluppo di DogeOS il progetto descrive OP_CHECKZKP, proposta di modifica a Dogecoin Core pensata per permettere alla rete di verificare prove zero-knowledge prodotte da calcoli eseguiti altrove. L’obiettivo dichiarato è supportare ZK Layer 2 e applicazioni come lending, DEX, giochi verificabili e bridge senza trasformare Dogecoin L1 in una blockchain general purpose. La proposta non va però confusa con una funzionalità già attiva: la testnet esiste oggi, mentre il collegamento della sicurezza delle applicazioni alla verifica effettuata dalla rete Dogecoin rappresenta ancora un passaggio evolutivo. È qui che DogeOS tenta di differenziarsi dai precedenti progetti costruiti attorno alle memecoin: non basta creare un side network nel quale spostare DOGE, bisogna ridurre nel tempo la dipendenza da operatori esterni e ancorare la verifica alla sicurezza economica già esistente della blockchain principale. Il salto da memecoin ad asset funzionale dipenderà quindi meno dal numero di dApp annunciate e molto di più da quanto il layer applicativo riuscirà a minimizzare nuova fiducia.

THORChain sostiene che una rete neutrale non può scegliere chi può transare

Lo stesso problema della fiducia riemerge in forma opposta su THORChain. Nell’intervista concessa dal cofondatore Chad Barraford a Bitcoin.com, lo sviluppatore respinge la richiesta di introdurre blocchi selettivi nei confronti di wallet collegati a fondi rubati. Il contesto è il furto subito da Bitget, quantificato successivamente dall’exchange in circa 387,5 milioni di dollari, e la pressione affinché infrastrutture decentralizzate impediscano agli aggressori di utilizzare i propri servizi. Barraford distingue però tra un emergency halt, capace di fermare un’intera rete o una chain in condizioni critiche, e uno strumento che consenta di scegliere individualmente quali indirizzi possono scambiare asset. Secondo il cofondatore, THORChain non possiede deliberatamente questa seconda capacità: inserirla significherebbe creare un soggetto autorizzato a decidere quali transazioni siano ammissibili. Il dilemma era già emerso dopo Bybit, quando il furto attribuito a Lazarus attraverso Safe{Wallet} aveva mostrato quanto rapidamente fondi sottratti possano essere convertiti e frammentati attraverso infrastrutture cross-chain.

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Utilità e neutralità fanno emergere il vero problema della decentralizzazione

DogeOS e THORChain descrivono così due fasi dello stesso processo. La prima cerca di aggiungere capacità a una blockchain nata essenzialmente per trasferire valore; la seconda difende l’assenza di una capacità, quella di censurare selettivamente un utente. Più le criptovalute diventano infrastrutture finanziarie programmabili, più queste due esigenze entrano in tensione. Aggiungere smart contract, bridge, lending e trading significa aumentare il numero di componenti, operatori e assunzioni di fiducia; ridurre il controllo centrale significa invece accettare che la stessa infrastruttura possa essere utilizzata anche da soggetti indesiderati. Barraford sostiene che il recupero degli asset trovi leve più efficaci negli exchange centralizzati e nei fiat off-ramp, dove identità e fondi possono essere bloccati, mentre una rete pubblica offre soprattutto tracciabilità. È una tesi che il caso Bitget ha reso nuovamente concreta mostrando la differenza tra osservare on-chain gli asset e avere il potere tecnico di recuperarli. La maturazione delle crypto non cancella quindi il loro paradosso originario: per diventare finanza devono costruire più infrastruttura, ma ogni nuovo punto di controllo rischia di ridurre proprio la neutralità che giustifica l’esistenza di una rete decentralizzata.

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