📌 In Sintesi
- FinCEN ritira due proposte che avrebbero introdotto nuovi obblighi su transazioni con wallet non custodial e servizi di mixing.
- La vecchia proposta sui wallet prevedeva anche reporting per determinate transazioni superiori a 10.000 dollari.
- Il ritiro non elimina gli obblighi antiriciclaggio esistenti, ma segnala un cambio di direzione della politica USA sulla self-custody.
Gli Stati Uniti fanno un altro passo indietro rispetto alla stretta regolatoria costruita negli anni precedenti intorno alle criptovalute. FinCEN ha formalmente ritirato due proposte che avrebbero rafforzato il controllo sulle transazioni effettuate con wallet non custodial e sui crypto mixer, cancellando iniziative nate rispettivamente nel 2020 e nel 2023. La decisione non smantella il sistema antiriciclaggio americano e non rende anonime le transazioni blockchain, ma modifica un punto politicamente sensibile: il tentativo di estendere obblighi specifici di identificazione e reporting alle operazioni nelle quali una delle controparti utilizza direttamente un proprio wallet. Il cambio di direzione arriva dopo che la SEC aveva già riaperto il dossier sulla self-custody, rafforzando la nuova linea statunitense sulla detenzione diretta degli asset digitali.
Cosa leggere
FinCEN cancella le proposte su wallet privati e crypto mixer
La decisione è stata annunciata il 5 ottobre dalla Financial Crimes Enforcement Network, che ha ritirato formalmente due Notice of Proposed Rulemaking mai trasformate in regole definitive. La prima avrebbe imposto a banche e money services business nuovi obblighi di registrazione, verifica e segnalazione per determinate transazioni in convertible virtual currency coinvolgenti unhosted wallets, cioè indirizzi controllati direttamente dall’utente invece che da un intermediario finanziario. La seconda avrebbe applicato al mixing di criptovalute una “special measure” nell’ambito della normativa contro il riciclaggio. FinCEN afferma di aver valutato i commenti ricevuti e collega esplicitamente il ritiro all’agenda deregolatoria dell’amministrazione Trump e alla ricerca di norme sugli asset digitali considerate “fit-for-purpose”. È la stessa inversione politica che ha accompagnato il percorso del Clarity Act e della nuova regolamentazione americana delle criptovalute.
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La vecchia regola puntava anche alle transazioni sopra i 10.000 dollari
La proposta più controversa risaliva alla fine del 2020 e puntava a ridurre la distanza normativa tra trasferimenti bancari tradizionali e movimenti di criptovalute verso indirizzi esterni agli exchange. Tra le disposizioni previste figurava l’obbligo di segnalare determinate transazioni superiori a 10.000 dollari, o aggregate oltre quella soglia, quando coinvolgevano wallet non ospitati oppure wallet localizzati in alcune giurisdizioni considerate problematiche da FinCEN. Per altre operazioni sarebbero entrati in gioco obblighi di conservazione e raccolta delle informazioni sulle controparti. Il nodo politico era evidente: un exchange può identificare il proprio cliente attraverso procedure KYC, ma non necessariamente conosce il titolare dell’indirizzo blockchain al quale quel cliente invia i fondi. Trasformare questa asimmetria in un obbligo sistematico avrebbe spostato progressivamente la self-custody dentro il perimetro di sorveglianza degli intermediari, proprio mentre banche e grandi operatori finanziari stanno aumentando l’integrazione istituzionale di Bitcoin e degli asset digitali.
Anche la stretta sui mixer viene abbandonata ma il rischio AML resta
La seconda proposta ritirata era più recente e riguardava il convertible virtual currency mixing, categoria nella quale FinCEN aveva tentato nel 2023 di ricondurre un’intera classe di transazioni sotto le misure previste contro il riciclaggio di denaro. I mixer rendono più complessa la ricostruzione lineare dei flussi combinando o riorganizzando fondi provenienti da più indirizzi, caratteristica che ne ha favorito l’utilizzo sia per esigenze di privacy sia nei circuiti criminali, nei ransomware e nelle operazioni di riciclaggio collegate ai furti di criptovalute. Il ritiro della proposta non significa tuttavia che i mixer diventino immuni da indagini, sanzioni o applicazione delle normative esistenti: FinCEN elimina una nuova misura regolatoria generale, non le competenze già disponibili alle autorità federali. La distinzione è importante anche davanti alla crescita dei furti attribuiti ad attori statali, tema che emerge da anni nelle operazioni della Corea del Nord contro piattaforme e infrastrutture crypto.
La self-custody torna a essere una linea politica degli Stati Uniti
La scelta di FinCEN acquista un significato maggiore se letta insieme alle altre mosse dell’amministrazione statunitense. Washington sta cercando di separare più chiaramente il controllo degli intermediari finanziari dal diritto dell’utente a detenere direttamente le proprie chiavi crittografiche, evitando che la semplice interazione con un wallet personale venga progressivamente trattata come una condizione anomala da sottoporre a un regime aggiuntivo. Non è una completa deregolamentazione: exchange, banche e money services business restano sottoposti agli obblighi Bank Secrecy Act, alle procedure antiriciclaggio, alle sanzioni finanziarie e alle richieste delle autorità. Cambia invece la presunzione regolatoria sulla tecnologia. La stessa evoluzione accompagna il tentativo americano di portare Bitcoin e infrastrutture blockchain dentro la finanza regolamentata senza eliminare una delle caratteristiche fondamentali delle reti permissionless, cioè la possibilità di detenere asset senza affidarne necessariamente il controllo a una banca o a un exchange.
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Il segnale più importante della decisione FinCEN riguarda quindi il punto nel quale Washington vuole collocare il confine della regolamentazione. Un wallet self-custody non è automaticamente un intermediario finanziario, e il ritiro delle proposte riduce il rischio che il semplice trasferimento verso un indirizzo controllato dall’utente venga assoggettato a una struttura di reporting costruita per banche e money transmitter. Questo non cancella la capacità investigativa sulla blockchain né impedisce alle autorità di intervenire contro riciclaggio, evasione delle sanzioni o finanziamento illecito; al contrario, gli Stati Uniti stanno continuando a utilizzare strumenti mirati contro reti e soggetti specifici. La differenza è nell’architettura della sorveglianza: meno obblighi generalizzati sul mezzo tecnico, più interventi sugli intermediari e sugli attori individuati come rischiosi. Per Bitcoin e per l’intero settore crypto è un passaggio sostanziale, perché la legittimazione della self-custody separa sempre più nettamente il possesso diretto dell’asset dalle attività finanziarie regolamentate costruite sopra la blockchain.
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